Il discorso del re. Il fuoco? Cercatelo altrove…

A Il discorso del re non mancava nulla per vincere l’Oscar: a livello narrativo il fatto di essere tratto da una storia vera, di rappresentare un sentimento universale come l’amicizia virile, di confermare il topos hollywoodiano per antonomasia, l’happy end. A livello stilistico una regia rassicurante, classica e immediata; una fotografia pulita e una musica diegetica. E poi attori in forma, in grado di misurare le rispettive personalità con i loro personaggi, senza quindi trasformarli in macchiette o in pretesti per un virtuosistico gioco di abilità. Un film ben dosato, capace di dare forma stilistica a un equilibrio sostanziale.

Ma se da qui volessimo partire per chiederci, con un tratto fenomenologico degno del dottor Hannibal Lecter, che cos’è la storia in sé, allora troveremmo che questo rispetto della forma e delle parti non è poi così essenziale per un film che ha al proprio centro la narrazione di un atto di formazione.

Di fatto potremmo sintetizzare la trama più o meno con queste parole: la storia di un uomo che vuole smettere di balbettare quando parla in pubblico e per farlo cerca un logopedista in grado di aiutarlo. Che poi l’uomo sia un re e il logopedista un immigrato australiano è importante, ma non decisivo. Che poi tra i due si crei un rapporto di amicizia è polpa sullo scheletro, ma lo scheletro potrebbe stare in piedi anche senza.

Mentre senza questa dinamica di formazione la storia non potrebbe prendere avvio e i due uomini non avrebbero motivo di conoscersi, di scontrarsi e di superare lo scontro. Il terreno di confronto è un’attività di formazione, necessaria ad entrambi per il rispettivo lavoro. Eppure il film perde l’occasione di addentrarsi in questo terreno comune, rappresentandolo in modo piuttosto piatto e stereotipato, senza indagarlo in tutta la sua forza dirompente e anzi, ad un certo punto, ripiegando sul tema dell’amicizia: il formatore chiede scusa, convinto di essersi spinto troppo in là, di aver osato più del lecito, mosso da un sotterraneo filo di egoismo.

Eppure questo banalizza e soggettivizza quello che invece è un tratto distintivo della formazione per gli adulti e che ne determina in modo sostanziale l’efficacia. Il dramma della formazione agli adulti è che ruota attorno ad un cambiamento. Ma la cosa che genera il dramma – e che quindi narrativamente non può essere marginalizzata – è quello che sta prima e quello che sta dopo il cambiamento. La paura da superare non è quella del cambiamento in sè, ma delle conseguenze da esso prodotte.

Prendiamo l’esempio del principe Albert: non può superare il proprio limite nella pronuncia finché superarlo vuol dire andare a sconvolgere il progetto esistenziale a cui è stato in-formato dalle istituzioni con cui si è confrontato durante la vita (in primis la famiglia).

Parlare in modo spedito in pubblico, senza tentennamenti vuol dire infatti sconvolgere questo progetto (o questo non progetto) rendendosi da tutti i punti di vista il più adatto a reggere il Paese. In questa progettualità ridefinita sta tutta la sofferenza della formazione, della formazione vera. Non parliamo di addestrare e nemmeno di informare, ma di formare a tutti gli effetti: andare cioè a sfiorare l’essere, a risvegliarlo dal letargo in cui la vita quotidiana lo depone.

Da questa progettualità, che non può essere accettata (“sarebbe tradimento!” grida il futuro re nel parco), nasce una resistenza insuperabile per qualsiasi formatore.

E nei fatti insuperata dal pur simpatico Geoffrey Rush.

Per superarla bisogna rimuovere le condizioni che l’hanno prodotta (la famiglia) e che l’hanno tenuta in vita (l’essere destinato a non essere il re). Solo allora il progetto formativo non striderà più con la parte profonda e oscura del principe, perché il principe sarà un’altra persona, diventerà il re Giorgio VI.

Il non essere mutato in essere. Di tutto questo conflitto, di questa drammatica sfida il film non riporta granché preferendo adagiarsi in un più tradizionale solco di amicizia virile che dopo un momento di scontro si rafforza grazie al superamento delle differenze, delle divisioni e delle rispettive pregiudiziali, sotto lo sguardo protettivo di un Churchill che sembra la caricatura dell’Infernale Quinlan. In versione inglese, of course.

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