American Sniper

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American Sniper *1/2

Nella sua lunga carriera di regista Eastwood si è trovato molte volte a raccontare personaggi realmente esistiti, testimoni del proprio tempo: da Bird Charlie Parker a John Huston, da J.Edgar Hoover a Nelson Mandela, fino a Christine Collins, la madre di Changeling, una grande parte della sua filmografia, soprattutto negli ultimi anni, si è caratterizzata per la trasposizione sul grande schermo di biografie illustri.

American Sniper nasce da quella del Navy Seal, Chris Kyle, il cecchino più letale della storia militare americana, capace di uccidere almeno 160 persone, nel corso di quattro lunghi turni di servizio in Iraq.

La sua storia di soldato infallibile e reduce disturbato, poteva avere molti motivi di interesse, a partire proprio dalla fine prematura e ingloriosa, avvenuta il 2 febbraio 2013 ad un poligono di tiro.

Ma la sceneggiatura, scritta dall’attore Jason Hall, è veramente disastrosa e raffazzonata e Eastwood non fa molto per evitarne le semplificazioni ed i tranelli emotivi, costruendo un film intimamente fascista e pieno di quella insopportabile retorica del “paese eletto”, che negli ultimi quindici anni ha trovato nuova linfa nelle teorie del Grand Old Party, guidato da Bush, Cheney e Rumsfeld.

American Sniper rimane allora come una macchia scura, per un regista che ha dedicato molti dei suoi capolavori ad outsiders fuori dal sistema, uomini capaci di rompere la spirale della violenza, rifiutando proprio quella apologia delle armi di cui American Sniper è pieno sino alla nausea.

Il film non fa altro che fornire validi argomenti a coloro che hanno visto nell’infelicissimo intervento di Eastwood alla convention repubblicana di Tampa del 2012, il segno evidente di una deriva conservatrice e reazionaria, che i suoi film si erano sempre premurati di negare, con la forza delle immagini.

American Sniper comincia in media res, con Chris sul tetto di un edificio indeciso se sparare ad una madre ed un bambino, che trasportano una granata, destinata ad un convoglio americano. I flashback ci riportano indietro di molti anni, alla sua infanzia di bambino, agli “insegnamenti” del padre severo e devoto uomo di chiesa, ma anche cacciatore spietato e convinto del ruolo necessario della violenza per “proteggere il gregge impaurito dai lupi “.

Con un salto ulteriore vediamo Chris giovane cowboy texano, che passa la sua vita tra rodeo e bevute, in compagnia del fratello: dopo i primi attentati in Somalia, decide di arruolarsi e viene scelto dai Navy Seals, i corpi speciali dell’esercito.

Assistiamo quindi al solito training fatto di torure e amenità varie, in stile Ufficiale e Gentiluomo, fino a quando Chris si sposa e parte per il suo primo turno in Iraq.

Qui ritorniamo alla scena iniziale. I due iracheni saranno i primi sulla lunga lista di bersagli confermati da Kyle.

Ben presto il suo nome diventa leggendario nell’esercito, per la sua feroce determinazione e la sua mira infallibile.

Il film tenta un parallelo con un altro famigerato cecchino iracheno, che pure aveva partecipato alle olimpiadi, che più volte mette in difficoltà Kyle ed i suoi compagni.

Il protagonista torna periodicamente dalla moglie e dai due figli, ma sembra sempre assente, ossessionato dalle sue missioni, dalla necessità di salvare i suoi compagni.

L’alienazione del reduce e l’adrenalina da campo di battaglia, le abbiamo viste però decide di volte in passato, nei film della seconda guerra mondiale, in quelli innumerevoli sul Vietnam ed anche in quelli sulla War on Terror e qui Eastwood non aggiunge davvero nulla di significativo o originale.

Nella seconda parte il film è certamente più riuscito, perchè il regista orchestra almeno un paio di grandi scene d’azione, con una doppia imboscata al gruppo dei Navy Seals e con una tempesta di sabbia nella quale tutto, significativamente, finisce per confondersi.

Eppure Eastwood ed il suo sceneggiatore non riescono mai a cogliere le contraddizioni, gli elementi surreali e le fratture di senso della storia di Kyle. Si limitano all’illustrazione pedante di un soldato-macchina, infallibile sul campo ed appena un po’ disturbato quando rientra a casa.

Eastwood non riesce neppure a raccontare davvero l’ossessione di Kyle per i valori patriottici e la cultura delle armi, per il ruolo del cowboy e per quel curioso senso di superiorità morale, che spinge gli americani a credersi i legittimi gendarmi del mondo libero, o come dicono nel film, i pastori del gregge.

Debolissimo e pieno di stereotipi è il confronto con la moglie e con la famiglia d’origine. Per non dire dell’immagine degli iracheni, tutti traditori e killer potenziali, con lo sguardo torvo e i modi untuosi. Ma Eastwood non era il regista che ha dedicato uno dei suoi più limpidi capolavori al punto di vista del nemico, con Letters from Iwo Jima?

Quanto al rallenty sul famigerato colpo finale, che pone fine all’antagonismo con il siriano Mustafa, è il tipico esempio di quell’enfasi estetica e drammatica, che il cinema dovrebbe sempre evitare.

American Sniper butta via anche il finale, giocandosi la carta delle vere immagini del soldato Chris Kyle solo in chiave emozionale, senza cogliere l’aspetto surreale e tragico di un eroe di guerra, sopravvissuto alle pallottole ed alle mine irachene per oltre 1.000 giorni, freddato ad un poligono di tiro in Texas.

E’ un cimitero di occasioni sprecate questo American Sniper, un brutto infortunio, che bisognerà dimenticare in fretta. Non ha nemmeno la forza nella messa in scena e l’ambiguità di The Hurt Locker, per non dire della profondità di analisi del Del Palma di Redacted, ancora oggi il ritratto più brutale ed a fuoco dell’intervento americano in medio oriente. Quanto all’ossessione per il nemico, Zero Dark Thirty aveva già detto tutto.

Bradley Cooper è l’unico a salvarsi. Imbolsito e gonfiato, il suo fisico restituisce tutto l’imbarazzo del reduce, che sembra muoversi nella realtà quotidiana come un elefante in una cristalleria. La sua interpretazione, fatta di mezzi toni e understatement, evita di aggiungere inutile retorica ad un film che potrà piacere solo ai falchi del Tea Party.

Come ha scritto Tony Scott sul New York Times, “This is less a matter of the way he tells the true story than in the way he edits the history in which it is embedded. […] In Iraq, his foes are identified only and repeatedly as Al Qaeda.  The politics of the Iraq war are entirely absent, which is a political statement in its own right. And though George W. Bush’s name is never invoked, “American Sniper” can be seen as an expression of nostalgia for his Manichaean approach to foreign policy. It can equally — and this may amount to the same thing — be seen as upholding the Hollywood western tradition of turning complicated historical events and characters into fables and heroes. In other words, it’s only a movie.” 1

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1. A.O.Scott,  A Sniper Does His Deeds, but the Battle Never Ends, The New York Times, 24.12.2014 

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