BFI London 2013. The Do Gooders

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The Do Gooders *

Chloe Ruthven s’era fatta un nome nel 2008 con Mario and Nini, documentario su una coppia di ragazzini a rischio criminalità presentato allo Sheffield Doc/Fest. La sua reputazione è cresciuta nel 2011, all’Open City Docs Festival a Londra: il mediometraggio Death of a Hedge Fund Salesman, su un amico spinto al suicidio nell’Inghilterra delle deregolamentazioni finanziarie post-Thatcher le era valso il titolo di miglior regista emergente.

Due anni dopo e con l’aiuto dei fondi di YouTube, Chloe Ruthven ritorna con un nuovo documentario al London Film Festival, presentato nella sezione Journey in prima mondiale: The Do Gooders – letteralmente coloro che fanno del bene­, sull’attività umanitaria svolta dai nonni in Palestina all’indomani dell’occupazione israeliana, nel 1960. Viaggiando attraverso Ramallah, Nablus e Jenin Ruthven documenta la sua ricerca: cosa è rimasto dello spirito che ha spinto i suoi nonni a lasciare la nativa Inghilterra, l’auto carica di coperte e scorte alimentari? Chi gestisce l’aiuto umanitario in quelle zone ora, e in che modo? Durante le sue peregrinazioni Ruthven incontra la palestinese Lubna, che accetta di farle da autista e da guida per evitare (nelle sue parole) che il documentario diventi l’ennesimo pamphlet arrogante e paternalista sui ‘poveri palestinesi’ soccorsi dagli occidentali.

Sulla carta va tutto bene, anzi sembra molto promettente – peccato che nessuna delle dichiarazioni d’intenti all’inizio del film venga rispettata: il guerrilla documentary girato da due novelle Thelma e Louise non è che un noioso, sconclusionato flusso di coscienza della stessa Ruthven, che a tratti sfiora il ridicolo per eccesso di narcisismo. Ma procediamo con ordine.

Per cominciare, l’approccio alla ricerca è privo non solo di rigore scientifico, ma di un qualsiasi straccio di filo conduttore – e la necessità di comprendere le figure dei nonni, elaborandone l’eredità materiale e spirituale da un punto di vista strettamente psicologico non fa che aumentare la confusione. Ruthven incontra personaggi di ogni ceto, professione e origine – e alcune interviste rivelano fatti interessanti, ad esempio le malversazioni e la corruzione di USAID nella gestione delle sorgenti d’acqua in Palestina e Israele. Si tratta però di eccezioni, perché per la maggior parte del tempo assistiamo a dialoghi frammentari, non contestualizzati e commentati con pericolosa leggerezza da una sempre più spaesata Ruthven – un esempio è la storia del nostro connazionale Vittorio Arrigoni, che appare fugacemente davanti all’obiettivo della regista prima di essere ucciso.

Quando poi Lubna prende le redini dell’itinerario, l’equilibrio si sposta dai (faticosissimi) tentativi di capire qualcosa sugli aiuti umanitari nei territori occupati al rapporto personale tra Ruthven e la sua controparte palestinese – impegnata a pontificare su quanto gli stranieri (specie se occidentali) non possono, né potranno capire mai quello che i palestinesi hanno vissuto e continuano a vivere. Le schermaglie linguistiche e politiche, i litigi e le lacrime sono ripresi nel dettaglio e ai limiti del morboso, ma risultano ridicole ed irritanti perché ingiustificate – almeno da un punto di vista filmico, visto che di Lubna, del suo passato e delle sue attività non sappiamo nulla.

The Do Gooders è un fallimento su tutta la linea: come road movie, come documentario al femminile, come reportage sulla situazione presente dei territori occupati in Palestina. Forse riesce a dire qualcosa sull’incapacità degli occidentali anche solo di iniziare a comprendere la complessità dei problemi di quelle aree del mondo, ma involontariamente e per riflesso – e non è un buon segno.

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