Al di là dello sguardo: Magic in the Moonlight

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Magic in the Moonlight **1/2

Quando il fascino della magia va oltre ogni logica…

Magic in the Moonlight, l’ultimo film di Woody Allen, esce nelle sale proprio la settimana del suo 79° compleanno. Dopo Midnight in Paris (2011), il celebre cineasta newyorchese, ritorna ad ambientare una sua sceneggiatura in Francia, questa volta però nella riviera del sud degli anni ’20. Si tratta di una commedia romantica che narra del celebre illusionista cinese Wei Ling Soo (interpretato dall’attore britannico Colin Firth), sotto il cui costume si cela l’identità di Stanley Crawford, uno scorbutico ed egocentrico inglese che ha una particolare avversione per i falsi medium.

Convinto dal suo vecchio amico Howard Burkan (Simon McBurney), anch’egli mago, Stanley si reca in missione in Costa Azzurra: lo scopo è quello di smascherare la giovane e affascinante chiaroveggente Sophie Baker (Emma Stone), che soggiorna insieme alla madre (Marcia Gay Harden) presso la villa dei Catledge, una facoltosa famiglia americana.

Al fine di non destare sospetti, si presenta nelle vesti dell’uomo d’affari Mr. Taplinger e dovrà fare i conti con il suo rigido scetticismo e l’impassibile razionalità, imparando una lezione di vita che lo renderà assai vulnerabile: grazie a Sophie, gli si aprirà un mondo che fino a quel momento non aveva voluto vedere.

Woody Allen è sempre stato affezionato al tema della magia, tanto è vero che maghi, prestigiatori e ipnotizzatori sono apparsi spesso nei suoi film (La maledizione dello Scorpione di Giada, La rosa Purpurea del Cairo e Scoop, solo per citarne alcuni).

I medium spirituali erano di gran moda negli anni ’20 e le sedute spiritiche molto comuni. Anche in Magic in the Moonlight Allen, ricorre al dualismo, un espediente a lui caro che, in questa occasione, utilizza per esaminare il rapporto tra razionalità e finzione, prendendo di mira il protagonista Stanley, il quale viene abbagliato dalla personalità magnetica di un’acuta mente femminile. Colin Firth, che interpreta Stanley, dice: “Lui è altezzoso, critico, cinico ed arrogante, ed ha una smisurata opinione riguardo il suo intelletto”. Incarna evidenti caratteristiche dei personaggi alleniani con i loro eccessi e manie, in crisi esistenziale e nevrotici.

In ogni caso è un protagonista positivo, che si sveglia da un lungo sonno e viene trasformato da Sophie, all’apparenza una svampita truffatrice che nasconde delle profonde qualità. Si può azzardare nel dire che il graduale avvicinamento dei due protagonisti avviene per magia, chiave simbolica della loro salvezza, ed anche formula per la nascita di un sentimento tra due opposti che inevitabilmente si attraggono.

Leggerezza e istinto sono le parole d’ordine che, in questa storia, resistono alla più estrema razionalità. 

Ci troviamo di fronte a un piacevole ritratto pittorico dalle atmosfere delicate, sullo sfondo di una fotografia che dona un tono più allegro e solare al film.

Il cast vanta attori di prim’ordine: Firth si rivela adattissimo alla parte, dando quel quid in più al suo scettico personaggio e anche la Stone, in una veste diversa, viene valorizzata come si deve, confermandosi una delle attrici più ricercate di Hollywood.

A interpretare la zia Vanessa è Donna Eileen Atkins, attrice e scrittrice di teatro, cinema e televisione fin dal 1953 con un curriculum da capogiro. Le mosse del suo personaggio sono ben calibrate a livello registico, ed è molto grazie a Vanessa se riusciamo a conoscere Stanley, in quanto riesce a far si che lui psicanalizzi sè stesso guidandolo con leggiadra maestria verso la presa di coscienza finale, che lo salverà seppur disarmandolo completamente.

A primeggiare su tutto sono i dialoghi frizzanti, linfa dell’umorismo firmato Woody Allen, che tengono desta l’attenzione del pubbico.

Tra capolavori e flop Magic in the Moolight, la 44° pellicola di uno degli artisti più rispettati nella cinematografia moderna, si colloca esattamente in mezzo: un prodotto senza infamia e senza lode che non regala, ahimè, niente di veramente nuovo e originale ma che piuttosto rispolvera il conosciuto. 

Un’opera che non brilla, ma con una sua ragione d’essere. C’è da dire però che il miglior trucco messo in mostra nel film è alquanto efficace, ed è quello che inganna tutti noi. 

Magic in the Moonlight ha fatto il suo ingresso in Italia in occasione della prima nazionale al 32° Torino Film Festival.

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