Sherlock Holmes

Sherlock Holmes **1/2

Nella settimana di Natale non sono molte le opportunità per un cinefilo.

Ci si accontenta di poco, di qualche film non troppo dolce, di qualche commedia ben recitata, di qualche animazione non infantile.

Lo Sherlock Holmes, diretto da Guy Ritchie, è sostanzialmente una rivisitazione dei personaggi creati da Conan Doyle alla fine del XIX secolo, in una storia almeno originale, che non richiama le trame ormai arcinote di Uno studio in rosso, Il segno dei quattro o Il mastino dei Baskerville.

La fotografia terrosa e sporca di Philippe Rousselot e le scenografie di Sarah Greenwood si sposano perfettamente, per una volta, con le animazioni computerizzate, che ricostruiscono la Londra di fine secolo, con una certa gustosa precisione.

I due protogonisti, Holmes e Watson, appaiono qui sul punto di separarsi, poichè il dottore si trasferisce con Mary, la sua nuova fidanzata: eppure i due formano una coppia d’azione di notevole spessore.

Ci sono azione, lotta, armi e violenza grafica in questo nuovo Sherlock Holmes: il famoso metodo deduttivo, origine e precursore della moderna criminologia forense e dell’applicazione delle tecniche scientifiche all’analisi della scena del crimine, è posto in secondo piano.

Quasi che le moderne applicazioni seriali e televisive di quell’intuizione avessero ormai bruciato qualsiasi possibilità di rendere affascinante il “metodo Holmes”.

Jude Law Robert Downey Jr.

La storia del film affonda nella magia nera, nello spiritismo e nelle logge massoniche, senza crederci mai fino in fondo, e smentendo ogni suggestione occulta nel finale.

Robert Downey Jr si sta costruendo una seconda parte di carriera molto solida, meno maledetta e spericolata della prima, ma forse un po’ troppo prevedibile. Il suo talento interpretativo è ormai appannaggio di personaggi bidimensionali, a cui dona una certa grazia infantile ed una vena istrionica.

Jude Law è un perfetto Watson, capace di trarre d’impaccio Holmes nei momenti più concitati e di seguire le sue speculazioni ed i suoi esperimenti.

Marc Strong è un cattivo da fumetto e Rachel McAdams una Irene Adler davvero poco brillante e sensuale.

Nel finale si palesa l’ombra di Moriarty, l’arcinemico di Holmes, che vedremo nel probabile seguito: un po’ come accadeva in Batman Begins col Joker.

Auguriamo a Ritchie ed a Downey Jr., ora che il franchise è stato rifondato, di trovare il coraggio e la lucidità per mettere più cuore e più idee nel prossimo episodio, altrimenti il prevedibile entusiasmo per questo nuovo Sherlock Holmes, svanirà alla velocità della luce…

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