Ricchi… da morire

Ricchi… da morire **1/2

Con Emily the Criminal, nel 2022, John Patton Ford si era imposto come una delle voci più interessanti del nuovo cinema indipendente americano. Il suo esordio possedeva la capacità di trasformare un racconto criminale in una radiografia sociale. Attraverso la figura di Emily, giovane donna schiacciata dai debiti e da un mercato del lavoro predatorio, Ford osservava l’America contemporanea come un sistema fondato sulla precarietà permanente. Il crimine diventava una conseguenza quasi inevitabile di un ordine economico che aveva smesso di offrire prospettive. Il film trovava la propria forza proprio in quella lucidità morale, nell’ambiguità dei personaggi e nella precisione con cui metteva in relazione responsabilità individuale e violenza sistemica.

A distanza di pochi anni, Ricchi… da morire (How To Make A Killing) conferma alcune qualità del regista ma ne evidenzia anche i limiti. L’impressione è quella di un autore che continua a essere attratto dalle zone grigie del capitalismo contemporaneo, ma che questa volta fatica a trovare una prospettiva altrettanto incisiva.

Il confronto più delicato resta inevitabilmente quello con Sangue blu (Kind Hearts and Coronets), il piccolo gioiello della Ealing del 1949 da cui il film trae origine. L’opera di Robert Hamer rappresentava una delle espressioni più sofisticate della commedia nera britannica del dopoguerra: un racconto di ascesa sociale e vendetta costruito attorno all’eleganza della scrittura, alla ferocia satirica e a una visione profondamente corrosiva della struttura di classe inglese. Il protagonista Louis Mazzini eliminava uno dopo l’altro gli eredi che lo separavano dal titolo nobiliare, mentre il film manteneva costantemente un equilibrio miracoloso tra leggerezza, crudeltà e ironia.

John Patton Ford sceglie comprensibilmente di non replicare quel modello. Trasporta la vicenda in un contesto contemporaneo e sostituisce la satira aristocratica con una riflessione sull’ossessione americana per il denaro e per la mobilità sociale. È una scelta legittima, ma proprio qui emergono le maggiori difficoltà dell’operazione.

Ricchi… da morire è costruito attraverso il lungo racconto di un condannato a morte al suo confessore, poche ore prima dell’esecuzione della condanna, per un delitto che dice di non aver commesso.

Becket Redfellow è il giovane rinchiuso dietro alle sbarre e porta il nome di una famiglia potente. Il nonno Whitelaw ha tuttavia diseredato la madre quando ha deciso di tenere Becket nonostante fosse il frutto di una relazione di una notte. Il ragazzo è cresciuto in una casetta bifamiliare in New Jersey, sognando la rivincita.

Il desiderio di far colpo su Julia Steinway, una sua compagna di scuola per cui aveva una cotta da bambino, fresca sposa di un imprenditore, spinge Becket a congegnare un piano per eliminare uno dopo l’altro gli altri sette eredi del patrimonio dei Redfellow.

Nel film di Hamer il delitto era il motore di una macchina satirica perfettamente calibrata; in Ricchi… da morire diventa soprattutto un dispositivo per muovere l’azione. La trasformazione produce una perdita di leggerezza e di precisione ironica, anche perché già dopo il primo omicidio Becket ottiene di fatto quello  cui aspirava: il posto del cugino nella finanziaria dello zio a Wall Street e il rientro nella famiglia d’origine. 

Dove Sangue blu utilizzava l’umorismo per smascherare l’assurdità delle gerarchie sociali, Ford privilegia la tensione, il disagio morale e la dimensione della sopravvivenza economica. Il risultato appare più cupo e realistico, ma anche meno pungente. Molte delle intuizioni più brillanti del modello originale si disperdono in una narrazione che tende a prendere molto sul serio personaggi e situazioni che nel film del 1949 vivevano invece di una continua ambiguità tra tragedia e farsa.

Il confronto finisce così per valorizzare soprattutto il lavoro svolto da Ford in Emily the Criminal. In quel film il regista riusciva a costruire una riflessione sociale autonoma e perfettamente radicata nel presente. Qui, trovandosi a dialogare con un classico tanto influente, sembra oscillare tra fedeltà e reinvenzione senza trovare una sintesi altrettanto convincente.

I protagonisti di Ricchi… da morire risultano invece meno definiti, quasi schiacciati dalle esigenze della parabola morale che il film vorrebbe raccontare. Le loro scelte finiscono spesso per apparire funzionali all’intreccio piuttosto che originate da una reale complessità psicologica. Ford osserva i personaggi con una certa distanza e questa distanza impedisce al racconto di acquisire il peso tragico che cerca continuamente di evocare.

Anche sul piano della messa in scena emerge una certa discontinuità. Il regista conserva il proprio talento nella gestione della tensione e dimostra ancora una volta una notevole capacità di dirigere gli attori, in particolare la faccia da schiaffi di Glen Powell e quella non meno ambigua di Margaret Qualley. Molte sequenze funzionano grazie a un uso intelligente degli spazi e dei tempi morti, elementi che alimentano una costante sensazione di disagio. Tuttavia il film appare meno compatto del precedente lavoro. Il tono oscilla frequentemente tra thriller, satira sociale e dark comedy senza trovare un equilibrio davvero convincente.

Questa incertezza si riflette anche nella rappresentazione dell’America contemporanea. In Emily the Criminal il contesto economico era parte integrante del racconto. Qui resta spesso sullo sfondo, evocato più che analizzato. Il denaro continua a essere il vero protagonista della storia, ma raramente assume quel valore simbolico che aveva nel film precedente. Diventa un oggetto del desiderio, una tentazione narrativa, mentre perde gran parte della sua dimensione politica.

Gli interpreti fanno il possibile per dare consistenza al materiale. Le loro performance contribuiscono a mantenere vivo l’interesse anche nei momenti più prevedibili, ma non riescono a colmare del tutto le fragilità della scrittura. Il film sembra continuamente promettere una discesa nell’abisso morale che poi preferisce osservare da una distanza prudente.

Resta comunque interessante il percorso di John Patton Ford, anche quando il risultato convince solo parzialmente: emerge la volontà di confrontarsi con le contraddizioni economiche e sociali dell’America contemporanea. È un interesse sempre più raro nel cinema di genere statunitense e merita attenzione. Proprio per questo Ricchi… da morire lascia la sensazione di un’occasione mancata.

Manca però quella necessità espressiva che distingueva l’esordio di Ford e che lasciava intravedere l’arrivo di un autore capace di usare il genere come strumento di indagine sociale. Qui il meccanismo funziona, ma raramente sorprende. E alla fine ciò che resta più impresso è soprattutto il ricordo di ciò che il film avrebbe potuto essere.

E tu, cosa ne pensi?

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.