Machete Kills

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Machete Kills *

Ritorna in sala a quattro anni di distanza dalla prima veneziana, l’eroe messicano inventato da Rodriguez e Tarantino in occasione del loro esperimento Grindhouse.

Machete era innanzitutto uno dei quattro finti trailer che aprivano il dittico Planet Terror/Death Proof. Quindi è diventato un film, che rimaneva in gran parte fedele a quelle prime immagini promozionali.

Ora ritorna alla carica e promette di farlo anche una terza volta, “in space!”, come previsto dal nuovo teaser che apre l’ultima fatica di Robert Rodriguez, facendo il verso a Star Wars.

Peccato allora che l’eroe messicano, inviso al cartello del narcotraffico, sia protagonista di un sequel senza capo nè coda, imbarazzante e fiacco, da ogni punto di vista.

Rodriguez sembra essersi già stancato della sua creatura, capace di dare il meglio di sè nei brevi messaggi promozionali, più che nella compiutezza delle sue avventure cinematografiche.

Molti degli attori chiamati a regalare brevi e gustose (?) apparizioni  – Jessica Alba, Antonio Banderas, Vanessa Hudgens, Cuba Gooding Jr., Lady Gaga, Sofia Vergara, Amber Heard – sembrano esaurire la propria funzione senza alcuna connessione con la storia, in una teoria di assoli che li lascia spesso senza nulla da fare o da dire.

Esaltando il corto circuito tra produzione e marketing, Machete nasceva prima come messaggio promozionale di un film inesistente e solo dopo come personaggio di una serie di film, che minaccia di allungarsi.

Rodriguez segue Tarantino nel mettere in scena il meccanismo dello spettacolo, sino a ribaltarne le modalità ed il senso, in un gioco post-moderno che però finisce sempre più spesso per sfuggire al regista messicano, capace solo di una pratica fine a se stessa, che mostra il vuoto su cui si poggia.

Non c’è una vera strategia comunicativa, nè autoriale, non c’è una vera rielaborazione personale di materiali di genere, non c’è neppure ironia in questo Machete Kills, che si limita a riproporre stancamente situazioni e personaggi del primo episodio. Almeno quelli sopravvissuti alla carneficina di Machete.

Ritroviamo il nostro eroe assieme a Jessica Alba, un’agente della DEA americana, mentre cerca di sgominare una banda del cartello, quando dei misteriosi uomini mascherati irrompono sulla scena ed eliminano quasi tutti, lasciando che la colpa del massacro ricada sul protagonista. Ma è il Presidente degli Stati Uniti, un guerrafondaio e donnaiolo Charlie Sheen, ad interrompere l’esecuzione sommaria del messicano, per affidargli l’incarico di scovare e rendere inoffensivo un pericoloso terrorista messicano, dagli umori imprevedibili e probabilmente bipolare.

Machete accetta la missione, salvo poi scoprire che il vero cattivo è un industriale a stelle e strisce, interpretato da un robotico Mel Gibson, che rifornisce di armi micidiali e futuristiche i terroristi globali.

Machete si mette quindi sulle sue tracce, aiutato anche dalla combattiva Shè – Michelle Rodriguez – ma il finale aperto rimanda circolarmente al trailer iniziale e ad una battaglia, che continuerà nello spazio.

Il film procede meccanicamente, senza grandi trovate comiche, riciclando i clichè e le battute del primo episodio.

Anche la carica politica ed eversiva dell’originale viene qui molto ridimensionata, di pari passo con le scene erotiche, che richiamavano il tradizionale mix dei Grindhouse anni ’70, a cui il progetto originale di Rodriguez e Tarantino intendeva rendere un sentito omaggio.

Il problema è che il regista messicano rimane sempre in superficie e pur masticando il linguaggio postmoderno dell’amico, non l’ha mai davvero compreso e fatto proprio, limitandosi a pantografarlo, con i limitati strumenti teorici che possiede.

Ed il risultato, questa volta ancor più chiaramente del solito, è un giocattolone che non diverte più nessuno, fuori tempo massimo, che rimane chiuso nella sua retorica distruttiva, ma che dalle macerie non riesce a trarre alcunchè: nessuna visione del mondo, nessuna idea di cinema, nessuna riflessione sul disincanto spettatoriale.

Curiosamente i suoi film, che hanno scherzato pericolosamente con il vuoto programmatico delle proprie fonti d’ispirazione, sono diventati sempre più indistinguibili da queste ultime.

La satira mostra la corda: è ora di tornare a dare qualcosa al proprio pubblico, come ricordava il Wallace di Infinite Jest.

Rodriguez non usa la spazzatura per farne qualcosa di personale e radicalmente nuovo, alla maniera di un Ico Parisi: nelle sue mani purtroppo la spazzatura rimane troppo spesso quella che è.

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