Venezia 2014. 99 homes

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99 homes **1/2

“Don’t get emotional about real estate. They’re boxes. Big boxes, small boxes. What matters is how many you’ve got.”

Come raccontare la crisi immobiliare americana in modo da restituire il dolore di chi è costretto a lasciare la propria casa per sempre, perdendo quasi tutto in pochi minuti?

Bahrani ci riesce con grande senso drammatico, raccontando la storia di Dennis Nash, un piccolo operaio capace di tutto che lavora in una ditta di costruzioni. Le case però, in Florida, non si costruiscono più. Semplicemente, si possiedono oppure no.

La ditta fallisce, Nash è in ritardo con il mutuo e la banca si riprende l’immobile, affidando all’agenzia di Rick Carver ed allo sceriffo lo sfratto.

Nash vive con la madre parrucchiera e con il figlio.

Costretto brutalmente in due minuti a caricare tutto l’essenziale sul pick up ed a trasferirsi in un motel, la sua vita ricomincia da capo quando si imbatte nuovamente in Carver: quest’ultimo testa le sue abilità come operaio e poi come tuttofare nelle proprietà che gestisce per conto del governo.

Lasciando all’oscuro la sua famiglia, Nash diventa piann piano l’uomo di fiducia di Carver, finendo per sostituirlo negli sfratti.

Ma il suo è un mestiere che richiede sangue freddo: non bisogna lasciarsi coinvolgere dal dolore e dallo sconcerto dei proprietari, non bisogna lasciarsi spaventare dalle loro minacce.

Nash sarà in grado di proteggere la propria famiglia dalla verità sulle sue nuove attività?

Bahrani ha costruito assieme ad Amir Naderi una sceneggiatura solida, che ruota ancora, come in At any price, sul ruolo dei padri e quello dei figli, sul mistero di un’america mai così lontana dal suo sogno.

Come spiega Carver a Nash non c’è posto per i perdenti: l’america è fatta dai vincenti per i vincenti. Il resto non conta più, forse non ha mai avuto valore: le radici familiari, la pietà o i senso di colpa. I soldi regolano il gioco. E chi ne ha di più, vince.

Peccato che dopo aver costruito un ritratto impietoso e di grande potenza drammatica, Bahrani decida di chiudere il suo film con un espediente narrativo di quart’ordine e con una tirata buonista e moraleggiante che lascia, questa sì, l’amaro in bocca.

Basterebbe ricordare l’esito implacabile di The Wolf of Wall Street per capire quanto, in una storia come questa, sia necessario stare alla larga dalle scorciatoie e fare la voce grossa.

Perchè non è con la catartica punizione del colpevole che si rende un buon servizio alla verità.

Il film crolla miseramente proprio alla fine, lasciando solo il ricordo di quelle esecuzioni forzate, di quelle umiliazioni ripetute di persone che si sono fidate della parola data e delle loro possibilità.

Andrew Garfield, tolta la maschera di Spider-Man ritorna il giovane brillante di Non lasciarmi e The Social Network, il bravo ragazzo travolto dagli eventi.

Ma a rubargli la scena costantemente è il mefistofelico Michael Shannon, ancora una volta perfetto e inquietante, nel ritratto di un piccolo Gordon Gekko capace di tutto: uno squalo che è partito dal nulla e che non ci vuole ritornare, qualsiasi prezzo ci sia da pagare.

Poteva essere un film di riferimento per raccontare il declino dell’impero americano. Non ci è riuscito sino in fondo.

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