Shogun: un racconto epico ed emozionante che fa rivivere il Giappone del ‘600

Shogun ****

Un abile navigatore inglese, John Blakthorne (Cosmo Jarvis), approda con l’equipaggio della nave mercantile Erasmus, dopo alcuni giorni passati alla deriva, in un angolo remoto del Giappone. Qui il suo destino finisce per intrecciarsi con quello di Yoshii Toranaga (Hiroyuki Sanada) e dei suoi vassalli impegnati a conquistare il potere in una lotta senza esclusione di colpi. Siamo sul finire del XVI secolo e il Giappone, ancora immerso nel sistema feudale, è amministrato da 4 nobili daimyo, veri e propri signori della guerra: Ishido, con chiare ambizioni egemoniche, il ricco commerciante Sugiyama, i cattolici Kiyama e Ohno, quest’ultimo colpito da una grave forma di lebbra. L’obiettivo di Ishido, che di fatto già controlla il concilio, è destituire Toranaga, l’unico in grado per lignaggio e intelligenza di ostacolare la sua supremazia. La sua ambizione personale si sposa con quella dei missionari portoghesi, interessati tanto a diffondere la religione cattolica quanto a sfruttare economicamente il Giappone. Fatto prigioniero dal principale scudiero di Toranaga, il sadico e pusillanime Kashigi Yabushige (Tadanobu Asano), Blakthorne finisce per meritarsi l’attenzione di Toranaga per le abilità che dimostra con le armi da fuoco e perché riesce in due diversi frangenti a salvargli la vita. Toranaga vede nell’irruento, ma coraggioso inglese, che ora viene chiamato Anjin (pilota), anche un utile alleato per contrastare la diffusione della cultura cattolica nel Paese. Grazie ai consigli della sua interprete, Mariko (Anna Sawaii), al coraggio e alla progressiva apertura verso una cultura così diversa, Blacktorne (il cui personaggio è ispirato al primo inglese a raggiungere il Giappone, William Adams) scala le gerarchie, fino a diventare un samurai a tutti gli effetti. Egli finisce per innamorarsi di Mariko, , che nasconde un passato travagliato per l’accusa di tradimento rivolta al padre e alla sua casata. Sarà proprio lei a sorreggere Toranaga nella sua ascesa allo shogunato e a salvare la vita dell’Anjin.

Shogun è una produzione FX distribuita in Italia da Disney +, uno show di grande fascino che fin dalla sigla iniziale non nasconde il tono epico che sta alla base della narrazione. E’ in modo dichiarato uno show ambizioso che dimostra diverse analogie con Il Trono di Spade. Partiamo dalla prima, la più rilevante: entrambi si basano su di una solida base testuale, in questo caso il riferimento è il libro Shogun scritto da James Clavell nel 1975, che non si propone come un racconto fantasy, come il testo di R.R. Martin, ma piuttosto come un affresco storico su cui si inseriscono delle vicende liberamente ispirate alla vita di personaggi realmente esistiti. Le energie del protagonista, Toranaga, sono volte alla conquista del potere, anche se non si tratta di sedere sullo scomodo trono di Westeros, ma di conquistare il titolo di Shogun, equivalente al generale capo delle forze armate, utilizzato in Giappone fino al 1868 per esprimere una preminenza militare che progressivamente diventa anche politica. Come ne Il Trono di Spade assistiamo poi, impotenti, alla morte di personaggi molto amati che negli ultimi episodi ci lasciano per scelta o per costrizione, sullo sfondo di un destino crudele e insondabile. Entrambe le serie parlano quindi al cuore dello spettatore, evocando senza mezzi termini emozioni ancestrali e ponendo questioni esistenziali che vanno oltre alle differenze di genere o di razza. Questi temi comuni si inseriscono poi in racconti fluidi, dotati di grande capacità immersiva e di una resa altamente spettacolare in cui i suoni e le musiche svolgono un ruolo diegetico rilevante e in cui momenti di estrema violenza si alternano a momenti commoventi. Là dove a Westeros riecheggiavano le musiche dei bardi e dei cantastorie, qui sono piuttosto le poesie improvvisate ad assolvere la funzione di controcanto alla violenza bellica e a quella, non meno crudele, dell’esercizio del potere.

Eppure, a fronte di molte analogie, non mancano le diversità: se Il Trono di spade sviluppava una narrazione polifonica e policentrica, qui il centro del racconto è sempre Toranaga (ispirato al personaggio di Tokugawa, che salì al potere dopo aver vinto la grande battaglia di Sekigahara nel 1600). Il racconto si sviluppa in modo lineare seguendo le vicende del protagonista, filtrate attraverso lo sguardo dell’Anjin di cui adottiamo il punto di vista; la sceneggiatura, realizzata con minuzia da un team di scrittura coordinato da Justin Marks e Rachel Kondo trova modo e forma per presentarci diversi caratteri degni di nota, come la nobile Mariko o come il simpatico voltagabbana Yabushige. Diversa è anche la tensione che muove il protagonista: il suo impegno, come emergerà nel finale, è volto a garantire al Paese un periodo di pace, ponendo fine ai combattimenti tra le diverse fazioni e non semplicemente ad ottenere un titolo a cui si crede di aver diritto per nascita o per eredità. Lo shogunato dei Tokugawa è infatti ricordato come un lungo periodo di pace e prosperità e la figura del suo fondatore è stata oggetto in Giappone di numerose rappresentazioni. La vicenda a cui assistiamo è una storia già raccontata in diverse forme e tempi: ancora una volta in questo ri-appropriarsi e ri-proporre un mito nazionale troviamo conferma di una ben precisa tendenza identitaria, diffusa in modo trasversale. Lo abbiamo raccontato in passato parlando di Lupin per la Francia, dei Windsor per il Regno Unito o anche di serie Tv di minor successo (e budget) come l’italiana Mameli. Anche il recupero di tradizioni come il Sumo (Sanctuary) va peraltro nella stessa direzione. E’ quindi una tendenza che va oltre al singolo Paese, ma ci appare piuttosto diffusa nelle nostre società. Il fatto che ci troviamo di fronte ad un racconto storico e non ad un fantasy e che questo racconto sia contestualizzato in un’epoca di confusione geopolitica e di guerra è altrettanto chiaramente un segno dei tempi. Così come la figura di un pacificatore rappresenta un auspicio che da più parti viene visto come una necessità in questo nostro particolare frangente storico.

Dal punto di vista tecnico la realizzazione è estremamente curata. La tendenza delle ultime opere seriali è di puntare su prodotti importanti per budget e risorse: Shogun si inserisce in questa linea, con una produzione che, complice la pandemia del 2019, è durata circa 6 anni. I valori del cast sono importanti e da più parti si è espresso particolare apprezzamento per le misurate ed essenziali interpretazioni di Anna Sawaii nei panni di Mariko e di Hiroyuki Sanada in quelli di Toranaga. Per quest’ultimo si tratta anzi di una di quelle performance che legano in modo importante l’attore e il personaggio, per qualità e abilità, ma anche per una straordinaria somiglianza visiva con il vero Tokugawa. Forse è proprio Cosmo Jarvis a peccare di qualche eccesso che stona nel complesso così misurato delle altre interpretazioni. Di valore assoluto sono poi i costumi, le scenografie e in generale il lavoro dei maestri di scena che riescono a dare corpo e anima alla dimensione rurale come a quella cortigiana del Giappone feudale. La sensazione è quella di una squadra di professionisti ben affiatati e gestiti con sapienza, proprio come avviene con i sei registi che si sono alternati dietro la macchina da presa, ciascuno dando un proprio contributo peculiare. Tra gli altri ricordiamo Frederick E.O. Toye (Watchmen, The Boys, Lost) che ha filmato l’episodio conclusivo, mentre Jonathan Van Tulleken (Upload, Trust: il rapimento Getty) ha diretto l’episodio pilota. Tulleken è impegnato in una serie sequel molto attesa, Blade Runner 2099.

La scrittura è acuta, ricca di momenti profondi e di emozioni. Non è mai banale nè scontata, ed evita sapientemente di scadere in pomposità o in retorica fine a se stessa. La storia scorre in modo fluido, con un ritmo lento che passa da un’ampia introduzione al mondo narrativo ad una fase di stallo più intimistica da cui poi si esce per procedere a passo spedito verso il travolgente finale. L’accuratezza storica è garantita dalla collaborazione di esperti di storia del Giappone e docenti universitari e, soprattutto, dalla disponibilità dello staff ad accogliere i loro suggerimenti.

Meritevole di citazione anche la colonna sonora, con la musica originale composta da Atticus Ross, Leopold Ross e Nick Chuba in grado di esprimere al meglio il tono epico, così come i momenti lirici della narrazione.

Il successo sostanzialmente unanime di pubblico e critica potrebbe spingere FX a valutare una seconda stagione di quella che in origine è stata pensata come una miniserie, quindi un prodotto in sé concluso.

TITOLO ORIGINALE: Shogun

DURATA MEDIA DEGLI EPISODI: 57 minuti

NUMERO DEGLI EPISODI: 10

DISTRIBUZIONE STREAMING: Disney+

GENERE: Adventure, Period Drama, War Epic

CONSIGLIATO: a tutti gli amanti dei racconti epici, in particolare di quelli in costume e ambientati in oriente.

SCONSIGLIATO: a quanti non amano i racconti lenti, con ampi spazi di attesa tra i momenti più adrenalinici. Ci vuole pazienza e attenzione per cogliere il meglio di questa serie Tv.

VISIONI PARALLELE: c’è un celebre adattamento del romanzo di Clavell, datato 1980, con attori molto conosciuti: Toshiro Mifune nei panni di Toranaga e Richard Chamberlain in quelli dell’Anjin. Cinque episodi di lunga durata: complessivamente si tratta di oltre 580 minuti di racconto, per un piccolo classico degli anni ’80 vincitore di 3 Emmy per i costumi, i titoli e per la categoria mini-serie (o serie conclusa).

UN’IMMAGINE: il racconto è rilevante nel portare a ragionare sulla vita e la morte da una prospettiva diversa, divergente dalla cultura tradizionale occidentale. Il particolare rapporto dei samurai con la morte è esplicitato dai numerosi seppuku cui assistiamo e che apparentemente sembrano eccessivi, mentre in realtà rispecchiano una tendenza del tempo. Per compiere seppuku e sventrarsi con la propria wakizashi (la seconda lama, più corta, portata dai samurai) era necessario molto coraggio, il che conferiva dignità alla morte, anche in caso di una cocente sconfitta militare o di un comportamento disonorevole verso sé o verso il proprio signore. Nella serie un personaggio estremamente ambiguo, seppur con un impatto emotivo sostanzialmente positivo, come Kashigi Yabushige, trova proprio nel seppuku la perfetta conclusione del suo arco narrativo. Egli cerca di evitare la morte fino all’ultimo, ma la affronta senza ritrosie quando capisce che non ci sono alternative. Il seppuku era quindi una scelta piuttosto diffusa in una società in cui il valore della lealtà e dell’onore erano fondamentali. Mariko sintetizza in una frase il valore della morte, dicendo che essa ha la stessa importanza della vita: è il suo significato a contare, non la morte (o la vita) in sé stessa.

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