My Undesirable Friends: Part I – Last Air in Moscow: donne, giornalismo e verità nella Russia di Putin

My Undesirable Friends: Part I – Last Air in Moscow ***1/2

Benché non sia una serie in senso stretto, il documentario My Indesiderable Friends ne ha tutte le caratteristiche, per così dire, strutturali. La suddivisione è in capitoli (cinque per la precisione) e la distribuzione di Mubi avviene in veri e propri volumi (due) che compongono la prima parte. Il sequel è già annunciato. La titolazione dice molto. Last Air in Moscow si riferisce ad un periodo particolare della storia russa recente, quello che precede l’invasione dell’Ucraina. La seconda parte tratterà invece apertamente di esilio. Tutte le giovani giornaliste e attiviste politiche che la regista Julia Loktev filma in presa diretta, ritraendole nella loro quotidianità, saranno infatti costrette a lasciare Mosca.

Il canale TV Dožd, che significa “pioggia” e si definisce ironicamente “ottimista”, nasce nel 2010 su impulso di Natal’ja Sindeeva, imprenditrice e fondatrice della medesima holding. Agli esordi, in un periodo ricordato anche in MUF come di parziale apertura democratica, Dožd riceve il plauso dell’allora Presidente della Federazione Dmitrij Medvedev. Il canale si rivolge ad un pubblico giovane, istruito e libero. Finché i suoi servizi indipendenti iniziano a infastidire il Cremlino. A partire dal dicembre del 2011 Dožd segue le proteste di piazza esplose in occasione delle elezioni per il rinnovo della Duma, a seguito delle denunce generalizzate di brogli. Nel 2014, dopo l’annessione della Crimea, l’emittente paragona il governo russo a quello nazista. Nell’agosto 2021 Dožd è dichiarato “agente straniero”. L’anno dopo il canale parla di “guerra in Ucraina” e rifiuta di adottare l’espressione “operazione militare speciale”. Il 3 marzo 2022 è costretto a chiudere.

Muf è un resoconto intimo e al contempo collettivo di un momento storico cruciale della nostra epoca. Julia Loktev usa un IPhone per riprendere tutto. Il racconto è politico e privato. Le due sfere non si possono distinguere. Entriamo direttamente nelle case e nella redazione di Dožd con la massima naturalezza. I compleanni sono occasioni conviviali e di confronto, per fare un bilancio della propria vita e azzardare una previsione sul futuro. Cosa è andato storto nella storia russa? Chi avrà il coraggio di rimanere? Quali responsabilità si possono imputare ai propri genitori per aver consentito alla dittatura putiniana di prosperare in un clima di acquiescente indifferenza?

Al centro c’è il lavoro presso il centro di produzione, poi chiuso. Loktev ha il dono di farci vivere l’attualità di quei giorni drammatici. Ottobre 2021, quattro mesi alla guerra. La giornalista e storica Anna Nemzer, che ha anche codiretto Muf, espone sé stessa alla telecamera dell’IPhone. Parla della sua famiglia e di sua figlia, cercando di annodare il passato al futuro. Anna dirige da anni un programma, Who’s Got The Power?, in cui ospita e intervista esponenti dell’opposizione, in particolare intellettuali, scrittori, attivisti, uomini e donne della società civile irriducibilmente ostili al regime di Putin. Il tentativo è quello di rappresentare la possibilità di un’altra Russia e di uno spazio post-sovietico non necessariamente segnato dalla nostalgia per l’Impero zarista. Una Russia che guarda alla democrazia, ai diritti individuali, alle libertà e al progresso civile.

Anna Nemzer presenta le altre giornaliste, più giovani di lei, a Julia Loktev. I volti ricorrono e diventano via via riconoscibili, prossimi, familiari. Sonya Groysman, Irina Dolinina, Elena Kostyuchenko, Ksenia Mironova, Alesya Marokhovskaya e Olga Churakova sono amiche e colleghe, ognuna con un personale carico di angoscia da esorcizzare. Sono tutte donne, appartenenti a una generazione invisibile, progressivamente soffocata, silenziata, impossibilitata a esprimersi e amputata dei propri talenti. Alcune delle protagoniste di MUF constatano che durante la loro infanzia Putin era già Presidente. Non si ha memoria di momenti politici alternativi. Putin è un eterno presente.

L’inevitabile depressione si stempera spesso nella cruda ironia, dando vita a episodi venati di umorismo nero. È il caso della torta preparata per celebrare i 20 anni del partito di Putin, Russia Unita. Un appuntamento che diviene un utile pretesto per fare i conti con il lungo elenco di promesse elettorali mancate. I servizi di Dožd raccontano l’assenza di progressi sociali e il susseguirsi di risultati economici scadenti, a dispetto della retorica roboante del Capo. Scuole carenti di servizi igienici e non riscaldate, una povertà diffusa, disoccupazione e ovviamente diritti civili negati. Con l’iniziativa bellica alle porte, il canale riesce a intervistare i soldati mandati al fronte, sopraffatti dall’ignoranza e da false illusioni. Ne emerge, complessivamente, la rappresentazione senza filtri di una nazione rassegnata, affondata in un clima stagnante, preda di sentimenti negativi. Non esattamente l’immagine di potenza che Putin vorrebbe offrire al mondo.

Il messaggio di capodanno di Putin è l’appuntamento che Dožd non si lascia sfuggire per costruire un’ipotesi di narrazione differente sulla Russia. Il contromessaggio video scritto dagli autori del canale, sarcastico e testimonianza diretta, restituisce un prisma di posizioni incompatibili con l’uniformità ideologica reclamata dal potere. Elena è un’attivista gay, la prima giornalista ad aver scritto delle Pussy Riot. Alesja convive con una ragazza di nome Maşa (di cui per ragioni di sicurezza non vediamo mai il volto). Le giornaliste esibiscono riferimenti culturali certamente poco tradizionali, guardano all’America e all’intrattenimento “occidentale, citano famose serie tv. Una delle questioni sollevate da Dožd riguarda la violenza domestica e, in generale, il ruolo della donna nella società russa. Viene messo in questione il peso della religione nel sistema patriarcale.

Loktev raggiunge l’obiettivo di cogliere momenti di vita autentica. La raccolta di confessioni e confidenze restituisce un quadro vivido dei desideri dei giovani russi, o quantomeno della parte più avvertita e colta della popolazione tra i venti e i trent’anni. In Russia, denunciano, si sente spesso dire “non mi interessa la politica”. È questa indifferenza al mondo esterno che loro combattono. Ed è questo atteggiamento non remissivo a renderli sospetti e infine nemici dello Stato. L’etichetta di “agenti stranieri” è uno stigma inevitabile.

Per il potere i giovani sono potenzialmente infettivi. La metafora non è casuale. Le persone creative vanno isolate. Chi non finisce in carcere deve almeno provare un senso di solitudine politica e esistenziale. Anna Nemzer si cimenta nella spiegazione degli incredibili nessi causali inventati dal potere per giustificare la necessità del sistema repressivo. In nome della salute della Russia. La mancata trasmissione dell’avvertenza sui contatti con “agenti stranieri” (quello che precede ogni servizio di Dožd) sarebbe all’origine di un’epidemia di depressione nella popolazione. Verrebbe da ridere, se non fosse una tragedia. I ragazzi e le ragazze filmate da Loktev sono colpevoli di non credere, ad esempio, che l’Associazione Memorial, bandita poco prima Dožd, abbia inteso violare “l’integrità dei confini russi” solo per essersi occupata dei testimoni di Geova, che predicano un paradiso terrestre alla fine del mondo.

Qualcuno si interroga sulla possibilità di cambiare lavoro a patto di mantenere i propri principi. In Russia pare un’equazione impossibile. Emerge la naturale paura della povertà e della disoccupazione. Chi potrà mai assumere un dissidente? Uno stipendio sicuro impone di sacrificare il resto. L’impegno, i valori, la ricerca della verità. L’idea di abbandonare tutto è il prologo del trasferimento all’estero. Eppure, Mosca resta nel cuore delle giovani donne ritratte in MUF. Una metropoli tentacolare, piena di opportunità del tutto irrintracciabili altrove (nelle sperdute città di campagna, nell’estremo oriente russo), con un cinema a ogni fermata di metro. Il pensiero di lasciare la capitale è una promessa di nostalgia.

Con il passare delle settimane la repressione incrudelisce. Il timore di essere “buttate in uno scantinato”, torturate, violentate, dimenticate per anni in una patria galera si fa orizzonte reale. Ksenia ha un fidanzato rinchiuso nel famigerato carcere di Lefortovo. Ivan Safronov, accusato di tradimento per aver divulgato segreti di stato, sarà poi condannato a una pena di 22 anni. La regista segue la fidanzata nel rito della spedizione delle lettere e dei pacchi, con la quasi certezza di non ottenere risposte. Eppure non esiste altra soluzione che testimoniare gli avvenimenti, almeno finché è possibile. Creare dei precedenti (denunciare davanti a una telecamera i pedinamenti, i pestaggi, le torture) dice Anna Nemzer, significa esercitare il diritto ad esistere.

MUF è anche un documentario urbano con una specifica dimensione on the road. La regista riprende gli incroci enigmatici di Mosca, le piazze, le circonvallazioni e le strade enormi. Le immagini sono spesso accompagnate dalle parole di Anna e delle altre per illustrare, alla regista oppure a ospiti arrivate da lontano, la specifica architettura dei grattacieli brutalisti. Si annuncia, quasi fosse l’epicentro atteso di ogni percorso, l’imminente apparizione del Cremlino. L’occhio dell’IPhone, dalla resa mai algida né tantomeno voyeuristica, fissa le protagoniste alla guida della propria auto, in viaggio da un posto all’altro. A volte, ce le mostra rannicchiate nei sedili posteriori, ferme, immobili, disarmate, in attesa della scarcerazione di un collega arrestato a seguito dell’ennesima manifestazione schiacciata dalla polizia. Sotto un cielo livido, resistendo anche al gelo della capitale, le giornaliste parlano con il loro avvocato che paragona la condizione del vivere quotidiano in Russia… al culto fenicio di Baal, caratterizzato dalla venerazione di un dio ignoto e onnipresente.

Nonostante la consapevolezza di essere incastrate in un sistema kafkiano, illogico ed occasionalmente assassino (ritornano con frequenza i nomi della reporter Anna Politkovskaja, del leader dell’opposizione Boris Nemtsov e del prossimo martire, Aleksej Naval’nyj), le giornaliste non indietreggiano, nella convinzione di poter fare chiarezza e smascherare la rete di menzogne costituita dalla politica e dai mass media compiacenti. Solo attraverso il giornalismo, quello autentico, è possibile fare la differenza. In uno dei frequenti scambi di idee, domandano provocatoriamente a sé stesse, e di rimando a tutti, chi sia il vero nemico della Russia: il manifestante indifeso bollato come “indesiderabile” o, piuttosto, l’oligarca truffatore con le società offshore?

Negli ultimi due capitoli assistiamo al precipitare degli eventi. L’accelerazione colpisce al cuore, brutalmente, portando con sé nel baratro amicizie ed affetti. Il 24 febbraio le forze armate della Federazione varcano i confini orientali dell’Ucraina, un territorio, come ci ricorda Nemzer, non citato come “nazione” sui libri di storia adottati nelle scuole russe. Il cielo notturno della capitale viene illuminato a giorno da colossali fuochi d’artificio. Lo shock è assoluto. La paura della guerra nucleare irrompe nella redazione di Dožd. Il timore è di trovarsi sull’orlo dell’Apocalisse, che tutto venga incenerito nel giro di un secondo. Le giornaliste lavorano 24 ore al giorno e si rendono conto di non aver più un paese su cui contare. Il clima di allarme cozza con la tranquillità delle strade. I negozi sono pieni e la gente sembra non accorgersi di nulla. Come chiamarla, se non dissociazione?

Intanto, chi sta al fronte recupera testimonianze preziose. I soldati di Putin sono descritti nella loro condizione reale: uomini affamati, disperati, inselvatichiti. Il Cremlino ha spedito a morire gli ultimi della terra. I più derelitti tra loro sono presi da una tragicomica voglia di saccheggio, per mangiare a sbafo e portarsi a casa (ammesso che tornino…) trofei tecnologici troppo costosi in patria. La diffidenza verso il popolo russo dilaga tra gli ucraini e si trasforma presto in odio incondizionato. Le cronache dalle città assediate sono un campionario di atrocità. La Russia diventa uno “stato paria”. A Mosca chiudono i McDonalds, gli Apple Store, i negozi della catena Nike e le forze speciali occupano le sedi degli ultimi media liberi, tra cui Novaja Gazeta e appunto Dožd. Ha inizio l’esodo di intellettuali, oppositori e giornalisti, equiparati da Putin ai “terroristi”.

In una nota autobiografica, lo scrittore e premio Nobel Aleksandr Solženicyn ha scritto: persino degli avvenimenti già passati quasi mai sappiamo dare una valutazione e sappiamo prendere coscienza subito a ferro ancora caldo, tanto più imprevedibile e straordinario è per noi l’andamento dei fatti futuri. In attesa dell’ultima parte, il film di Anna Loktev, vincitore di numerosi premi negli Stati Uniti e acclamato dalla critica, rappresenta un documento storico imperdibile.

Titolo originale: My Undesirable Friends: Part I – Last Air in Moscow.

Numero di episodi: 5 capitoli divisi in due parti

Durata complessiva: 324 minuti

Distribuzione MUBI

Uscita: Aprile 2026

Genere: Documentary

Consigliato a chi: usa Harry Potter come metro di paragone, ha adottato un cane con un occhio solo.

Sconsigliato a chi: dorme con i tranquillanti sotto il cuscino, ha una stanza vuota che non sa come arredare.

Letture parallele:

Un libro imprescindibile: Anna Politkovskaja, La Russia di Putin, Adelphi, 2022.
Dopo la dittatura viene la democrazia… o forse no: Boris Akunin, L’avvocato del diavolo, Mondadori, 2025.

Viaggiare da soli è bello ma in compagnia di un grande scrittore è anche meglio: Michela A.G. Iaccarino, In Russia con Emmanuel Carrère. Madre, lingua madre e dasvidania, Perrone editore, 2026.

Una scritta sulla t-shirt: la libertà non è mai qui.

 

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