Cannes 2014. The Homesman

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The Homesman **1/2

Tommy Lee Jones ritorna dietro la macchina da presa ad otto anni di distanza dal bellissimo e feroce Le tre sepolture, vincitore proprio a Cannes del premio per la migliore regia, e lo fa raccontando ancora una volta una storia di Frontiera.

Mary Beth Cuddy e’ una donna sola, una pioniera che vive in Nebraska, coltivando la terra e sognando un uomo che la sposi e condivida i suoi sogni.

Ma il tempo passa ed i pretendenti sembrano impauriti dalla sua indipendenza e dal suo carattere risoluto.

Nella piccola citta’ in cui vive, tre donne mostrano i segni della follia. La vita dura dell’ovest non e’ per tutti. Su proposta del reverendo, Mary Bee si incarica di accompagnare le tre donne in Iowa, dove potranno trovare cura e rifugio adeguati.

Preparato un calesse di fortuna, l’intraprendente protagonista e’ pronta a partire per un viaggio a rebours, quando sulla sua strada incontra un uomo sconosciuto a cui salva la vita, in cambio della disponibilita’ ad accompagnarla verso l’Iowa.

L’uomo dice di chiamarsi ‘George Briggs’, ma il nome conta poco. E’ un uomo in fuga, un soldato che ha disertato, un fuorilegge, probabilmente.

I due accompagnano le tre donne riottose, attraverso i pericoli delle grandi pianure.

Incontreranno gli indiani, dovranno fronteggiare freddo e fughe improvvise, ma non c’e’ un happy ending ad attenderli…

Il film di Tommy Lee Jones si spinge nei territori solitamente battuti da Clint Eastwood, con una riletura della Frontiera che fa a pezzi il Mito, con una radicalita’ ed un coraggio notevoli.

In The Homesman non rimane davvero piu’ nulla. I sogni sono finiti da un pezzo. I bambini muiono di dissenteria, le madri persono il senno, gli uomini fuggono o sparano, neppure i soldi hanno piu’ valore. Il racconto di Jones, ispirato al romanzo di Swarthout e’ un pugno allo stomaco: cupo e definitivo, ha il volto vissuto e segnato del suo autore/attore.

Non resta che cantare ubriachi, sulle acque del grande fiume Mississipi, ricordando un passato felice che non e’ forse mai davvero esistito, mentre le lapidi affondano, con il ricordo dei migliori.

Forse Le tre sepolture, scritto da Arriaga, poteva sembrare piu’ moderno nel suo intrecciare tempi e punti di vista. Qui Jones si affida invece ad una classicita’, che la fotografia di Rodrigo Prieto restituisce in tutta la sua essenzialita’, con la linea dell’orizzonte a dividere cielo e terra.

 

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