John Woo – Leone d’Oro 2010

La Biennale di Venezia ha assegnato il Leone d’Oro alla carriera al maestro dell’action di Hong Kong, John Woo.

Gli verrà consegnato a settembre, durante la 67° Mostra del Cinema.

A cavallo tra gli anni ’80 e gli anni ’90, Woo ha letteralmente rivoluzionato la grammatica del thriller e del poliziesco d’azione, imponendo un’estetica barocca, iperrealista, in cui la macchina da presa danzava al ritmo delle pallottole ed in cui l’uso spasmodico dello slow motion serviva a ridare centralità ai personaggi, in una messa in scena caratterizzata da scontri senza fine.

Il romanticismo dei suoi eroi ed il cavalleresco codice d’onore che lega poliziotti e criminali hanno più di un debito con il cinema di Jean-Pierre Melville a cui Woo dedica The killer, la sua opera più conosciuta in occidente.

Le radici del suo cinema affondano nell’hard boiled americano, riletto con il disincanto tipico degli anni ’70. Il suo lavoro di decostruzione ed esaltazione del genere viene spesso accostato a quello operato da Peckinpah sul western.

Il suo stile dell’ heroic bloodsheed diventa maniera in pochissimi film girati uno dopo l’altro, a partire dal 1986. Pieni di figure retoriche, che si ripetono costantemente, come il duello con le pistole impugnate come spade, i voli di colombe bianche o gli assalti con due armi, i film di Woo lo impongono rapidamente come un maestro, mentre l’attore Chow Yun Fat ne diventa l’alter ego assoluto, prendendo parte a quasi tutti i suoi film.

La critica italiana è stata tra le prime a interessarsi al cinema di Hong Kong, anche se in maniera molto limitata. Dopo i primi interventi di Giovanni Buttafava, è proprio Marco Mueller ad organizzare una retrospettiva a Pesaro nel 1983.

Nel 1984 “Cahiers du cinéma” pubblica un numero monografico dedicato ad Hong Kong, intervistando per la prima volta autori e attori.
Il lavoro di Olivier Assayas e Charles Tesson, permette per la prima volta di andare a vedere dietro le quinte di un mondo produttivo praticamente sconosciuto all’occidente, che ne apprezza solo le sue manifestazioni action.

Ma furono Tarantino e Scorsese ad accendere prepotentemente le luci sulla new wave della piccola isola, ancora separata ed autonoma dalla mainland cinese, ed in particolare sul cinema del nostro.

La saga di A better tomorrow, Hard Boiled, Once a Thief, Bullet in the head ed appunto The killer hanno fatto di John Woo un punto di riferimento imprescindibile, per chi volesse confrontarsi col genere.

Purtroppo dopo aver lasciato Hong Kong, per le lusinghe delle sirene statunitensi, il suo cinema non ha quasi mai ritrovato quell’originalità di racconto e quella felicità espressiva del suo periodo aureo.

I temi dell’amicizia virile, del dramma della guerra e della morale criminale sono stati piegati ad esigenze del tutto differenti: Woo si è adattato a lavorare con non-attori come Van Damme o su sceneggiature che scimmiottavano i suoi temi, senza averli veramente compresi.

La sua impronta si riconosce solo in Face/Off, canto del cigno e riassunto magistrale di tutti i temi del suo cinema, felicemente interpretato da Travolta e Cage, all’apice del loro successo.

Cage Travolta

Seguiranno il pregevole divertissement Mission Impossible 2 e Windtalkers, opera di guerra, lontana dalla sincerità e dall’urgenza narrativa di Bullet in the head – forse il suo capolavoro – largamente ispirato da Il cacciatore di Michael Cimino.

Il ritorno in Cina ha portato nuova linfa al suo cinema, apparso improvvisamente invecchiato e fuori tempo, a confronto con il rigore geometrico e morale di Johnnie To, nuovo caposcuola di Hong Kong.

Il doppio Red Cliff, wuxia sulla storica battaglia dei tre regni, che pesca a piene mani da L’arte della guerra, è nuovamente entusiasmante e riporta visibilità a Woo, prima della decisione di Mueller e Baratta di consacrare il suo genio originalissimo.

Sarebbe importante accompagnare la consegna del Leone d’Oro con una retrospettiva delle sue opere di Hong Kong, che da noi sono arrivate solo in home video, in copie spesso di scarsa qualità.

In tempi pre-internet, senza più cineclub ed alla mercè di nastri vhs e videoregistrazioni, il culto nasceva da intuizioni e visioni spesso solitarie, che meriterebbero ora la giusta consacrazione sullo schermo della Sala Grande veneziana.

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A chi volesse approfondire ulteriormente, consiglio il ricchissimo profilo dedicato a John Woo da Asian Feast

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