Party Girl

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Party Girl **

Guest post di Tommaso Tronconi (www.onestoespietato.com)

Sessant’anni e non volerli sentire.È ciò che in Party Girl fa Angélique, donna che vuole credersi eterna ragazza intrattenendo clienti di ogni età al banco di un night club dove un tempo, sul palco, era una vera celebrità.

Gli anni sono passati, la bellezza è un po’ sfiorita, ma lo charme è rimasto immutato, imprigionato in quella sigaretta sempre accesa tra le dita. La sua vita priva di responsabilità pare però arrivare ad un punto di svolta quando il più fidato dei clienti, Michel, chiede la sua mano.

E allora tutto cambia, o almeno sembra…

Premio per il miglior ensemble ad Un Certain Regard e Caméra d’Or Miglior Opera Prima all’ultimo Festival di Cannes, Party Girl è un film piccolo, piccolissimo, intimo, realizzato a sei mani da una triade di registi francesi: Marie Amachoukeli, Claire Burger e Samuel Théis (figlio dell’attrice protagonista Angélique Litzenburger).

Un lavoro collettivo che dà i suoi frutti nel restituirci l’animo acqua e sapone di un personaggio che, come lo spaccato di umanità che lo circonda, si nasconde dietro un trucco vistoso e posticcio. Un’umanità borderline, fuori dai canoni comuni ma che non fa paura né del male a nessuno, che solo sperimenta e vive i confini della vita e della società.

Uomini e donne che, non a caso, abitano una cittadina alla fine della regione della Lorena, al confine tra Francia e Germania. Michel (Joseph Bour) vorrebbe condurre Angélique al di là di se stessa e della vie condotta fino a quel momento, compiendo quel passo più lungo della gamba verso la felicità, quella condivisa, quella che si vive in coppia e non in solitaria.

Vorrebbe farle passare la dogana di una nuova vita, ma appena di là Angélique si sente perduta, impaurita, a disagio e decide di tornare indietro. Ovvero di non diventare woman, ma rimanere girl. Party Girl, ricorrendo a tanta macchina a spalla, riesce di misura nell’indagine del personaggio, scrutando gesti e smorfie di una “lei” che potremmo essere noi, ciascuno di noi.

Ma qui, al singolo, si ferma. Non riesce infatti a coinvolgerci davvero, lasciandoci nella posizione di osservatori analitici e non di empatici complici di questa (fallita) iniziazione fuori tempo massimo all’età adulta.

Sembrano quindi francamente eccessivi gli aggettivi “selvaggio, generoso e ribelle” pronunciati dalla giuria di Cannes. E anche i premi assegnati, tra l’altro entrambi di alto valore, appaiono regalati e dati un po’ alla leggera ad un film che, come Angélique, non riesce a passare il confine dello schermo per arrivare a noi.

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