BFI London 2013. Blackwood

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Blackwood ***

Dopo essersi faticosamente ripreso da un esaurimento nervoso, lo storico Ben Marshall si trasferisce nella remota campagna inglese dello Yorkshire con moglie e figlio al seguito, per ricominciare: con un nuovo contratto d’insegnamento in Università e una magnifica magione da restaurare, le cose finalmente sembrano andare per verso giusto.

Fino a quando visioni spettrali e rumori notturni tornano a disturbare il sonno di Ben, precipitandolo in una nuova ossessione – scoprire il passato oscuro della casa di cui presto si troverà prigioniero.

Prima mondiale per la categoria Cult al BFI London Film Festival e doppio debutto alla regia e alla sceneggiatura, Blackwood è un’interessante e riuscito esperimento di intersezione tra generi – l’esordiente Adam Wimpenny (classe 1978) l’ha definito supernatural thriller.

Ci sono infatti gli elementi dell’horror che rendono omaggio ai classici del genere (The Shining, The Others), rivisitati in chiave contemporanea e con tocchi squisitamente british – prima del tracollo, Ben lavorava come storico in TV per un canale che somiglia molto a BBC4, mentre il misterioso guardiacaccia Jack è un reduce dall’Afghanistan incapace di superare il trauma dell’esperienza in guerra.

Non solo, ma nelle concitate scene finali l’ambientazione lugubre e remota ricorda le sequenze finali dell’ultimo James Bond, Skyfall.

Se tutte le storie di fantasmi in case abbandonate si somigliano, il talento sta nell’abilità di raccontarle ogni volta in maniera diversa. In mancanza di budget generosi, Wimpenny rinuncia agli effetti speciali e costruisce la tensione con poche, ma efficaci scelte: un’ottima colonna sonora, un numero ridotto di MacGuffin pescati con cura dall’immaginario gotico (maschere di legno intagliato, vecchie roncole), un cast capace e di talento – il protagonista è interpretato con misura e intensità dal figlio d’arte Ed Stoppard.

Particolarmente apprezzabile è poi l’attenzione che la storia riserva ai ruoli femminili, che abbandonano la condizione subalterna di “macchine per la produzione di strilli” (motivo per cui a Stephen King non piacque l’adattamento di The Shining) per trasformarsi in personaggi complessi e attraenti allo stesso tempo – Sophia Myles dà un volto e una voce molto convincente a Rachel che, prima di diventare moglie e madre modello rinchiusa a Blackwood a cuocere marmellate, era una musicista di talento.

Pieno di suspense e ben costruito, Blackwood è un promettente esordio che merita di uscire dai confini nazionali – speriamo che il BFI London Film Festival lo aiuti in questo obiettivo.

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