Cannes 2021. Marx può aspettare

Marx può aspettare ***1/2

Un ritratto familiare che diventa racconto personale, intimo, di una tragedia lontana. Con un protagonista unico, anzi duplice.

Il nuovo lavoro di Marco Bellocchio nasce da un pranzo, organizzato nel 2015 a Piacenza, al circolo dell’Unione, tra i cinque fratelli superstiti della sua famiglia, con figli e nipoti. Un’ultima occasione di stare tutti assieme, vista l’età.

Ma anche più chiaramente “l’ultima occasione di fare i conti con qualcosa che era stato oscurato, nascosto. Non mi interessava realizzare un’opera nostalgica o generica sulla famiglia. Abbiamo individuato subito il protagonista, un assente, mio fratello Camillo”.

Camillo è il gemello di Marco morto suicida il 27 dicembre del 1968 a soli 29 anni.

Il film diventa così il tentativo di raccontarne la vita, la personalità fragile, il tragico finale, in anni in cui Marco e gli altri fratelli erano occupati a contestare le strutture sociali ed economiche, a fare la rivoluzione, anche a quella famiglia cattolica e borghese in cui erano nati.

Il più grande Piergiorgio fondatore dei Quaderni piacentini, Alberto sindacalista alla Camera del lavoro, il gemello Marco a Roma a fare cinema, con grande successo.

L’ultima volta che si incontrano, Marco suggerisce superficialmente a Camillo di trovare la sua strada nel movimento, per “servire il popolo”. Ed è in quel momento che il fratello gli risponde con la frase che dà il titolo al film e compare anche ne Gli occhi, la bocca, pronunciata da Lou Castel:  “Marx può aspettare“, la rivoluzione e il popolo pure, perchè i suoi problemi erano diversi, molto più intimi e personali.

Camillo era stato uno studente mediocre: dopo aver fatto le elementari e le medie con Marco, il padre l’aveva spinto verso una scuola tecnica, per geometri, ma non era certo quello il contesto per valorizzarlo. Diventato poi insegnante di ginnastica, dopo aver frequentato l’ISEF, aperta una piccola palestra, sembrava aver trovato la sua serenità con Angela, una ragazza conosciuta nel suo gruppo di amici.

Nulla di più falso.

Marx può aspettare è costruito raccogliendo le testimonianze dei fratelli e delle sorelle di Marco e sorella di Angela: i loro ricordi, le loro supposizioni, i loro sensi di colpa sono quelli su cui Bellocchio edifica un racconto che è sia un omaggio al fratello e al mistero della sua morte, sia un viaggio personale nella sua famiglia, che fin da I pugni in tasca ha indagato e messo sullo schermo con ironia feroce e spirito iconoclasta.

Un pezzo alla volta, con un rigore che non lascia mai trasparire l’emozione incandescente, che cova sotto l’etica della messa in scena della propria famiglia, Bellocchio rende onore al fratello perduto; racconta la religiosità claustrofobica della madre; la scomparsa prematura del padre; il “deserto” emotivo e affettivo in cui ciascuno degli otto fratelli doveva pensare a sopravvivere da solo; la distanza sua, di Piergiorgio e di Alberto dal fratello: il loro successo, la fama intellettuale, metteva ancor più in ombra la semplicità di Camillo, un tipo divertente, a cui piaceva ballare e frequentare la sua compagnia d’amici.

Marco si mette in discussione in prima persona, interrogato dai figli e da Padre Virgilio Fantuzzi, un gesuita che gli dice le cose più semplici eppure sconvolgenti: “Ho sempre avuto la sensazione che il tuo fosse il cinema di un penitente. E vedendo i tuoi film mi sembrava di essere al di qua della grata del confessionale”.

Tornano nel film alcuni momenti del suo cinema, da I pugni in tasca a Gli occhi, la bocca, fino a L’ora di religione, in cui la dimensione familiare e la figura del fratello hanno trovato modo di emergere, significativamente.

Nel racconto grande delle istituzioni familiari, scolastiche, religiose, politiche di questo Paese, è come se Bellocchio avesse sempre cercato di trovare una risposta impossibile a quell’aridità affettiva sentita da ragazzo, in quella famiglia grande che è stata indagata e trasfigurata fin dal suo esordio.

Bellocchio non fa sconti a nessuno, a se stesso, ai suoi fratelli, alla sua famiglia, si mette in scena senza filtri e senza pudori, non cede mai al melodramma, resta sempre lucido, a ciglio asciutto, con sguardo indagatore, severo, mai complice.

Marx può aspettare resta ugualmente bruciante, doloroso, animato da un’umanità faticosamente riconquistata, che trasforma questo piccolo film in un racconto potente, tragico di rara forza poetica.

Un film fatto di presenze e assenze, di fantasmi e memorie, in cerca di una verità irraggiungibile, chiusa nel profondo dell’animo umano.

Le musiche sono di Ezio Bosso, scomparso un anno fa, ultima testimonianza del suo talento.

Solo alla fine, sui titoli di coda, che seguono un incontro impossibile sul ponte del Diavolo di Bobbio, la giustapposizione delle foto di Marco nel corso degli anni e di quelle eternate in una gioventù perenne di Camillo segnano l’irrompere improvviso del cinema, della sua forza mitopoietica e creativa, in cui alle parole si sostituiscono le immagini.

Recitando un nuovo capitolo in quell’autobiografia cinematografica, che da Sorelle in avanti ha segnato un nuovo spazio riflessivo e in divenire nel cinema di Bellocchio.

 

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