Exit through the gift shop

Exit through the gift shop ***1/2

Exit throught the gift shop è la storia di un documentario fallito: il filmaker incaricato di mettere assieme la storia di un fenomeno artistico e controculturale si rivela un incapace. Che fare?

Gli artisti – inizialmente protagonisti di quel documentario – decidono di ribaltare il punto di vista: loro passano dietro la macchina da presa e l’improvvisato documentarista diventa l’oggetto di un nuovo film.

Che racconta la storia di successo di un curioso francese, immigrato in California, con la passione per le riprese video, diventato improvvisamente un quotato artista di street art.

Sono i meccanismi distorti del mercato dell’arte al centro del più divertente e sulfureo documentario dell’anno -presentato a Berlino ed al Sundance –  che racconta la storia (vera, verosimile, del tutto costruita?) di Thierry Guetta, ossessionato dalla sua videocamera e capace di riprendere ogni attimo della sua vita in maniera compulsiva.

Emigrato in California e padre di famiglia, Guetta, quasi per caso, finisce per entrare in contatto con i più importanti esponenti della street art: prima Space Invader in Francia, poi Shepard Fairley (quello dei famosissimi manifesti di Obama e di Obey con Andrè The Giant) ed infine il misterioso inglese Banksy.

Nella prima parte Exit through the gift shop sembra essere un documentario sul fenomeno della street art, nato alla fine degli anni ’90 e che ha assunto dimensioni rilevanti, anche dal punto di vista commerciale e artistico, nel decennio appena trascorso.

La passione smodata di Guetta per le riprese ed il suo coinvolgimento nelle imprese dei writers, lo avevano introdotto nel mondo segretissimo di questi artisti, che operano in una zona grigia, nella quale l’affermazione di sè e la violazione della legge sono tutt’uno.

Il film è costruito attorno ad una lunga intervista a Guetta ed ai più importati artisti di questo movimento controculturale, alternate alle immagini riprese direttamente dal francese, che testimoniano le loro azioni con spray, colla e carta, sui muri di Los Angeles, New York, Parigi ed in Palestina.

Guetta non è però un vero filmaker e quando Banksy gli affida il compito di mettere assieme finalmente un documentario sulle loro imprese, il risultato, “Life Remote Control”, è imbarazzante per confusione e mancanza di idee.

Ed è qui che Exit through the gift shop diventa altro ed abbandona la descrizione di un gruppo eterogeneo di artisti, per concentrarsi su chi quegli artisti si era impegnato a riprenderli, per testimoniarne le imprese.

Banksy incoraggia quindi Guetta a diventare lui stesso un artista, cercando una sua strada, al di là dei video amatoriali, e crea così una sorta di ‘mostro’: il francese sceglie il nome d’arte di Mr. Brainwash e, con spirito industriale e senza aver nulla da comunicare, scopiazza a destra e a manca dagli altri artisti del movimento e dalla popart, organizzando di punto in bianco un’enorme personale a Los Angeles di tutte le sue opere, con una campagna pubblicitaria fenomenale, cresciuta anche grazie all’inconsapevole aiuto di Banksy, Fairley e degli altri artisti…

Guetta ipoteca tutti i suoi beni e nello spazio grandioso degli ex studi della CBS  mette in piedi un circo, che chiama “Life is beautiful”, pieno di luci e colori, capace di ammaliare con la sola forza della persuasione.

La mostra di Mr. Brainwash è un successo senza pari, le sue opere – frutto per lo più di scansioni e photoshop di suoi collaboratori – vendono per un milione di dollari, nella sola prima settimana di esposizione.

Alla mostra di Los Angeles, ne seguirà un’altra a New York ed il successo sarà suggellato dalla copertina del greatest hits di Madonna.

I suoi amici writer lo considerano poco più che un truffatore, ironizzano sulla sua improvvisa vena artistica, ma le collezioni private si arricchiscono dei suoi pezzi, che toccano cifre da capogiro.

Che cos’è oggi l’arte contemporanea? Chi ha il potere di imporre un artista? Chi stabilisce il valore di un’opera?

E’ possibile costruire un fenomeno in poche settimane?

Banksy riflette su tutto questo con intelligenza, costruendo – o raccontando – una storia esemplare di artista senz’arte.

Molti affermano che dietro Mr.Brainwash ci sia proprio Banksy e che le performance di Guetta e lo stesso documentario siano ispirate e costruite proprio dall’artista inglese, per mostrare il meccanismo perverso del mercato dell’arte contemporanea.

Eppure l’esperimento funziona e dura ormai da oltre due anni: che Mr. Brainwash esista davvero non è poi così importante, che questo Exit through the gift shop sia un documentario o un mockumentary, forse può interessare solo i collezionisti, che hanno pagato migliaia di dollari per le sue opere.

Allo spettatore comune rimane lo spirito anarchico dell’impresa, il racconto di un onesto truffatore, di un mostro creato dal marketing e dal passaparola.

Ed assieme ad esso il monito a considerare il fenomeno della street art con un’occhio più critico, comprendendo che la sfida all’autorità e lo sberleffo sono parte integrante di una controcultura, che ha poco a che fare con gli show e le mostre canonizzate.

Vale la pena di riportare la parole di Roger Ebert, assolutamente perfette: Banksy, the creator of this film, is a gifted filmmaker whose thoughts, as he regards Guetta, must resemble those of Victor Frankenstein when he regarded his monster: It works, but is it Art? 1

1. Roger Ebert, Exit through the gift shop, Chicago Sun-Times, 28.4.2010

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