Magic Valley

a cura di Fabio Radaelli

Magic Valley di Jaffe Zinn

Da subito il titolo del film sembra stridere con i presagi di morte protagonisti fin dalle prime inquadrature, dopo dei titoli di testa affascinanti in cui il tema della morte si presenta ancora in incognito, come nascosto dietro una forma di irrealismo magico. Invece non è per niente diluita l’immagine della morte nel canale prosciugato e nei pesci imbolsiti, gonfi, irrigiditi che guardano lo spettatore non meno scopertamente di quanto lui faccia con loro.

Il film palesa dunque subito il centro semantico attorno a cui ritorna tutta la vicenda: la vacuità dello sguardo: poco importa che sia quello di un animale o quello di un uomo; di lì a poco viene poi esposto il centro narrativo verso cui convergono tutte le vicende che avvengono per le vie di questo piccolo paesino dell’Idaho: l’omicidio di un’adolescente.

Forse è più preciso dire la morte di una adolescente. Attorno ruotano storie, emozioni, personaggi e si palesano i grandi miti dell’immaginario americano che concorrono, svuotati e apertamente derisi, nella definizione di questa vacuità dello sguardo incapace di dare senso alle cose.

E così gli indiani e i cowboy sono ridotti ad un gioco per bambini, i telefilm dei Texas Rangers (più complessivamente la figura dei tutori della Legge) alla parodia di un racconto fatto per ammazzare il tempo, i boy scout ad un diversivo utile per fare qualche ripresa a metà tra lo splatter e il demenziale.

Il tutto raccontato con mano ferma ed elegante dalla regia di Zinn e descritto in modo ammirevole dalla fotografia di Kirby, con attori che riescono a dare forma e sostanza a questa indifferenza e a questo sguardo vuoto, incapace di vedere e di capire.

 Durante tutto il film infatti lo sguardo vuoto, le mezze verità, le conversazioni tronche sono un vero e proprio refrain con cui il regista vuole apertamente smascherare la pochezza e l’ipocrisia di parole che non dicono, di genitori che non si curano dei figli, di custodi che non custodiscono e di amanti che non amano.

E’ forse per questo che ci si alza con un sottile senso di gelo nelle ossa e con la sensazione spiacevole di essere ancora guardati, forse spiati, da un pesce morto.

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