Ciao Dino!

Si è spento a 91 anni nella sua casa di Los Angeles, Dino De Laurentiis, uno dei pionieri della produzione cinematografica italiana a partire dal secondo dopoguerra.

Già vincitore dell’Oscar con La strada e Le notti di cabiria, era stato insignito dall’Academy dell’Irving Thalberg Award nel 2001. Anche la Mostra di Venezia che gli aveva assegnato il Leone d’Oro alla carriera nel 2003 lo ricorda con parole accorate, che riportiamo.

Dino De Laurentiis, tra i più importanti produttori della storia del cinema, si è affermato dapprima in Italia e poi all’estero, con una lunga e prestigiosa attività di scoperta e sostegno dei massimi registi internazionali, contribuendo in modo decisivo all’affermazione del cinema italiano nel mondo. Numerosi i titoli significativi e rimasti celebri da lui prodotti, sia nel cinema d’autore, sia nel cinema di genere, con film dove la ricerca del successo si è sempre accompagnata alla qualità artistica.

Nato a Torre Annunziata (Napoli) nel 1919, dopo aver lavorato nel cinema come comparsa, attore e aiuto alla regia, a soli 20 anni produsse il primo film. Iniziò ad affermarsi nell’immediato dopoguerra producendo film di Alberto Lattuada (Il bandito, 1946) e Giuseppe De Santis (Riso Amaro, 1949), pellicola che lanciò Silvana Mangano, divenuta più tardi sua moglie. Negli anni Cinquanta, De Laurentiis fondò una società di produzione assieme a Carlo Ponti, con il quale realizzò alcuni dei più significativi capolavori del cinema italiano dell’epoca, tra cui Europa ’51 di Rossellini, L’oro di Napoli (1954) di De Sica, La strada (1954) e Le notti di Cabiria (1957) di Fellini, gli ultimi due titoli vincitori dell’Oscar per il miglior film straniero. Nel 1956 allargò la propria attività all’estero, producendo Guerra e pace di King Vidor. Dopo lo scioglimento della società con Ponti nel 1957, De Laurentiis finanziò opere di grande importanza come La grande guerra di Monicelli (Leone d’oro a Venezia nel 1959). All’inizio degli anni Sessanta realizzò un gigantesco complesso di studi cinematografici che chiamò Dinocittà, dove alternò la produzione di opere di grande impegno finanziario (La Bibbia di John Huston), a opere di grande importanza culturale come Lo straniero (1967) di Visconti. Ancora a Dinocittà: Barabba di Richard Fleischer (1961) con Anthony Quinn, Lo sbarco di Anzio di Duilio Coletti (1968) e Waterloo di Sergej Bondarcuk (1970) con Rod Steiger e Orson Welles.  Nel 1971, dopo aver venduto Dinocittà, De Laurentiis si trasferì negli Stati Uniti, dove confermò il suo talento nel saper produrre film significativi, alternando ricercate opere di genere e impegnative opere d’autore. Cominciò con un film difficile, che all’epoca nessun produttore americano voleva dato il tema scottante della corruzione poliziesca: Serpico (1973) di Lumet, seguirono così altri titoli di successo quali , I tre giorni del condor (1975) di Pollack, King Kong (1976) di Guillermin, Flash Gordon (1980) di Hodges, Il Bounty (1984) di Donaldson, Hannibal di Ridley Scott, L’armata delle tenebre (1996) di Sam Raimi, ma continuò anche a finanziare maestri di prima grandezza quali Robert Altman, Ingmar Bergman, Michel Cimino, Milos Forman, David Lynch. Nel 1990 realizza Ore disperate (Desperate Hours) (1992), ancora di Michael Cimino (un’operazione molto coraggiosa e pericolosa, dato che il regista americano era considerato il responsabile del fallimento della United Artists, e conseguentemente “bandito” da Hollywood), e Body of Evidence – Corpo del reato (1992) di Uli Edel, con Madonna, mentre, tra i titoli più recenti si ricordano il thriller Breakdown – La trappola (1997) e U-571 (2000) di Jonathan Mostow, presentato alla Mostra.

Il suo testamento spirituale dedicato al cinema è nelle parole pronunciate alla Mostra del Cinema di Venezia 2003, dove ha ricevuto il Leone d’Oro alla carriera: “Il problema dei registi italiani è che vogliono fare i film con un occhio alla critica. Noi però siamo show-man e dobbiamo fare film solo per il pubblico”, parole che fanno ben comprendere la filosofia che ha portato al successo De Laurentiis.

Riportiamo anche un brano di un’intervista rilasciata a Marco Grossi de La Rivista del Cinematografo un anno fa:

Come riuscì a produrre Serpico, poco dopo essersi trasferito negli USA?
Un giorno incontrai Peter Maas, autore di The Valachi Papers, un bestseller che avevo già portato sullo schermo. Stava scrivendo “Serpico”, mi accennò qualcosa e gli chiesi di farmi leggere il manoscritto ma aveva terminato solo il primo capitolo. Lo lessi, ne fui rapito e decisi di comprare il libro a scatola chiusa. Maas mi chiese una cifra incredibile per l’epoca: 500.000 dollari. Io non esitai e il successo del film mi diede ragione.
Il rapporto con il regista Sidney Lumet?
Fu ottimo, anche se prima di Lumet la mia scelta era caduta su John Avildsen, il quale aveva dei problemi con Al Pacino. Mi chiese di scegliere: o lui o l’altro. Non ci misi molto a dire: “John, se lametti su questo piano quella è la porta…”. Poi mi rivolsi a Lumet, ma i boss della Paramount non ne erano convinti. Mi trovai di fronte ad un dilemma: tenermi la Paramount o insistere su Lumet? Optai per il regista e mandai al diavolo la Paramount, che poi rientrò solo come distributore del film.
Anche I tre giorni del Condor è un adattamento da un romanzo.
Me ne innamorai subito, scelsi il regista – il londinese Peter Yates – e presentai il progetto agli agenti di Robert Redford. Lui si disse disponibile a condizione che il regista fosse Sydney Pollack. Io avevo già messo sotto contratto Yates per 200.000 dollari ma non esitai a liquidarlo interamente. Gli dissi: “Peter, tu per guadagnare questa cifra devi lavorare più di un anno. Io te la verso a patto che abbandoni”. Naturalmente accettò…
Anche in questo caso lei vide giusto, visto il successo del film. Subito dopo però produsse Mandingo, certamente non un capolavoro…
Quel film collezionò le peggiori critiche che un film potesse raccogliere. Ma fu un successo di cassetta strepitoso in tutto il mondo!
Tra i film prodotti in Italia, quali ha amato di più?
Sicuramente quelli con Fellini, La strada e Le notti di Cabiria, vincitori di due Oscar. Fellini aveva offerto La strada a cani e porci, ma nessuno lo voleva produrre. Io, che all’epoca ero associato con Ponti, lessi la sceneggiatura e il giorno dopo lo chiamai per firmare il contratto. Di registi come Fellini ne nasce uno ogni generazione. Era adorabile, ma anche il più grande bugiardo che sia mai esistito.
Possibile che tra voi non ci siano stati mai contrasti?
Le racconto un episodio relativo a Cabiria. Federico mi mostra il premontaggio e alla fine del primo tempo spunta una scena non prevista: un uomo spunta da un tombino e inizia un monologo di 7 minuti… Gli dico: “Federico, ma qui ‘cade’ il film!”. E lui: “Questa scena non si tocca!”. Pur avendo il final cut non volevo litigare con lui. Qualche sera dopo vado nel laboratorio di stampa, taglio quella sequenza e me la porto via. La mattina dopo mi telefona Federico, allarmato: “Dino, è sparito il finale del primo tempo!”. Ed io, serafico: “Cosa ci posso fare? Se la trovi la metti nel montaggio definitivo, altrimenti…”. Lui sapeva che ero stato io, ma non aveva il coraggio di rinfacciarmelo. Il film uscì senza la famigerata sequenza e riscosse ovunque un enorme successo. Vent’anni dopo – ero ormai negli USA – mi telefona Fellini: “Dino, scusa, ho una proiezione di Cabiria con degli studenti. Mi restituiresti quella sequenza?”. La impacchettai e gliela spedii in Italia…
Ha visto i due film italiani del 2008 di cui tanto si è parlato, Gomorra e Il Divo?
Sì,mi son fatto mandare i DVD. Devo dire che Sorrentino è davvero un regista interessante, mi sono calato molto nella storia del suo Andreotti, un personaggio che conosco bene…
“Il cinema è un’invenzione senza futuro”: se la sente di smentire ancora una volta Louis Lumière?
Il cinema non morirà mai, perchè è un grande giocattolo nelle mani degli adulti. Se un giorno non dovessero esistere più le sale, i film sarebbero visti comunque grazie alle nuove tecnologie.
Cosa consiglierebbe ad un giovane che volesse intraprendere la professione di produttore?
Le racconto una storiella. Un giorno alla Columbia University uno studente mi chiese quale fosse il segreto per diventare un produttore importante. Gli risposi: “Questa è una domanda da un milione di dollari. Lei potrà imparare quello che vuole, ma se non ha le tre ‘C’– cuore, cervello e coglioni – non andrà mai da nessuna parte, o diventerà al massimo un semplice produttore esecutivo”. Questa è la realtà: chi non ha personalità non arriverà mai da nessuna parte.

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