Amabili resti – The lovely bones

The lovely bones

Amabili resti – The lovely bones **1/2

Il libro di Alice Sebold, da cui Peter Jackson ha tratto il suo ultimo film, è un racconto struggente sull’oblio, sulla necessità di superare gli orrori della vita e in fondo sull’inutilità della vendetta e l’irrazionalità imperscrutabile della giustizia.

E’ una sfida al lettore, quella di Alice Sebold, che si incarica di frustrare ogni facile aspettativa: la protagonista, Susie Salmon, muore dopo pochissime pagine, l’assassino seriale che l’ha violentata e rinchiusa in una vecchia cassaforte lo conosciamo subito. Non c’è mistero, se non quello che affligge i genitori, i fratelli, gli amici della piccola Susie, che non rietra più a casa e che non verrà più ritrovata.

Ma la forza del romanzo risiede proprio nel sapersi confrontare non tanto e non solo con le pratiche della detection classica, quando nel legarsi profondamente al dolore delle persone che hanno amato Susie, che reagiscono tutte in modo differente.

Il padre Jack non si rassegna, vuole sapere, sente la presenza di Susie attorno a lui, si incarica si sostituire le indagini di una polizia quanto mai inetta ed incapace, persino di vedere la verità.

La madre Abigail si chiude in se stessa, non riesce a confrontarsi con il dolore della perdita e con l’ossessione del marito.

La sorella minore Lindsey, diversissima da Susie, condivide il dolore del padre ed è quella che arriverà più vicina all’orrore.

Gli amici Ray e Ruth finiranno per condividere il vuoto, l’assenza di Susie, sostituendolo con un sentimento nuovo.

Saoirse Ronan

E la vita continua, le famiglie vanno in pezzi e poi si ricompongono, i morti trovano finalmente la pace, i colpevoli sono sempre un passo avanti alla polizia.

Tutta l’ultima parte del romanzo della Sebold è un lento straziante distacco di Susie dalla sua famiglia: pian piano l’oblio ha la meglio sui ricordi, la memoria del dolore e della rabbia si affievolisce, persino la giustizia sembra trovare le sue strade misteriose.

La particolarità del racconto originale è che il narratore è proprio la piccola Susie Salmon, che da un limbo apparentemente felice, osserva la vita sulla terra e cerca di interagire con coloro che ha improvvisamente abbandonato.

Ed è qui che la trasposizione dal romanzo al cinema poteva essere più ardua. Occorreva mantenere l’equilibrio narrativo senza esagerare con la descrizione di questa terra di mezzo celestiale.

Purtroppo ancora una volta Peter Jackson non ha saputo evitare i pericoli di questo registro fantastico ed ha sbilanciato troppo il versante drammatico, interrompendo continuamente il racconto terreno con visioni paradisiache in computer grafica, che tolgono ritmo e affievoliscono ogni climax.

Ancora una volta, Jackson pecca di generosità: è incapace di tenere a freno la voglia di stupire ad ogni costo. I suoi film sono sempre ridondanti, eccessivi, come fossero scritti tutti in grassetto, maiuscolo, sottolineato.

Rachel Weisz

Il gigantismo della messa in scena è il suo più grande limite: se forse poteva avere un senso nella trilogia fiume di Tolkien, già nel nuovo King Kong mostrava drammaticamente la corda.

Amabili resti – The lovely bones avrebbe dovuto essere un piccolo film, intimo, senza effetti e senza computer: non ce n’era bisogno, non è in quelle visione false del paradiso che sta la forza del lavoro della Sebold, ma nel suo sporcarsi le mani con il sentimento più difficile da raccontare: la perita di una figlia, di una sorella, di un amore.

Ed il calore umano, la solidarietà, la forza di tornare a guardare al futuro con un briciolo di speranza, nonostante tutto.

Jackson non l’ha capito sino in fondo ed ha compromesso l’equilibrio narrativo del film, che pure ha momenti di grande cinema: l’inizio con il racconto degli ultimi giorni di Susie, la trappola nel campo di granturco, l’irruzione di Lindsay nella casa del killer, giocata su un montaggio parallelo di inquietante perfezione.

L’unica sequenza in cui effettivamente gli effetti speciali appaiono non pretestuosi è quella che illustra la lunga sequenza delle vittime del Sig. Harvey, che appaiono a Susie nel momento della morte.

E’ proprio qui che si comprende cosa sarebbe potuto essere Amabili resti, se un produttore vero o uno scenegiatore non compiacente avessero avuto il coraggio di indirizzare la fantasia di Jackson.

Il lavoro di adattamento è sempre più difficile di quanto appaia: occorre compiere scelte coraggiose e radicali, allontanandosi dalla storia originale, quando è necessario.

Qui le omissioni sono incomprensibili e le aggiunte appaiono pretestuose: entrambe finiscono per togliere forza drammatica al racconto della Sebold.

Il film, sinora, ha avuto un riscontro critico molto limitato negli Stati Uniti, nonostante le indubbie qualità.

A cominciare dalla splendida fotografia di Andrew Lesnie, che ha girato tutto il film con la Red camera, ed alla colonna sonora seventies di Brian Eno.

Gli attori, tutti piuttosto indovinati, sono purtroppo mal serviti da una sceneggiatura e da un montaggio incostanti.

Spiccano Saoirse Ronan, già bravissima in Espiazione, qui nella parte della vittima e l’irriconoscibile Stanley Tucci, in quello del carnefice.

Ma se persino un ruolo magnifico, come quello della nonna, non riesce a valorizzare l’interpretazione di Susan Sarandon, c’è davvero qualcosa che non va nella sceneggiatura delle (troppo?) fidate Fran Walsh e Philippa Boyens.

Nelle sale italiane dal 5 febbraio 2010.

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