L’Oscar per il miglior film straniero tra novità e vecchi problemi

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Sin da quando è stato istituito alla fine degli anni ’40 come premio speciale e poi dal 1956 ufficialmente, il sistema di voto e quello di selezione del Premio Oscar per il miglior film straniero è stato oggetto di continue modifiche e aggiustamenti.

Nei primi anni, il numero dei paesi che sottoponevano la propria candidatura all’Academy era molto ridotto: 8 nella prima edizione, una quindicina fino ai primi anni ’70, poi un aumento costante di una decina di titoli ogni decade, sino all’attuale record di 76.

Questo ha mandato in crisi progressivamente il sistema ideato a Hollywood, che prevedeva che potessero votare per questa categoria solo coloro che avessero dimostrato di aver visto in sala tutti i film candidabili.

Ma dimostrare di aver visto 60-70 titoli stranieri rendeva il numero dei votanti così ridotto, da creare un effetto paradossale per un contest di popolarità come sono gli Academy Awards.

Nel corso degli anni, il voto popolare è stato quindi affiancato da una commissione che integrava i sei titoli scelti preliminarmente con altri tre ritenuti meritevoli, sino ad una shortlist di nove film, tra cui selezionare i cinque nominati.

Questo sistema era stato introdotto nel 2006 dopo che la Palma d’Oro 4 mesi 3 settimane 2 giorni era rimasto fuori dalle candidature, in favore di titoli assai meno conosciuti e meritevoli.

Storicamente il premio ha garantito nel passato un riconoscimento a molti grandi maestri europei ed asiatici: Fellini, De Sica, Bergman, Kurosawa, Truffaut, Tati.

Rimanendo agli ultimi 20 anni, con le sole eccezioni di Pedro Almodovar, Michael Haneke, Ang Lee e Asghar Farhadi, il novero dei vincitori è invece affollato di perfetti sconosciuti e registi mediocri: Gavin Hood (Tsotsi), Juan Jose Campanella (Il segreto dei tuoi occhi), Yojiro Takita  (Departures), Stefan Ruzowitzky (Il falsario – Operazione Berhard), Mike van Diem (Character), Caroline Link (Nowhere in Africa), Marleen Gorris (L’albero di Antonia).

Il novero dei votanti era così ristretto da favorire spesso le opere più tradizionali con un certo appeal emozionale.

L’elenco è desolante, soprattutto se messo a confronto con quello dei vincitori di Cannes, Berlino e Venezia: l’Academy ha completamente ignorato tutti i più importanti fenomeni culturali a cavallo del nuovo secolo: dal cinema iraniano a quello danese, dalla quinta e sesta generazione cinese al cinema vitalissimo delle isole Hong Kong e Taiwan, dai registi della crudeltà austriaci e sud coreani, alle nouvelle vagues rumena, greca, turca, messicana.

Per non parlare dei grandi autori come Lars Von Trier, Jacques Audiard, i fratelli Dardenne, Nuri Bilge Ceylan, Aleksander Sokurov, Abbas Kiarostami, Manoel de Oliveira, Wong Kar Wai, Apichatpong Weerasethakul, sino al nostro Matteo Garrone, spesso mai neppure nominati.

Certo, anche le singole commissioni nazionali compiono errori, inviando all’Oscar il film sbagliato, ma anche in questo caso le scelte sono state spesso obbligate da astrusi limiti temporali, linguistici e produttivi.

A partire da Ballando Ballando di Ettore Scola, in gara per l’Algeria (?) sino a Niente da nascondere di Haneke, squalificato come candidato austriaco e Private di Saverio Costanzo, eliminato perchè recitato in ebreo e arabo.

Buon ultimo è il caso di La vita di Adele, Palma d’Oro a Cannes che non è stato candidabile dalla Francia, perchè uscito nelle sale francesi un paio di settimane dopo il termine indicato dall’Academy. Con il paradosso, che potrà eventualmente concorrere al premio di miglior film straniero l’anno prossimo, se la Francia lo selezionerà, ma già da quest’anno potrebbe gareggiare per tutti gli altri premi (miglior attrice e sceneggiatura, ad esempio) poichè uscirà regolarmente negli Stati Uniti entro dicembre.

Variety dedica un lungo articolo di Scott Fundas alle nuove regole che hanno liberalizzato il voto per questa categoria, consentendo di fornire a tutti i membri dell’Academy dvd screener dei selezionati, ampliando così la platea dei votanti, di pari passo con quella dei candidabili.

Certo, nessuno avrà più la garanzia che i votanti abbiano effettivamente visto i 76 film in gara, ma così si sono eliminati limiti e certificati di sorta, parificando questa categoria a tutte le altre ed a quella dei documentari che pure prevedeva un meccanismo particolare sino a pochi anni fa.

*Piccola postilla a beneficio dei media italiani

Nella ricerca che ha preceduto questo articolo abbiamo avuto modo di consultare gli elenchi dei film selezionati dai diversi paesi, sin dall’istituzione del Premio Oscar per il miglior film straniero.

E’ vero che l’Italia è il paese con più vittorie (13, in realtà 12 più la coproduzione de Le mura di Malapaga di René Clement) ed è seconda solo alla Francia per numero di candidature (27 a 36), ma è anche uno dei paesi che ha sempre partecipato, sin dalla prima edizione e con l’unica eccezione dell’anno 1973.

E’ vero quindi che non c’è un film italiano nominato dal 2005 ed un vincitore dal 1998, ma la concorrenza si è fatta spietata, da allora.

Quando i candidati erano solo poco più di una decina, le possibilità di essere nominati erano certamente maggiori di oggi.

Pertanto è evidente che le difficoltà distributive e di prodotto del nostro cinema si sono sommate negli ultimi anni alla difficoltà oggettiva di emergere in una competizione, diventata sempre più difficile e sino all’anno scorso del tutto paritetica.

Da quest’anno il meccanismo cambia: i film più noti, che i membri dell’Academy hanno visto ai festival, nelle sale di New York e Los Angeles o di cui hanno anche solo sentito parlare da amici e conoscenti, avranno certamente più peso rispetto ai piccoli film sconosciuti, che si sono imposti a sorpresa negli ultimi 20 anni e che sono presto ritornati nel limbo degli impresentabili.

Staremo a vedere quale sarà l’esito di questa ennesima riforma, anche per il nostro paese.

 

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