Still Alice

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Still Alice **

Alice Howland ha cinquant’anni ed è una donna affermata. E’ una linguista della Columbia University di New York. Il marito è un chimico e lavora anche lui nel mondo accademico. Hanno tre figli ormai adulti. Anna e Tom hanno studiato legge e medicina. Lydia la più piccola vive a Los Angeles, ha rinunciato agli studi per tentare la carriera d’attrice.

Nei giorni successivi al suo cinquantesimo compleanno, Alice comincia ad avvertire strani segni di disorientamento. Improvvisamente gli mancano le parole, si perde correndo per strada.

Gli esami indicano che è affetta da una rara forma di Alzheimer precoce, di natura genetica.

L’ha ereditato dal padre, verosimilmente, morto di cirrosi ancora giovane, e forse l’ha trasmesso ai suoi figli.

Il mondo finisce per caderle letteralmente addosso.

Per chi ha dedicato tutta la vita allo studio dell’apprendimento, della parola e dei segni, la perdita progressiva dei ricordi, delle immagini e della coscienza di sè è devastante.

Il peggioramento è rapido ed assai poco progressivo. A nulla servono i messaggi scritti sul cellulare, i video registrati sul computer, l’affetto di un marito premuroso e di una famiglia unita.

Troppo velocemente la vita di Alice viene letteralmente spazzata via.

Il film si regge interamente sulle spalle di Julianne Moore, che interpreta Alice Howland con grande misura espressiva e con un’economia di mezzi invidiabile.

Certo si tratta di un film debole, di stampo chiaramente televisivo e molto tradizionale nella messa in scena che non schioda dai primi piani degli attori.

Potrebbe essere il film per cui Julianne Moore vincerà un meritatissimo premio Oscar, ma se ripensiamo ai film della sua carriera, questo ci appare di gran lunga come uno dei meno ispirati.

Degni di nota sono i duetti con Kristen Stewart, che veste i panni della figlia Lydia, e che le tiene testa magnificamente molte volte, dimostrando che il talento c’è e quando ci sono anche delle buone parti – qui come in Sils Maria – la protagonista di Twilight sa anche recitare al fianco di due mostri sacri, senza sfigurare per nulla.

Il suo è un personaggio tormentato, la pecora nera della famiglia, quella che ha lasciato gli studi per amore del teatro: un rovello che la madre non riesce davvero ad accettare.

Purtroppo nel film non c’è molto altro a parte un dignitoso racconto di malattia e abbandono alla vita. E’ interessante l’idea dei due registi di concentrarsi su Alice, le due Alice – quella brillante e realizzata e quella travolta da un oblio sempre più profondo – lasciando tutto il resto sullo sfondo.

Non ci sono amici nel film, gli stessi conflitti familiari sono funzionali sono ad una migliore caratterizzazione del personaggio di Alice.

Ma quello che stupisce è la biografia dei due registi e sceneggiatori: Richard Glatzer e Wash Westmoreland sono una coppia nella vita reale, hanno cominciato nel mondo del cinema porno omosessuale arrivando sino al vertice del settore. Hanno poi debuttato nel cinema mainstream con un paio di documentari e quindi nel 2006 con l’apprezzato Non è peccato – La Quinceanera, che ha vinto il Sundance.

Il loro film del 2013 The Last of Robin Hood, inedito in Italia, ma interpretato da Kevin Kline, Susan Sarandon e Dakota Fanning, racconta gli ultimi mesi di vita di Errol Flynn, innamorato di una ragazzina appena maggiorenne.

Glazer poi è affetto da sclerosi multipla ed ha potuto comunicare con la troupe solo attraverso il suo ipad.

E’ davvero curioso che due registi anticonformisti e dal curriculum così atipico, abbiano realizzato un film in fondo così borghese e tradizionale, così lineare e privo di sussulti: troppo sentito forse era il viaggio verso l’oblio di Alice, troppo personali le motivazioni nella scrittura.

Il risultato è un film che scorre via senza lasciare molte tracce di sè, che si ricorda per l’equilibrio e la misura interpretativa.

 

 

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