La Nuova Camorra Organizzata, Portobello, Giovanni Pandico e Enzo Tortora: si apre con quattro cartelli che spiegano gli elementi chiave del più clamoroso errore giudiziario della storia repubblicana, l’ultimo straordinario lavoro di Marco Bellocchio, per cui gli aggettivi e le iperboli sono finite da molto tempo.
In particolare i lavori di questi anni ’20 – Marx può aspettare, Esterno Notte, Rapito, Portobello e Il traditore, appena precedente – appaiono tra i più complessi e politici di una carriera cominciata con I pugni in tasca esattamente sessant’anni fa.
Nelle due puntate mostrate in anteprima a Venezia della serie prodotta da HBO Max – destinata ad inaugurare la imminente versione italiana della piattaforma di proprietà Warner – Bellocchio ricostruisce gli antefatti e i motivi che portarono all’arresto del popolarissimo giornalista e conduttore televisivo nella notte del 17 giugno 1983, al termine di una stagione televisiva in cui il suo programma Portobello, aveva raggiunto vette di popolarità incredibili, incollando 28 milioni di italiani al teleschermo.
In modo molto significativo, l’incipit mostra immediatamente i due spazi elettivi della serie, quelli attraverso cui si è definita la parabola pubblica di Tortora: gli studi televisivi della RAI e la cella di un carcere, capaci di evocare i due poli di una tensione che attraversa in modo continuo e sotterraneo entrambi gli episodi.
Bellocchio sa che questa è una storia che appartiene al passato e la racconta come se dovessimo scoprire con lui tutte le coordinate narrative di questo intreccio, che solo chi ha più di cinquant’anni ricorda davvero.
Nel luglio del 1977 Giovanni Pandico, schizofrenico killer di mezza tacca della NCO di Raffaele Cutolo, è in carcere all’Elba con lo ‘ndranghetista Domenico Barbaro, quando ha l’idea di spedire al programma di Tortora dei centrini realizzati in prigione, da vendere in trasmissione.
Solo che la RAI smarrisce il pacco, Pandico vaneggia di vendette personali e continua a scrivere a nome di Barbaro al presentatore, chiedendo una qualche forma di riparazione.
Tortora prende sul serio la questione e convince la RAI a risarcire Barbaro. La faccenda sembra chiusa, ma il risentimento di Pandico cova a lungo, mentre passa a Poggioreale, in una cella poco distante da quelle del suo capo Raffaele Cutolo, del suo luogotenente Pasquale Barra e di altri killer della sua organizzazione che lo Stato e la concorrenza della Nuova Famiglia sta pian piano smantellando.
Mentre il successo di Tortora segna i venerdì sera degli italiani nei primi anni ’80, rapiti dal pappagallo che non parla e dalle popolarissime rubriche della trasmissione, i pubblici ministeri Di Pietro e di Persia della Procura di Napoli mettono in piedi – grazie alle rivelazioni di Pandico e Barra, dissociatisi dalla camorra – un’indagine che coinvolge 800 presunti appartenenti e affiliati alla camorra.
Tra questi, Pandico conferma esserci anche Enzo Tortora, il famoso presentatore televisivo, che era – a suo dire – uomo di Cutolo e riceveva e spacciava cocaina nel mondo dello spettacolo, attraverso Francis Turatello. I famosi centrini non erano altro che partite di droga in codice.
Enzo Tortora viene arrestato all’Hotel Plaza di Roma e condotto a Regina Coeli, non dopo aver subito l’umiliazione delle manette e della gogna davanti alle telecamere della sua televisione.
Tortora è un liberale, lontano da DC e PCI, si è sposato una prima volta ottenendo l’annullamento dalla Sacra Rota e si è separato anche dalla seconda moglie. Le figlie Silvia e Gaia vivono con la madre. Ha una relazione con la giovane giornalista del Radiocorriere, Francesca Scopelliti.
Nel primo incontro con i due magistrati, al suo avvocato Raffaele della Valle non vengono formalizzate le accuse, nè gli vengono mostrate le prove per le quali è stato arrestato.
Ai tentativi di spiegazione di Tortora, alle prove delle ricevute dei centrini e del risarcimento versato dalla RAI, Pandico risponde inventando di sana pianta nuove incredibili accuse.
Nella sua cella di Regina Coeli, un ex terrorista gli chiede: “Ma tu credi veramente di essere innocente?” accusandolo politicamente di aver preso in ostaggio 28 milioni di italiani con la sua trasmissione qualunquista e superficiale. “Tu hai fottuto le speranze di milioni di italiani. Sei un imbroglione di massa”.
Le prime due puntate solo quelle della caduta nel vuoto in cui precipita Tortora: quello che appare evidente a lui e al suo avvocato, diventa assai più complicato per gli inquirenti.
Il terzo episodio vede il trasferimento del detenuto, per motivi di salute, a Bergamo e l’incontro doloroso con le figlie ai colloqui. Nel frattempo il Giudice istruttore a Napoli si occupa di erigere il “castello di carte” accusatorio che reggerà sino in appello. Un finale felliniano ci conduce al quarto capitolo nel quale Bellocchio ricostruisce kafkianamente il montare delle accuse fasulle fra i dissociati ospitati come nababbi alla Caserma Pastrengo di Napoli, tra serenate e champagne. Fare il nome di Tortora garantisce un trattamento di lusso a criminali e killer già pluricondannati. L’elezione del protagonista al parlamento europeo a giugno 1984 per i Radicali coincide con il suo rinvio a giudizio.
Gli ultimi due episodi raccontano i due maxi-processi alla Camorra, condotti ancora secondo il vecchio rito inquisitorio, senza alcuna garanzia per gli imputati e assecondando le dichiarazioni rese precedentemente da bugiardi e criminali, in uno show di infimo ordine, in cui ai difensori è concesso solo la possibilità di incrinare l’impianto di un’accusa cieca e sorda.
Tortora viene dipinto come un “cinico mercante di morte”, fino alla sentenza d’appello del settembre 1986, che lo assolve integralmente, anche grazie al lavoro scrupoloso di uno dei giudici, il primo a ricostruire filologicamente il quadro delle accuse e delle dichiarazioni dei pentiti, e di Vallanzasca, il braccio destro di Turatello, che sconfessa il pentito Melluso e scagiona il presentatore.
Emergono tuttavia il volto famelico della stampa, la doppiezza e l’ambizione dei procuratori incaricati, il valore attribuito ai vaneggiamenti senza prove di un criminale instabile come Pandico, la natura imperfetta di un sistema che dopo Tortora sarebbe cambiato profondamente, ma in cui gli errori restano sempre un’ombra inquietante e umanissima. Il protagonismo delle procure, la natura stessa dei maxiprocessi alla criminalità organizzata, il ruolo della carcerazione preventiva, quello dei pentiti, la natura inquisitoria del nostro codice di rito, la presunzione di innocenza e il garantismo sono tutte questioni che verranno discusse a lungo proprio a partire dal “Caso Tortora” e dalle sue battaglie con il Partito Radicale.
Il lavoro di Bellocchio è solenne, surreale, sentito, capace di ricostruire un tempo e un’Italia lontane, ma che continuano a pesare nel nostro presente.
La storia personale di Tortora si intreccia in quegli anni con alcuni eventi che il cinema ha raccontato pochissimo, come il terremoto dell’Irpinia del 23 novembre 1980, che qui invece ha un ruolo narrativamente importante o come il passaggio della televisione dal bianco e nero al colore, vissuto da Tortora in diretta con un vestito d’arlecchino capace di esaltare i cromatismi inediti anche all’interno della sua trasmissione.
Non mancano i momenti in cui la ricostruzione minuziosa e realistica si apre ad elementi onirici, stranianti, come il pulcinella all’interno del carcere o la fuga simbolica del pappagallo Ramon o ancora i provini degli ospiti di Portobello, con quella sensazionale ragazza che piange, che sembra una premonizione dell’imminente caduta.
Esattamente come accaduto per Esterno Notte, Bellocchio si affida a un monumentale Fabrizio Gifuni, nei panni dell’eroe imperfetto di questa tragedia, volto di un’Italia borghese e perbene che forse il regista oggi in un certo senso rimpiange o quantomeno sceglie di raccontare, dopo averla combattuta con il suo cinema sin dal suo tumultuoso esordio: “noi intellettuali di sinistra lo guardavamo con un certo distacco, impegnati in un’altra direzione ideologica. Il suo tono di superiorità verso i concorrenti, lo sfoggio di cultura non me lo rendevano particolarmente simpatico. Era inviso ad una classe sociale di potere che vedeva con disprezzo e grande invidia la sua enorme popolarità, di un liberale che non veniva dal popolo e che era un borghese molto presuntuoso. Anche il Vaticano diffidava di lui, insomma non godeva di nessuna protezione”.
Vediamo a lungo Tortora nella prima puntata, in mezzo agli ospiti del suo programma, con la sorella Anna, sua più stretta collaboratrice, ma curiosamente lontano dalla sua famiglia, costretto a nascondere la sua relazione con Francesca, in un’Italia ancora bigotta e in una RAI pesantemente condizionata dalla politica, che per ben due volte l’aveva allontanato a lungo dai suoi schermi.
Lino Musella è un Pandico non meno memorabile, travet del male, mezza cartuccia di un’associazione criminale in disarmo, mitomane bugiardo e ossessionato da Tortora, autore credibile, con i suoi modi civili e la sua cultura, di teoremi accusatori fasulli ma verosimili.
Il Pandico di Bellocchio intercetta poi quel sentimento perfettamente italiano che gode nel vedere nella polvere chi si trovava sull’altare sino ad un attimo prima. Salire e scendere dal carro dei vincitori è una specialità in cui siamo interpreti eccelsi, che convive con il sospetto che dietro il successo altrui ci sia sempre qualcosa di indebito, di losco, di non detto.
Il finale della seconda puntata è affidato significativamente alle immagini di Tortora rasato a zero all’interno del carcere, in una sorta di definitiva adesione al nuovo ambiente, che richiama e raddoppia il taglio da un noto parrucchiere milanese in occasione della nuova stagione televisiva, come se fossimo in un film di Audiard o nell’incipit di Full Metal Jacket.
La serie si chiude significativamente con il ritorno in tv e con l’ultima puntata di Portobello, in cui le immagini di repertorio ripropongono il vero Tortora, pochi mesi prima della morte. E’ peraltro curioso che non sia la RAI a programmare Portobello, ultimo affronto a un’icona che con Mike, Pippo e Corrado ha contribuito a edificarne le fondamenta, fin dagli anni ’50.
Imperdibile.
Dal 20 febbraio in Italia su HBO Max.


Prendo nota, grazie.