Tratto dalla biografia scritta dal figlio Alessandro, Je so’ pazzo è il secondo film di Nicola Prosatore, filmmaker con una lunga esperienza televisiva, che torna al cinema dopo l’esordio di Piano Piano, ospitato in concorso a Locarno e la serie Wanna, dedicata all’imbonitrice televisiva e prodotta da Netflix.
Il film si concentra sull’infanzia e la giovinezza del musicista, interpretato sullo schermo da un intenso Massimiliano Caiazzo, trovando nel celebre concerto di Piazza Plebiscito del 19 settembre 1981 la cornice che apre e chiude il racconto.
In mezzo, attraverso una struttura che si muove avanti e indietro nel tempo, lo ritroviamo bambino al porto, assieme al padre Gennaro, sempre in cerca di una scorciatoia per guadagnare qualche lira da giocarsi subito dopo, quindi affidato dalla famiglia alle “zie” Lia e Bianca e infine chitarrista adolescente nei Batracomiomachia con l’amico percussionista Rosario Jermano.
E’ quest’ultimo a convincerlo a cantare quei versi che appunta continuamente su un piccolo quaderno.
Il primo disco prodotto da Claudio Poggi, l’incontro con Dorina Giangrande, corista e poi compagna e moglie, quindi il passaggio al celebre produttore Willy David, che già seguiva James Senese nei Napoli Centrale.
Il successo tumultuoso di quei primissimi anni, si accompagna alle tensioni familiari, non solo con Dorina, ma soprattutto con il padre Gennaro, dipinto come l’anima nera della famiglia, avido approfittatore del talento del figlio.
Chi conosce la storia musicale di Pino Daniele noterà immediatamente le assenze, le approssimazioni, le superficialità imperdonabili di un racconto che si concentra sugli anni seminali della carriera del musicista napoletano.
Le necessità drammatiche spingono Prosatore a condensare episodi, a sovrapporre band e mescolare e spostare episodi chiave, peraltro molto noti.
E’ curioso che non appaiano mai nel film Joe Marrazzo, Gianni Minà, che al Neapolitan Power dedicò molte puntate del suo Blitz, e Renzo Arbore che fu decisivo nel lanciare la carriera di Pino Daniele con la sua primissima hit, ‘Na tazzulella ‘e café. Tra le esibizioni memorabili di quegli anni è impossibile dimenticare che Daniele aprì il concerto di Marley a San Siro del 1980, una delle pietre miliari della storia del rock in Italia. Infine l’assenza di Massimo Troisi è ben più che una svista, considerato che i due collaborarono assiduamente sin dall’esordio cinematografico del comico con Ricomincio da tre.
Ma lo sappiamo, i biopic musicali, almeno da Bohemian Rhapsody in poi, prediligono una certa risaputa costruzione drammatica alla verità della storia, nonostante si rivolgano in gran parte a fans che conoscono invece perfettamente luoghi, date e personaggi.
E’ come se, in un cortocircuito logico spiazzante, i film fossero pensati soprattutto per un pubblico di neofiti inconsapevoli, desiderosi solamente di riassaporare melodie e parole celeberrime, assecondando lo stesso schema narrativo, continuamente riprodotto.
Per molti versi Je so’ pazzo assomiglia a Michael, non solo perché entrambi i film abbracciano sostanzialmente lo stesso arco temporale e perché si pongono come una sorta di ideale primo tempo in un viaggio musicale molto più lungo e avvincente, ma anche perché individuano nella figura paterna, ingombrante e sgradevole, il villain capace di riempire di ombre scure un’ascesa per altri versi limpida e solare.
Caiazzo, che viene da Mare fuori, è certamente generoso nel restituire le note più umbratili e umorali del carattere di Daniele, ma Prosatore e i suoi sceneggiatori insistono fin troppo con i contrasti familiari e con una certa pesantezza fisica, senza invece riuscire ad evocare quanto la rabbia e il senso di rivalsa del protagonista si fondano nella sublime cultura musicale e dei testi di quegli anni, spesso venati di “appocundria”.
La ricerca di continue scene madri è il frutto di una sceneggiatura che nella sintesi, carica ogni sequenza di inutili significati simbolici: è immediatamente evidente che in quei primi anni Daniele restituisse nei testi delle sue canzoni il mondo popolare vissuto nei vicoli in cui era nato, gli incontri con gli americani del porto, i personaggi di una Napoli che stava faticosamente uscendo dall’immagine oleografica di una certa canzone melodica tradizionale.
Tra gli straordinari musicisti delle band dei suoi esordi solo Jermano e Senese hanno una qualche dignità autonoma, anche se alla fine vengono usati quasi solo per segnare il distacco dell’artista celebre dalle sue radici musicali.
Pregevole invece l’utilizzo delle immagini di repertorio della Napoli di quegli anni, capace di dare un inatteso senso di autenticità al racconto. Notevole anche l’intuizione di far ascoltare l’incipit di Napul’è in una cabina del telefono. Da applausi lo stacco in cui Caiazzo lascia spazio al vero Daniele, sulle note di Yes I know My Way, l’unico pezzo che la troupe della Rai riuscì a registrare nel concerto del 1981, prima che l’enorme folla rendesse impossibile proseguire. Prosatore ha un certo gusto per la sintesi musicale e riesce a rendere con indubbia efficacia una Napoli lontana dagli stereotipi. Peccato che il film insegua parallelamente un racconto troppo emblematico ed enfatico.
Il finale arriva brusco, quasi come se si trattasse della conclusione della prima puntata di una serie destinata a continuare. La musica certamente lo meriterebbe e il successo di pubblico di Je so’ pazzo, fin dai primi giorni di programmazione, non sembra escluderlo. Accadrà davvero così?

