I nuovi weekend cinematografici, la distribuzione e la crisi del cinema italiano

L’inizio della nuova stagione cinematografica italiana è stato peggiore persino della fine di quella passata. L’idea di lanciare i nuovi film un giorno prima, cioè il giovedì, aiuterà a gonfiare i dati del botteghino del weekend, ma quello che conta sono gli incassi complessivi.

E qui i film italiani arrancano. Nessuno escluso: commedie e capolavori, film d’attore e d’autore. Il sistema-cinema è sempre più in crisi e quello che ci aspetta non sembra essere capace di invertire la rotta. Gli ultimi eroi del botteghino – Zalone e Bisio+Siani – sono in pausa di riflessione, il cinepanettone è arrivato al capolinea. I vecchi leoni della comicità si riciclano cercando nuove strade, a partire dall’intelligente Verdone che si lascia plasmare da Paolo Sorrentino.

Se persino un film come Bella addormentata non riesce più a trovare il suo pubblico e Garrone passa dai 10 milioni di Gomorra al milione e mezzo scarso di Reality, allora c’è qualcosa che non va.

Nel deserto culturale, indubbiamente facilitato da trent’anni di televisione commerciale capace di sollecitare solo i nostri istinti più bassi ed assecondato dalla stampa generalista, costretta ad adeguarsi al trend più superficiale, anche il cinema italiano ha finito per perdere qualsiasi identità.

Non si tratta più nemmeno di crisi di idee. Quelle, grazie al cielo, continuano ad esserci, nei vecchi leoni Bertolucci, Amelio, Bellocchio, i Taviani, come nell’ultimo degli esordienti, come dimostrano i bellissimi debutti di Alice Rohrwacher e Leonardo Di Costanzo.

No, quella che è moribonda è l’industria capace di suggerire quei contenuti ad un pubblico in grado di apprezzarli: l’avvento dei multiplex, l’enfasi promozionale giocata tutta sui prodotti più commerciali, la chiusura ingloriosa di molte sale di qualità cittadine e di provincia, ha finito per far sparire persino quel pubblico attento e recettivo, che pure esisteva ancora a metà degli anni ’90.

Tre spunti questa settimana hanno attirato la mia attenzione.

Innanzitutto l’allarme lanciato da Marco Giusti nella sua rubrica su Dagospia: “In questo inizio di stagione, esattamente come l’anno scorso, il nostro cinema sembra che abbia perso completamente contatto con il pubblico giovane e meno giovane, perfino col pubblico delle donne che ha affollato “Magic Mike”. E’ come se a vedere i nostri film andassero solo i lettori di ‘’Repubblica” o quelli che leggono le recensioni e gli articoli sui festival sui giornali (ma, forse, neanche quelli).

C’è un problema serio di strategia produttiva e di strategia distributiva, anche se non abbiamo realmente titoli accattivanti per le sale né vere star che richiamino un pubblico. E, a monte, sono pochi i titoli in uscita, da Soldini a Virzì, da Bertolucci a Castellitto, che potrebbero davvero incassare nei prossimi mesi. Del resto, può essere giusto produrre film, sia d’autore che di genere, a basso costo, ma spesso sembra che basso costo significhi anche minore qualità e ripetizione infinita degli stessi attori negli stessi ruoli, come se avessimo ancora un cinema di genere.

 

Anche dai periodi di crisi si può uscire sperimentando nuove idee e nuove personalità autoriali, ma non viene fatto questo, si produce solo di meno e a minor costo. Logico, allora, che il pubblico vada a vedere i film americani o si chiuda in casa tra partite su Sky e fiction polpettonistiche di altissimo culto.

Quindi Paolo Virzì che, presentando il suo nuovo film, Tutti i santi giorni, ha dichiarato:  “In Italia in provincia la gente deve fare anche 30 km per andare a vedere un film e alla fine sceglie di vederlo in altri modi. Se penso penso alla situazione delle sale vedo un cambiamento epocale irreversibile, che andrà di male in peggio”.

Parallelamente Confindustria Cultura Italia ha promosso un convegno sull’agenda digitale nel quale il suo vicepresidente, Riccardo Tozzi, produttore illuminato e presidente dell’ ANICA, ha presentato i nuovi progetti di distribuzione digitale:  “Entro la fine dell’anno partirà la piattaforma online per la vendita e il noleggio di film dell’Anica. Partiremo con un migliaio di titoli provenienti dai principali distributori italiani e la nostra pianificazione prevede di aggiungerne in breve tempo molti altri.

Sono convinto che la rete sarà un grande strumento di ricavo per i nuovi film ma che soprattutto sarà il mezzo perfetto per valorizzare il nostro straordinario archivio. Negli ultimi 20 anni le giovani generazioni non hanno avuto dove guardare il cinema italiano del passato. La mia generazione aveva i cinema che facevano retrospettive, quella seguente la televisione ma quella di oggi non lo conosce e internet è perfetto per andare a servire i bisogni di nicchia. Il potenziale è enorme.

Le finestre distributive (il lasso di tempo che intercorre tra l’uscita in sala e quella online, homevideo e sulla tv, ndr.) non possono essere liquidate come un problema. E’ sbagliato. E’ evidente che vanno riviste e questo deve accadere non appena partirà la nostra offerta legale. Ci sono molte contraddizioni nel sistema delle finestre e anche parametri obsoleti. Bisogna accorciare ma anche capire una cosa fondamentale che il cinema nazionale esiste perchè ci sono le finestre e perchè ci sono le sale e gli obblighi di investimento delle televisioni. Oggi il cinema italiano, nel nostro paese è arrivato ad avere una quota del 40% del totale, nemmeno in Francia la quota di prodotto nazionale è così alta! E’ un successo raggiunto anche grazie al fatto che le televisioni sono state obbligate a non essere solo compratori ma anche produttori e grazie al mercato delle sale che al momento vale 100 milioni di euro. Se li tagliamo fuori a favore di internet tutti questi fondi spariscono e non si produce più o almeno non più a questo livello e con simili risultati. Per questo non si può abbattere le finestre di colpo, occorre pianificare per bene uno spostamento, bisogna far posto alla rete ma in maniera ragionata senza perdere i ricavi che abbiamo maturato.

In tutta Europa domina la mentalità distributiva che però è perdente. Non abbiamo i mezzi della concorrenza, cioè degli americani, dobbiamo puntare su quello che possiamo e sappiamo fare meglio ovvero i contenuti. Se continuiamo a pensare di migliorare la tecnologia per veicolare contenuti altrui non siamo modernisti ma retrogradi.

Innanzitutto esistono film che in Italia escono in sala ma è come se non uscissero. Stanno poco e in pochi cinema. Questi devono essere i primi a finire online, non come ghetto ma come luogo dove possono essere davvero visti. Il 40% dei film italiani e il 20% dei film stranieri sono praticamente invisibili. Devono essere i primi ad andare online e aiutati da un’azione promozionale forte che spieghi il fatto che sono in prima visione.”

Basterà?

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