Gli abbracci spezzati

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“E’ solo dopo aver finito il film che ho capito quanto fosse stata forte la proiezione del mio amore per il cinema in questa pellicola. Al cinema devo molto. Negli anni ’50 in Spagna tirava una brutta aria e l’unica cosa che mi manteneva in vita era proprio la realtà cinematografica, un universo parallelo, il solo nel quale ci si poteva rifugiare. Crescendo poi ho capito che il cinema perfeziona la vita”

“Io e Penelope Cruz siamo come una coppia felice, ma senza il piacere del sesso. Il nostro rapporto funziona molto in ambito professionale e credo che questo sia bellissimo perché il Cinema è la nostra vita e quindi è come essere felici insieme nella vita”

 “Io amo la moda. Ma non credo che sia il modo migliore per far durare un’opera. La moda fa si che la gente confonda l’opera e l’autore. Io voglio passare di moda e diventare un classico.”

 Pedro Almodovar, 1992 e 2009

Nel concorso ‘all star’ di Cannes 2009 non poteva mancare l’ultimo Almodovar, uscito in Spagna già da qualche mese ed accolto freddamente.

Forse perché qui manca il solito carosello di personaggi curiosi e leggeri, di donne sole e intraprendenti, manca quella allegra malinconia, che ha fatto la fortuna del regista mancego, ma che rischiava di intrappolarlo in un clichè fin troppo facile.

Ma Almodovar è un regista vero, incapace di assecondare il suo pubblico ed interessato a raccontare storie sempre nuove.

Dopo il fortunatissimo dittico Tutto su mia madre e Parla con lei, che lo hanno certamente trasportato nel regno dei classici, delle opere senza tempo, ha stupito tutti con le violenze, i ricatti ed il pessimismo opprimente de La mala education.

Gli abbracci spezzati segue il solare e coloratissimo Volver, trionfo internazionale, capace di rilanciare la carriera di Penelope Cruz, appannatasi dopo una serie di pessime scelte americane.

E lo fa ribaltando, ancora una volta, le aspettative troppo facili e scontate.

Il binomio Cruz-Almodovar si rinnova all’insegna del dolore, della perdita e del ricordo immortale del cinema.

Se, come disse Jean Cocteau, il cinema non è altro che “la morte al lavoro sul volto dell’attore”, capace di eternarne il ricordo, ma di consumarne la vita stessa, allora Gli abbracci spezzati non è che l’ultimo esempio di questa pratica inquietante.

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Il film alterna due piani temporali diversi, con un lunghissimo flashback a ritroso nel 1992 e nel 1994.

Nonostante la Cruz sia il vero cuore emozionale del film, il protagonista e narratore è il regista Mateo Blanco, divenuto sceneggiatore, dopo un incidente che lo ha privato della vista.

Mateo si è trasformato nello scrittore Harry Caine e continua a lavorare, grazie all’aiuto della sua storica segretaria, Judith, e del giovane figlio di lei, Diego.

Il regista non ha perso il gusto della vita e neppure quello delle conquiste femminili, come vediamo nelle primissime scene del film, ma la notizia della morte del ricco finanziere Ernesto Martel e la visita improvvisa di un misterioso personaggio, che si fa chiamare Ray X, finirà per riportarlo indietro di quindici anni, sul set del suo ultimo film da regista.

La Cruz è Lena, prima segretaria, poi amante di Ernesto Martel, che si innamora di lei, perdutamente.

Lena però sogna di fare l’attrice e l’esilio dorato, impostole dal marito, le diventa ben presto insostenibile.

Dopo un provino con il famoso regista Mateo Blanco, viene scelta come protagonista del suo prossimo film, Chicas y maletas.

Ernesto, per amore di Lena e per cercare di starle accanto, accetta di finanziare il film, diventandone produttore.

La lavorazione tormentata, documentata dal figlio di Ernesto, con un dietro le quinte, invadente e ossessivo, farà da sfondo alla passione tra Lena e Mateo ed alla gelosia del finanziere, che li fa spiare e che assume persino un’esperta nella lettura delle labbra, per cercare le prove di un tradimento annunciato.

Appena finito il film, Mateo e Lena fuggiranno a Lanzarote, rifugiandosi sulla spiaggia di Famara.

Ernesto Martel, nelle vesti vendicative del produttore finirà il film a modo suo, allo scopo di rovinare Mateo e troncare la carriera di Lena: sarà il destino a cambiare la vita di tutti e quella del film.

Quindici anni dopo, Mateo cerca di rimettere assieme i pezzi di un puzzle bruscamente interrotto, grazie anche a Judith ed alla curiosità di Diego.

Con l’aiuto della sua assistente e con i nastri del making of, girato dal figlio di Ernesto, rimonterà i pezzi di quella storia e di quel film.

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La collaborazione con Penelope Cruz, dopo il mirabile Volver, si rinnova ancora una volta, con esiti ugualmente felici.

Nessuno come Almodovar riesce a rendere giustizia a questa interprete formidabile. Sarebbe sufficiente giustapporre le immagini della Cruz, giovane suora malata di aids in Tutto su mia madre, madre coraggio in Volver e donna ferita ne Gli abbracci spezzati, per misurare la dimensione del suo amplissimo registro interpretativo.

La sua Lena è un angelo caduto, che si offe ad un ricchissimo uomo d’affari, nel momento più buio della sua vita e trova la redenzione – breve ed effimera – grazie al mestiere d’attrice.

Il rapporto felicissimo tra Penelope Cruz e Pedro Almodovar si rispecchia nei personaggi del film.

Se è vero che il cinema si incarica di “perfezionare la vita”, non c’è dubbio che l’amore tra Lena e Mateo, il regista di cui si innamora, è in fondo uno specchio dei sentimenti che legano attrice e regista.

Ed è proprio questa vertigine, questo continuo sovrapporsi di piani, che rende importante Gli abbracci spezzati, apparentemente un film meno coinvolgente dei precedenti, eppure personalissimo, intimo, profondamente sincero.

Il cinema di Almodovar è sempre stato attratto da due poli fortissimi: la passione, il desiderio amoroso ed il cinema, quello classico americano degli anni ’50, quello di Hitchcock e Douglas Sirk.

Ne Gli abbracci spezzati non ci sono altro che passione per il cinema e cinema della passione.

Il set, con tutti i suoi strumenti ingombranti, con tutte le sue lungaggini ed i suoi trucchi diventa improvvisamente il luogo della verità: attraverso il documentario girato dal figlio, Ernesto Martel, spia e segue la moglie, finendo per essere testimone dell’amore travolgente tra Lena e Mateo.

Amore che influisce sulle scene girate, condiziona la lavorazione e l’esito del film stesso, in un continuo gioco di rimandi tra realtà e finzione.

Ed è proprio attraverso le immagini cinematografiche che Ernesto cerca la sua rivincita. Approfittando della fuga a Lanzarote dei due amanti, costringerà i collaboratori di Mateo a montare le scene peggiori, quelle mal recitate, costruendo un film letteralmente mostruoso.

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Come sempre i melò del regista spagnolo sono poco traducibili a parole: Almodovar abbandona il coro di donne di Volver, per un film doloroso, notturno, hitchcockiano, che ha il solo limite di affidare le spiegazioni decisive ad un lungo monologo di Judith e di non attribuire facili colpe, in un finale che arriva improvviso, senza offrire consolazioni.

La Cruz è come sempre superlativa, il resto del cast è ispiratissimo e la regia di Almodovar di un’eleganza inarrivabile.

Persino una radiografia diventa un atto d’amore e le ossa fratturate sono il segno originalissimo dell’ossessione amorosa.

La fotografia di Rodrigo Prieto utilizza dominanti calde e colori accesi, assecondando, nel lungo flashback centrale, il gusto noir di Almodovar.

La musica di Iglesias cita Bernard Hermann e sottolinea, senza indebite invasioni, le svolte emozionali e la suspense che corre per tutto il film.

Magari si tratta di un Almodovar minore, dolente e autoriflessivo, frutto di un periodo di forzata oscurità, per una strana malattia agli occhi, nel quale il regista si è dedicato a ripercorrere passati possibili – il film nel film, Chicas y maletas – e occasioni perdute.

Ma non si può non concordare con Woody Allen, quando disse che, senza un nuovo film di Almodovar da vedere, la nostra vita sarebbe molto meno interessante.

Gli abbracci spezzati ***1/2

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