Il gioiellino – Toni Servillo ancora con Molaioli

Il secondo film di Andrea Molaioli, Il Gioiellino, sarà una ricostruzione della storia che ha portato al crac Parmalat. Toni Servillo ha accettato di tornare dopo l’exploit de La ragazza del lago, in un ruolo che ricorda quello di Fausto Tonna, braccio destro del grande capo, interpretato da Remo Girone.

Il Corriere della Sera, con Giuseppina Manin ha dedicato un lungo articolo alla fine delle riprese italiane.

Il crac dei crac. Un buco da 14 miliardi di euro, centomila risparmiatori coinvolti e travolti. Scandalo, colpi di scena, processo, condanne. Il «gioiellino» si rivela una patacca. La marcia trionfale del Signore del Latte un grande imbroglio. E Il gioiellino, termine ambiguo che allude a un monile forse prezioso, forse paccottiglia, s’intitola il nuovo film di Andrea Molaioli, liberamente ispirato al caso Parmalat, le cui riprese italiane, prima ad Acqui Terme, poi a Torino, si sono concluse nei giorni scorsi. E in questi giorni la troupe è a New York.

«Uno dei due set esteri insieme con Mosca, dove gireremo le ultime scene», annuncia il regista romano, 42 anni, già autore del fortunato La ragazza del lago. «Anche stavolta si tratta di una storia “nera” di provincia. Una provincia emblematica del Paese — racconta —. Una cittadina del centro Nord che dietro la sua aria piacevole e rassicurante nasconde profondi malesseri. Un posto dove la gente si ritrova sempre negli stessi luoghi, dove tutti sanno tutto di tutti. E dove un piccolo imprenditore che fino al giorno prima era uno come gli altri diventa in pochi anni il capo di una multinazionale, uomo di potere che incute rispetto e devozione». Dinamiche sottili, risvolti oscuri. Pane per i denti di Molaioli. A lui non interessa il film-inchiesta, lui preferisce frugare nel dietro le quinte della cronaca, alla ricerca di quelle pulsioni segrete, quelle logiche complesse, che determinano tutto il resto.

«Per esempio i cambiamenti innescati anche nelle persone dall’avvento della “new economy”. Un passaggio dal reale al virtuale che non riguarda solo l’economia ma la mentalità stessa del Paese. Il crac della Parmalat accade alla soglie della Grande Crisi. Come per la Enron, sembravano casi isolati, legati a una gestione troppo disinvolta. Invece erano crisi “sistemiche”, frutto di una finanza non creativa ma drogata. Chi la contrastava passava per retrogrado e conservatore. Una logica da superenalotto del mercato imposta al mondo economico-industriale dagli stessi che oggi se ne atteggiano a censori».

Così, cambiati i nomi ma lasciate le fisionomie, nel film la Parmalat viene ribattezzata LEDA (Latte E Derivati Alimentari), Calisto Tanzi e Fausto Tonna si chiamano Amanzio Rastelli ed Ernesto Botta. Nei panni del Gran Lattaio, Remo Girone, in quelli del suo braccio destro, Toni Servillo.

Il budget del film sarà di 5 milioni e 400 mila euro. La produzione è dall’Indigo film di Nicola Giuliano e Francesca Cima, con Rai Cinema e Bim.

Per documentarsi sul tema, Molaioli ha sentito esperti di settore e manager. «Per un profano può sembrare un mondo inaccessibile, ma basta dimestichezza con i codici del linguaggio e tutto diventa subito meno astruso», assicura. Addirittura quasi divertente. «Quando un’azienda sta andando in malora, capita che i vertici mettano in atto una serie di trucchetti, sempre più complessi, per farla apparire florida e in espansione. Una finzione che finisce per diventare verità per tutti. Un meccanismo sciagurato che richiede faccia tosta e nervi d’acciaio. Sai che sei braccato, ma credi di essere inattaccabile perché gli altri fanno lo stesso. Lo stesso sistema che vale anche per le casse dello Stato. Tanto l’impunità è garantita. Se vieni beccato, lo vivi quindi come un complotto. Perché mai? Non vedete chi sono io? Non capite cosa state facendo?».

Alla LEDA, a reggere i saliscendi di queste montagne russe del bilancio, un piccolo gruppo di manager che si puntellano l’un l’altro. Quattro uomini e una donna (Sarah Felberbaum) uniti non dall’amicizia ma dalla complicità e dalla paura. «Una presenza femminile anomala in un mondo maschile e maschilista. Uno dei tanti aspetti umani che mi interessava scandagliare. Senza sguardi manichei, fuori dalla logica buoni-cattivi». Un po’ come ha fatto Luchetti ne La nostra vita. «Un approccio bellissimo. Più riesci a metterti al livello di chi racconti, più entri dentro quella realtà».

Un tratto solo italiano? «Temo che questo sia tra i nostri elementi di esportazione. Da noi è più evidente perché il potere è chiuso, si regge su cricche e caste, soffre di mancanza di ricambio. Un regime dai cromosomi stanchi, incapace di aprirsi al nuovo, prossimo alla decadenza». Vale anche per il cinema? «Cinema e cultura sono considerati inutili da un governo che punta solo all’obnubilamento di un Paese rassegnato, pronto ad assolvere ogni tipo di comportamento, incapace di indignarsi e protestare. Dove oltre alle aziende e al lavoro si è persa anche la fantasia».

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