The Butler

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La parabola di Lee Daniels è degna di nota. 

L’esordio con un thriller di basso livello, Shadowboxer, quindi il trionfo di Precious, film crudo e iperrealista su un’adolescente violentata nel corpo e nello spirito, presentato al Sundance – dove vince il premio della giuria e quello del pubblico – e poi ad Un certain Regard. Anche le nominations agli Oscar arrivo infine a coronare il successo di uno dei film più disturbanti del decennio.

Quindi Daniels comincia ad adagiarsi sugli allori: cast hollywoodiano per The Paperboy, una storia ambientata nel profondo sud negli anni ’60, in concorso a Cannes e distribuita dai Weinstein: un fallimento su larga scala.

Infine questo The Butler, racconto di uno dei maggiordomi della Casa Bianca, tra diritti civili e conflitti familiari: un pasticcio senza capo nè coda, che si risolve in un spot pro-Obama, non richiesto e del tutto semplificatorio.

Cecil Gaines nasce nel profondo sud segregazionista. La madre impazzisce dopo essere stata  violentata dal padrone bianco ed il padre viene ucciso.

Cecil diventa un “negro di casa”: aiuta a servire, si occupa della cucina e diventa invisibile agli occhi dei bianchi. Appena può fugge però al nord ed arriva a Washington. Qui impara a fare il barman ed a servire nei club esclusivi della capitale, senza mai prendere una posizione, incarnando il perfetto servitore silenzioso ed ossequioso.

Viene segnalato al maitre della Casa Bianca ed inizia a servire il Presidente Eisenhower. Resterà in carica sino alla seconda metà degli anni ’80, con Reagan.

Nel frattempo a casa, il figlio Louis è un ribelle, che si impegna per i diritti civili, prima con il Dottor King, quindi con le Black Panther, sino ad essere eletto al Congresso.

Tra i due i rapporti resteranno tesi per molti anni. Nessuno comprende davvero l’altro, fino a che Cecil non si rende conto che l’ossequioso rispetto dello status quo bianco non avrebbe fatto muovere un passo nella direzione giusta e che la bonomia di alcuni Presidenti nei suoi confronti, non mutava il loro profondo razzismo. 

Il film è una galleria presidenziale, con un paio di scene per ciascuno: Eisenhower, Kennedy, Johnson, Nixon, Reagan.

Complessivamente vengono ritratti con una superficialità che lascia sbigottiti: poco più che macchiette, buone per mostrare l’imperturbabilità di Cecil.

Peraltro il film li mostra impegnati solo nelle questioni dei diritti civili, come se non pensassero ad altro.

Anche lo schematismo nei rapporti tra Cecil ed il figlio, è francamente stucchevole. E persino la riconciliazione finale sotto l’egida di Mandela e Obama è risolta con modalità degne di un pessimo melò anni ’50.

La regia è invisibile e conservatrice, il messaggio buonista e politically correct in modo furbesco. 

Forest Whitaker spreca il suo talento, in un cast messo in difficoltà dalla sceneggiatura di Danny Strong.

Da dimenticare in fretta.

THE BUTLER

 

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