C’era una volta in Anatolia

C’era una volta in Anatolia ***

Il film si apre su una finestra opaca. E’ notte. Si intravvedono tre uomini, che bevono assieme. Sembrano amici. Di lì a poco però uno dei tre sarà morto, un’altro reo confesso del delitto, il terzo testimone dei fatti.

L’opacità di questa prima inquadratura, la distanza tra quello che ci sembra di vedere e di intuire e la realtà, è in fondo la chiave per comprendere questo straordinario film di Ceylan. Un film in cui la verità si fa strada a fatica, attraverso le ombre, attraverso l’opacità dei personaggi, attraverso dialoghi apparentemente supeflui, ma che rivelano pian piano un mondo arcaico, pieno di segreti e di dolore.

E’ il tramonto, siamo a 30 km da Ankara, due automobili e una jeep dell’esercito si inoltrano nella campagna sconfinata e nelle valli attorno alla capitale. Stanno cercando qualcosa, ma non riescono a trovarlo.

Sulle auto ci sono il procuratore capo, due poliziotti, il medico legale, il cancelliere e due operai con delle pale per scavare.

Ci sono anche i due uomini dell’inizio: hanno confessato il delitto del terzo e dovrebbero rivelare il luogo in cui hanno sepolto il corpo della loro vittima. Ma non lo ricordano piu’. Forse erano ubriachi, forse semplicemente si confondono nella notte buia, forse prendono in giro il caravanserraglio della giustizia.

Due, tre soste, presso delle fontane danno esito negativo.

La notte avanza ed il gruppo si ferma in un piccolo villaggio, ospite del sindaco, che ha anche lui le sue preoccupazioni e chiede aiuto.

Nel frattempo i poliziotti usano le maniere forti con gli assassini, e il procuratore chiede consiglio al medico, sulla morte annunciata di una donna, subito dopo il parto, che si rivelera’ ben piu’ importante e personale, di quanto non voglia far credere. Tutti hanno qualcosa da nascondere, dolori che tormentano e che a stento riescono a trattenere: l’atmosfera si fa sempre più minacciosa e grave.

Nella notte l’assassino confessa anche il legame particolare che lo lega alla famiglia della sua vittima.

La mattina seguente, gli assassini ritroveranno finalmente il cadavere, sepolto in un campo arato: dopo un lungo sopralluogo ed un surreale verbale di ritrovamento, la polizia lo trasporterà in citta, per l’autopsia.

La moglie ed il piccolo figlio della vittima riconosceranno il corpo, allontanandosi poi con i suoi pochi effetti personali, mentre ancora una volta toccherà al medico cercare di rimettere insieme i pezzi della verità, anche a costo di occultarla, per non aggravare la posizione dell’imputato e per salvare forse l’immagine di un paese che vuole “entrare in Europa”.

Il racconto fluviale di Ceylan e’ un lungo viaggio verso la notte, in cui giustizia, verita’, menzogne, violenza si confondono sempre di piu’.

La giustizia e’ degli uomini: fallace, incerta, spesso incomprensibile. Nel piccolo paese di provincia dove tutti si conoscono, i silenzi superano le parole. Ed i tre rappresentanti della legge – il medico, il procuratore ed il commissario – sono anch’essi tormentati e disillusi, angosciati da un rimosso, che non riescono più ad occultare.

Ceylan costruisce grandi quadri notturni, grazie ad uno sguardo non comune sul paesaggio e la natura che avvolge le miserie umane. Si perde volentieri inseguendo una mela che rotola o la scia delle luci delle auto.

L’ambiguità dei suoi personaggi lascia immaginare segreti e inquietudini di cui non saremo mai messi a parte veramente. E non bastano i formalismi giuridici del procuratore a far luce sulle domande, che restano senza risposta.

Il regista rischiara con poche luci gli interni e i volti dei suoi personaggi, senza mai una sottolineatura di troppo, con un’eleganza formale che ricorda il primo Antonioni.

Certo si tratta di un film di sfumature, di mezze parole, di confessioni sussurrate, di amarezza diffusa, in cui non sembra succedere quasi nulla, in cui persino i personaggi sbadigliano. Quando finalmente viene localizzato il corpo, che i protagonisti stanno cercando, dopo oltre un’ora e mezza, in sala partono applausi ironici.

Ma se si accetta di seguire la lentezza estenuante di Ceylan, non si resta delusi.

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