Invictus

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Invictus ***

Tutta la carriera di Eastwood, come attore e poi come regista, è stata segnata da una profonda riflessione sulla violenza.

In alcuni film è più sfumata, ritualistica, un ingrediente necessario, altre volte è al centro del discorso eastwoodiano: la vendetta come risposta al male, creatrice di nuova violenza, in una spirale senza fine. Oppure come mezzo per farsi giustizia in una società che la nega.

Due impulsi contrapposti hanno segnato il personaggio Eastwood, sin dai tempi dello straniero senza nome e di Dirty Harry: mostrare l’irrazionale, selvaggia adesione alle regole della violenza di personaggi feriti, traumatizzati – ed assieme degli spettatori che vi si immedesimano – e contemporaneamente rendere esplicità l’inutilità della vendetta, la brutalità della sua matematica di morte.

Gran parte degli ultimi film di Eastwood hanno affrontato il tema della vendetta, con una forza ed una radicalità, che hanno messo sempre più in crisi la sua originaria figura di giustiziere solitario, capace di oltrepassare la legge, quando la burocrazia vuota delle istituzioni non ce la fa.

Fin da Gli Spietati e poi ancor più chiaramente con Un mondo perfetto, i meccanismi della violenza si sono però svuotati di ogni finalità, per mostrarsi in tutta la loro ritualità senza fine. Non c’è nulla di romantico nei killer del vecchio west, angeli vendicatori, ubriachi e vigliacchi.

In Un mondo perfetto – mai titolo più amaro – le pistole finiscono in mano ai bambini: quasi a segnare, poco giorni prima dell’assassinio di Kennedy, che l’innocenza – ed il senso di giustizia – erano già irrimedabilmente perduti.

In Mystic River, Eastwood raggiunge il punto di non ritorno: non importa chi sia il colpevole, la sete di sangue travolge tutti. Il re deve regnare sul suo popolo, anche se finisce per giustiziare la persona sbagliata, purchè il suo potere e la sua forza non siano messi in discussione.

In Gran Torino, l’icona Eastwood si offre disarmato alla gang del quartiere, pur di porre fine alla spirale di violenza che affligge i suoi vicini Hmong. Walt Kowalski a terra, con le braccia larghe è la rappresentazione laica del superamento evangelico del terribile Dio del Deuteronomio: il tuo occhio non avrà compassione, vita per vita, occhio per occhio, dente per dente, mano per mano.

In Invictus, Eastwood fa un ulteriore passo in avanti, cercando di raccontare la riconciliazione di un popolo intero, diviso dall’odio e dal razzismo dell’apartheid.

Siamo in Sudafrica nel 1994, Nelson Mandela, liberato dalla prigione di Robben Island, è diventato Presidente, ma questo non gli basta. Comprende che la sua missione va molto al di là di un’elezione: è necessario riunire afrikaner e neri, in quella che lui chiama Rainbow Nation.

Ed allora ogni gesto è necessario, ogni scelta è quella giusta, ogni occasione va colta: insediatosi negli uffici, occupati prima da De Klerck, mentre tutto il suo staff bianco sta lasciando le stanze del potere, chiede loro di restare e di collaborare anche con la nuova amministrazione.

Lo stesso accade con le sue guardie del corpo, vero controcanto di tutto il film, in cui i fedelissimi di colore si uniscono alle guardie scelte del vecchio presidente, all’inizio con inevitabile diffidenza ed incomprensioni.

Ma l’opportunità più forte, che Mandela riesce a intravvedere, sono i prossimi mondiali di rugby, ospitati dal Sudafrica nel 1995.

La squadra nazionale, guidata da Francois Pienaar, è il simbolo della segregazione e della superiorità bianca. I neri giocano a calcio e del rugby non sanno nulla. Anzi non perdono occasione per fare il tifo per gli avversari degli Springbocks.

Mandela e Pienaar sapranno trasformare quella squadra nell’orgoglio di una nazione ed in un motore, capace di innescare un processo storico.

La prima parte del film è quella più interessante e significativa, mentre segue in parallelo alle sconfitte della squadra, i primi passi dell’amministrazione Mandela, tra la diffidenza dei suoi collaboratori e delle guardie del corpo, per l’audacia dei suoi primi passi da leader.

La seconda parte invece si concentra sulle partite del mondiale e sull’ascesa degli underdog sudafricani, sino alla finale con gli imbattibili All Blacks della Nuova Zelanda: gli elementi del dramma sportivo e del riscatto dei più deboli ci sono tutti.

Si segnala ancora una volta Morgan Freeman, straordinario nell’incarnare la forza tranquilla ed il sorriso mite di Mandela, capace di trascinare e travolgere le diffidenze di tutti.

Matt Damon è come sempre mimetico e lavora sul corpo e sulla voce di Pienaar, con la stessa precisione dedicata al distantissimo truffatore di The informant! di Soderbergh, visto a Venezia: Eastwood l’ha voluto con sè anche nel prossimo thriller Hereafter. Una scelta che vale più di molti premi…

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