Quentin Tarantino annuncia il ritiro dopo il decimo film…

tarantino

Non è la prima volta che ne parla pubblicamente ed i termini sono piuttosto flessibili, ma Quentin Tarantino ha confermato l’intenzione di ritirarsi dopo il suo decimo film. Questo vuol dire che dopo The Hateful Eight ne resterebbero solo altri due.

Secondo quanto riportato da Deadline, all’American Film Market di Los Angeles, Tarantino ha rinnovato il suo proposito ai distributori presenti: “I don’t believe you should stay on stage until people are begging you to get off. I like the idea of leaving them wanting a bit more. I do think directing is a young man’s game and I like the idea of an umbilical cord connection from my first to my last movie. I’m not trying to ridicule anyone who thinks differently, but I want to go out while I’m still hard…I like that I will leave a ten-film filmography, and so I’ve got two more to go after this. It’s not etched in stone, but that is the plan. If I get to the tenth, do a good job and don’t screw it up, well that sounds like a good way to end the old career. If, later on, I come across a good movie, I won’t not do it just because I said I wouldn’t. But ten and done, leaving them wanting more, that sounds right.”

Cosa farà dopo? Scriverà copioni e libri di cinema. Sono già in lavorazione suoi saggi su Sergio Corbucci, Don Siegel e George Roy Hill a quanto pare…

Tarantino ha anche parlato della scelta di girare e proiettare il suo nuovo film in pellicola 70mm: “If we do our jobs right by making this film a 70 mm event, we will remind people why this is something you can’t see on television, and how this is an experience you can’t have when you watch movies in your apartment, your man cave or your iPhone or iPad,” Tarantino stated. “You’ll see 24 frames per second play out, all these wonderfully painted pictures create the illusion of movement. I’m hoping it’s going to stop the momentum of the digital stuff, and that people will hopefully go, ‘Man, that is going to the movies, and that is worth saving and we need to see more of that.’ ”

Assieme a Robert Richardson ha visitato la Panavision, per recuperare lenti adatte a girare direttamente in 65mm, il formato di pellicola più grande che esiste: “We’re doing this 70 mm, and we are trying to create an event,” he said. “I need to know from all of you if this can last a month in your territory in that format, or two weeks. Then we roll it out in 35 and eventually digital. We’re not doing the usual 70 mm, where you shoot 35 mm and blow it up. We’re shooting 65 mm which, when you turn it into a print, is 70 mm. Panavision is not only behind this movie, they look at it as a legacy. They are inventing a lot of the stuff we need, and this is being supervised by my three-time Oscar-winning cinematographer Bob Richardson, who’s back with me after Kill Bill, Inglourious Basterds and Django Unchained. I couldn’t do this if he wasn’t in my corner.

He went to Panavision to check out lenses for this big Sherman Tank of a camera he’ll use. He goes into the warehouse room and sees all these big crazy lenses. He asks, ‘What are those?’ It was the ultra-Panavision lenses that haven’t been used since How The West Was Won, Mutiny On The Bounty, Battle Of The Bulge and It’s A Mad Mad Mad Mad World, which were all bigger than the normal 70 mm. If the normal scope is 235, this is 278, the widest frame possible on film. The projectors need a decoder, an adapter, to blow it out that way. That’s whyMad Mad World, Battle Of The Bulge and Ice Station Zebra look the way they do. The last movie to use these lenses was Khartoum with Charlton Heston and Laurence Olivier. We’re using those lenses for this movie. We’ve been testing them the last month and everything is A-OK. They look amazing. We are literally coming out with the biggest widescreen movie shot in the last 40 years.”

L’ambizione di Tarantino è certamente lodevole e segnerà il canto del cigno per i grandi formati, che lui stesso ammette nessuno utilizza più dagli anni ’60, quando il cinema americano incalzato dalla tv aveva scelto di combattere la battaglia imponendo schermi enormi, panoramici e produzioni grandiose,  per battere il piccolo mostro quadrato casalingo.

Com’è andata a finire ce lo dice la storia.

La macchina produttiva americana è entrata in una crisi profondissima, fino a quando, sull’onda del grande cinema europeo, la New Hollywood ha portato il cinema fuori dagli studi di produzione, in mezzo alla strada. Lì le grandi macchine da presa ed il cinemascope sono stati immediatamente abbandonati. Ed anche i nuovi blockbuster hanno scelto il 35mm, gonfiandolo a 70mm solo in fase di stampa.

Oggi quante sale nel mondo però potranno ancora proiettare a fine anno una copia in 70mm di The Hateful Eight? Negli USA ci sono le vere sale IMAX. Oltre a quelle magari ce ne saranno altre 20? 50? E quante nel resto del mondo? A Milano forse solo l’Arcadia di Melzo.

Come si fa a creare un evento con numeri così irrisori? Ci ha provato Paul Thomas Anderson con The Master, un paio d’anni fa. Non ci sta riuscendo neppure Christopher Nolan con Interstellar, nonostante le riprese in IMAX.

Tarantino ha anche ribadito tutto il suo disprezzo per il digitale, sia nella fase di ripresa, sia in quella di proiezione… “I know this business has gone digital, even more in foreign countries than in America where it’s 90%. Digital presentation is just television in public, we’re all just getting together and watching TV without pointing the remote control at the screen. I have worked 20 years, too long to accept the diminishing results of having it come into theaters with the quality of a f*cking DVD, shot with the same sh*t they shoot soap operas with. It’s just not good enough for me.”

Il suo è un punto di vista originale, che francamente non mi sento di condividere. Se sulla qualità delle riprese digitali le opinioni possono essere diverse, ed è sacrosanta la battaglia di Nolan, Abrahams, Anderson e Tarantino stesso per preservare una linea di produzione di pellicola 35mm, la proiezione digitale invece è incomparabilmente migliore rispetto alla pellicola.

Non solo per costi e semplicità di reperimento delle copie, ma anche dal punto di vista della qualità e della fedeltà rispetto alle intenzioni degli autori.

Le proiezioni digitali hanno anche consentito a molti film veramente indipendenti di continuare ad accedere alla sala.

Tutti abbiamo avuto esperienza, negli anni ruggenti della pellicola, di copie graffiate, danneggiate, slavate, interrotte, tagliate. Soprattutto per i film del passato, lo stato di conservazione delle poche copie circolanti era sovente molto, molto precario.

Certo, la spuntinatura, il graffio, il salto, la scoloritura possono essere affascinanti: ma davvero così stiamo rispettando il lavoro del direttore della fotografia, del regista, del montatore, del costumista?

Ricordo di aver visto una volta ad una rassegna una copia di Lolita di Stanley Kubrick che aveva un enorme buco nero proprio al centro dell’inquadratura per quasi tutto il film: una precedente proiezione aveva bruciato la pellicola e nessuno se n’era accorto, ma quella era l’unica copia disponibile nel Nord Italia. O così o nulla.

Siamo convinti che Kubrick avrebbe preferito quella copia in 35mm ad una in digitale?

Chi vive in provincia sa benissimo che spesso persino le copie in pellicola dei film di prima visione che arrivavano nei cinema, qualche settimana dopo l’uscita nelle grandi città, erano spesso già rovinate. Per non parlare di quelle che venivano proiettate nelle rassegne estive di fine stagione.

Il mito della proiezione in pellicola è – appunto – solo un mito. Il gracchiare del proiettore, il fascio di luce, la proiezione interrotta, il fotogramma che salta.

Siamo sicuri che perpetuando quel mito stiamo salvando il cinema o stiamo solo rinnovando il piacere nostalgico per un’abitudine che appartiene al nostro passato di spettatori, una madeleine proustiana che nulla ha a che vedere con il rispetto che si deve al lavoro di chi fa cinema?

E’ vero, gli odierni proiettori sono capaci di proiettare, quasi senza che il pubblico se ne accorga, anche dvd e bluray oltre ai dcp.

Ma se il proiettore ha una quantità di luminosità sufficiente ed il lavoro di riversamento sul supporto è stato fatto a regola d’arte, il risultato è molto diverso da una proiezione casalinga: non solo, ma quelle copie sono spesso le migliori esistenti, frutto di sapienti restauri, di notevoli investimenti e di rispetto e amore per il cinema. Per non parlare della possibilità di proiettare finalmente il film in lingua originale, senza doppiaggio.

Si perderà l’aura forse, il fascino pionieristico e meccanico dei rulli che passano nel proiettore, ma saremo in grado di liberare l’enorme archivio di oltre un secolo di cinema dalla pesantezza ingestibile della pellicola.

Non tutti possono comprarsi copie in 35mm di Per un pugno di dollari, conservandole a dovere, per proiettarle nella propria saletta personale o nel proprio cinema di proprietà, caro Tarantino.

Per gli altri, le proiezioni digitali restano l’unico modo di perpetuare la magia del cinema, come visione collettiva. E non è poco…

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