Furious ***
Alice Black è la protagonista di Furious, serie Hulu in otto episodi distribuita da Disney+. Alice è un’agente federale con un passato importante in polizia. Nella sezione omicidi Alice si era fatta un nome.
Ma quel tempo è lontano. Alice è stata costretta ad andarsene. Impossibile lavorare con il collega Marshall Connelly, collega ambizioso e soprattutto fidanzato violento. All’FBI viene parcheggiata al centralino. È una donna brillante in un ambiente altamente maschilista. Troppo brava, la protagonista della serie, per non rimettersi in gioco alla prima occasione utile.
Furious nasce da un’idea di Elizabeth Meriwether, sceneggiatrice di New Girl e di The Dropout. Il punto di partenza è il celebre film del 1987 La vedova nera, scritto da Ronald Bass, con Debra Winger e Theresa Russell nel cast. Ora però nella versione rivisitata, il movente dell’abuso, e quindi della vendetta che ne consegue, emerge con grande prepotenza. Trattasi di un caso di omicidio. E non di una persona qualunque. Caleb Easton, la vittima, è il figlio di un ricchissimo magnate locale. Caleb sembrerebbe essere stato avvelenato con il fentanyl. Brutta storia. Alice Black, l’agente, e Catherine Grace, la serial killer, si inseguono e si confondono. La precisione della scrittura e alcune soluzioni interne alla sceneggiatura rendono Furious una serie piacevolmente anomala… e un po’ perversa. Nonché dal messaggio etico discutibile.
È del tutto evidente che la tematica revenge è sviluppata con piena soddisfazione. La domanda posta pare essere la seguente: esistono crimini perdonabili? La risposta sembra scontata: no. In certi casi occorre agire da sé. Per liberarsi definitivamente dai conti in sospeso e, in definitiva, dai propri demoni.
In un mondo di chiaroscuri, in cui il buio della violenza esercitata sui più deboli (i poveri, i fragili, i bambini) pare sul punto di inghiottire tutto, la reazione individuale sostituisce la giustizia. Non riparazione, ma restituzione del dolore subito. Scenari di ambiguità morale già visti in un’infinità di circostanze eppure sempre disturbanti. La ex poliziotta massacrata di botte e vittima ignara di altre umiliazioni non potrà che rispecchiarsi nell’assassina, invidiata per la sua coerenza, in un finale mimetico dai toni inquietanti.
Emily Rossum (Shameless, The Crowded Room) e Lola Petticrew (Say Nothing, Trespasses) accendono Furious grazie a interpretazioni convincenti, sofferte e, almeno a tratti, un po’sopra le righe. Rossum caratterizza il tormento di Alice attraverso il suo corpo mai così elettrico e, di più, con il suo volto costantemente sbilanciato verso il dolore e le lacrime. Petticrew, volutamente spaventosa, regala alla sua Catherine maschere di durezza, estasi e crudeltà. Angeli o demoni? Entrambe hanno sperimentato la morte dell’innocenza. Nei loro gesti non c’è alcun cedimento al perdono, nessuna finzione, nessuna ipocrisia.
Quando Alice liquida in malo modo sua sorella (“la prima volta che abbiamo parlato avevo vent’anni”) ci sentiamo turbati. Avvertiamo dentro di noi un desiderio di indulgenza, di conciliazione, di pietà. Impossibile però che venga accolto. In Furious La solitudine domina incontrastata e il funerale della famiglia “di sangue” è nell’ordine delle cose. Questa America, d’altronde, non ha più sogni da coltivare. Alice, sbattuta fuori di casa a 14 anni perché incinta, e Catherine, cresciuta in un ricovero per ragazze randagie, sono anime allo sbando, senza tetto né legge. I loro ruoli potrebbero invertirsi. Nulla cambierebbe nell’economia del dolore. Il fatto che una sia poliziotta e l’altra un’assassina pare essere il risultato di un casuale lancio di dadi.
La polizia si affida a metodi investigativi spietati. Nora Washington è la collega di Alice esiliata nei sotterranei del mitico Bureau, un po’ come Fox Mulder di X-Files con un’unica sostanziale differenza: a lei è toccata la lotta alla pedofilia (dietro a un muro di plexiglass opaco per schermare agli esterni la visione dell’orrore) anziché i mitici fascicoli sugli avvistamenti dei dischi volanti. Nora, interpretata da Quincy Tyler Berstine, è un personaggio cinico, sfrontato e pienamente consapevole di vivere e operare in un mondo corrotto.
L’azione congiunta NYPD – FBI è un pretesto per mescolare le carte del passato e del presente. Nel radar esistenziale di Alice torna a farsi viva l’ingombrante figura di Marshall, il poliziotto convintamente patriarcale interpretato da Jake Lacy (The White Lotus, All Her Fault). L’antagonista naturale di Marshall è Danny, partner professionale della protagonista e da sempre segretamente innamorato di lei. Scoot McNairy (Narcos: Mexico, True Detective) è tagliato per la parte.
Nora è un manuale vivente di realismo estremo applicato alla professione. Le vittime non sono buone. Le vittime vogliono farsi carnefici dei loro assalitori. Quando rivendica l’efficacia del modus operandi dell’FBI, sintetizzato nella frase “noi usiamo le persone per combattere il male”, Nora sta insegnando qualcosa ad Alice. Trova spazio anche il rimprovero per aver salvato Marshall, l’ex fidanzato stalkerizzante, da morte certa. Sarebbe stato utile che crepasse. Ai fini dell’indagine. E non si pensi che le due tizie diventino amiche. Potrà sorgere ammirazione reciproca, ma solo al termine di frizioni, depistaggi e accomodamenti non semplici.
Tutti bevono. Beve Nora e bevono i maschi alpha in divisa. Nel dipartimento il razzismo non è dissimulato. Il sessismo, nemmeno. Assistiamo a una riunione in cui i capi dell’operazione sono quasi tutti uomini, bianchi, di mezza età e… con la classica pancia pronunciata. Emblematica la decostruzione operata dalla polizia del Connecticut, quando Nora si palesa davanti alla villa della famiglia Easton nell’ultimo episodio. Non sembra un’agente dell’FBI. Perché nera o per quell’improbabile camicia a fiori? Nora, nel deserto di ignoranza che la circonda, riesce perfino a citare la mitologia e a servirsene per decodificare la brutalità del reale, purtroppo inascoltata, se non sottilmente derisa.
In Furious essere poliziotti significa farsi arbitri del tollerabile in clima di guerre interne soffocanti. Per aver ricevuto da Jay Easton un’importante soffiata, l’ispettore George, interpretato da Danny McCarthy (Prison Break, Elsbeth) ha deciso che chiudere gli occhi davanti all’orrore è da considerarsi un atto lecito.Il corpulento Ed, ostacolo numero uno alle indagini, rappresenta l’inevitabile punto di contatto tra istanze confliggenti. Qual è il limite, in un sistema dominato dall’asettica contabilità tra costi e benefici? Un interrogativo che non sfiora l’agente Franck Choi, tipico piedipiatti a una sola dimensione. Rob Yang (Succession, American Rust) incarna un burocrate grigio, destinato a soffocare nelle sabbie mobili della sua stessa banalità.
I personaggi sfuggono ai facili stereotipi e riescono a testimoniare il possesso di una personalità tormentata.Tutte le guardie, benchè sedute dalla parte dell’ordine, hanno storie di assoluto disordine. Nessuno sembra essere immune da colpe piccole o grandi. Del cattivo Ed si è già detto. Danny, buono ma fragile, ha un figlio autistico. L’agente di origini irlandesi soffre per averlo rinchiuso in una struttura e i sensi di colpa non gli permettono di guardare al futuro, laddove il futuro non può che essere Alice. Marshall, il rude ex fidanzato tutto pugni e distintivo, ha una madre gravemente malata. Che usa per i propri scopi (e lei puntualmente collabora). In una delle scene di maggiore impatto, Alice va a trovarla, impietosita da Marshall. La signora, attaccata all’ossigeno, improvvisamente cambia tono e insulta l’ex nuora per aver rovinato la carriera a quel sant’uomo del figlio. Ecco il punto dolente: la distruzione dell’infanzia. La mancanza di ricordi felici è alla base della rabbia, del rancore e della furia.
Nei momenti chiave (un interrogatorio, un confronto, una rivelazione necessaria), Alice adotta la tattica della chiarezza assoluta. Nessuna perifrasi. Parole sincere, per arrivare al nocciolo incandescente delle relazioni umane. Siamo fatti della sostanza della solitudine. Crescere nella verità, che dura lezione… Emily Rossum ci mette una convinzione che fa paura.
Di professione Catherine è infermiera e il suo ultimo incarico l’ha portata nella casa di Alden, un ragazzo colpito da distrofia muscolare e interpretato dall’attore nonché attivista dei diritti delle persone con disabilità Steve Way (diventato famoso grazie alla sitcom Ramy). Alden si innamora di Catherine, in qualche modo la sposa… e dopo aver scoperto le sue inclinazioni omicide decide di aiutarla, per vendicarsi del mondo crudele o forse per non ammettere di essere stato raggirato. La chiave di tutto è un portatile appartenuto all’avvocato di Jay Easton, pure lui nel mirino di Catherine e quindi destinato a un trattamento speciale.
Se pensate che gli infami siano Caleb e Jay, ovvero padre e figlio, il clan degli Easton saprà sorprendervi in negativo. Certo, il riconoscibile patriarca (Peter McRobbie, già “nonno Pop” in The Visit di M. Night Shyamalan, qui davvero convincente) rappresenta al meglio l’amoralità del potere garantito dai soldi. Di nuovo, la consapevolezza della morte ormai prossima non ingentilisce, al contrario porta il vizio all’estremo.
Eppure troviamo una figura, perfino peggiore dei maschi di famiglia, perché complice delle aberrazioni paterne e indifferente agli abusi perpetrati ad altre donne. Hope Davis, attrice che è stata diretta tra gli altri da M. Winterbottom, Kelly Reichardt e Wes Anderson, si ritaglia un ruolo all’apparenza minore ma in realtà di evidente denuncia della pervasività e incontrollabilità del male. Furious non è costruita su schemi manichei. Il femminile non sempre serve a riparare il mondo. Piuttosto, se schiavo del verbo maschile, il femminile allarga la ferita.
Nora chiede a Alice se avrà mai il coraggio di guardare cose che quasi nessuno ha il coraggio di guardare. La domanda va oltre il significato letterale. Ci accorgiamo di un’insistenza sul tema della visione, del saper tenere gli occhi aperti di fronte all’inesplicabile. Per Catherine la massima espressione di potere sta nel vedere qualcuno morire. Per il vecchio Jay, il paradiso (cioè l’inferno per le vittime) equivale a una proliferazione di video osceni, gelosamente custoditi e fruibili in loop per il puro godimento personale. La stanza segreta degli Easton è da mettere in connessione con il gabbiotto di Nora.
Muri impenetrabili, fantasmi senza nome, porte che nascondono le stanze dell’infamia, allucinazioni troppo reali. Qualcosa di profondamente sballato e sbagliato, una falla nella natura umana, ha preso il sopravvento. Alla radice c’è una cultura dell’abuso dilagante, complice la possibilità di conservare (in eterno?) le prove della violenza su supporto digitale e di diffonderle ovunque (emblematica l’ultima scena), mettendo in circolo il veleno. Allora stringi il tubo, soffoca l’orco e goditi lo spettacolo, Alice. Dall’altra parte dello specchio, forse, ti attende un un’altra vita.
Titolo originale: Furious
Numero di episodi: 8
Durata: 50 minuti l’uno
Distribuzione Disney+
Uscita: 27 luglio 2026
Genere: Crime, Drama, Thriller
Consigliato a chi: colleziona stick adesivi, riscalda il caffè nel microonde, ama fumare sotto la pioggia.
Sconsigliato a chi: non ha mai letto Balzac, odia il pollo alla piastra, ha poca sensibilità nei polpastrelli.
Letture e visioni parallele:
Strani traffici, atmosfere malsane, un cadavere simile a un enigma: La Niña de Oro di Pablo Maurette (Sellerio, 2026) è uno dei romanzi polizieschi dell’anno.
Solo la fiaba sa raccontare il terrore nascosto nell’infanzia: Hänsel e Gretel, narrata da Stephen King con illustrazioni di Maurice Sendak (Adelphi, 2025).
Un film da Oscar… a proposito di vendette al femminile: Una donna promettente (2020) di Emerald Fennel. Disponibile su varie piattaforme.
Una domanda: “Ti è piaciuta la sensazione?”
