Trust. La serie sul rapimento Getty: puro intrattenimento sensoriale

Non c’è politica, non c’è costume, non c’è ideologia portante: Trust è un racconto dal ritmo incalzante, dalla qualità visiva altissima e dagli interpreti solidi. A metà tra la tragedia e la commedia non si perde in chiacchiere, ma sa quando allentare il ritmo e strizzare l’occhio allo spettatore (James Fletcher Chace, braccio destro di Getty Sr. ed ex CIA, interpretato da Brendan Fraser, sembra fatto apposta per questo).

Se siete alla ricerca di un intrattenimento di alto livello, questo show fa per voi.

Qualcuno avrebbe preferito analisi più approfondite dell’animo umano, degli affetti, del potere, ma la serie percorre strade diverse e quando incrocia questi temi lo fa soprattutto per dare spessore narrativo ai personaggi e non per esigenze ermeneutiche. Il marchio autoriale della coppia da Oscar (The Millionaire) Beaufoy (sceneggiatore) – Boyle (regista dei primi tre episodi) è tutto in questo spirito prettamente sensoriale.

La trama è presto detta: la storia di come la famiglia Getty affronta il rapimento di J.P. Getty III, nipote del fondatore dell’impero, John Paul Getty Sr. Il racconto non ha interesse ad una piena aderenza storica: niente a che vedere con American Crime Story: il caso OJ Simpson, per intenderci. Se dovessimo paragonarlo ad uno stile pittorico ci troveremmo di fronte ad espressionismo e non certo a realismo. Si può anzi apprezzare l’originalità dell’interpretazione della vicenda: il giovane Getty sembra voler in un primo tempo sfruttare il rapimento per proprio interesse, estremo disconoscimento del proprio nome e della propria famiglia.

Trust è soprattutto la storia di una famiglia. Una famiglia che è letteralmente dominata dalla strabordante personalità di Getty senior e che vive (o forse sarebbe più appropriato dire passa il tempo), in un sostanziale disinteresse verso il mondo che la circonda. La realtà non sembra bussare alle porte della bella tenuta inglese dei Getty, se non tramite qualche notizia rubata alla televisione e al quotidiano che ogni mattina il maggiordomo Bullimore consegna a John Paul Sr. La lettura del Times è per i narratori soprattutto uno strumento per evidenziare la taccagneria del fondatore della dinastia, che si appunta scrupolosamente ogni aumento, più che la dimostrazione di un qualche reale interessamento per i fenomeni sociali.

A Donald Sutherland il personaggio di J.P. Getty Sr. calza perfettamente: un miliardario eccentrico, senza scrupoli, capace di trasformarsi in un attimo da nonno amorevole a despota senza scrupoli. L’espressione di perenne disgusto e disinteresse che l’attore inglese ha dipinta sul viso racconta tutto questo, con un tono tragicomico che è un po’ la cifra della serie. Sutherland è bravissimo a non ridurre il suo personaggio ad uno stereotipo e regge l’interpretazione sui dieci episodi, riuscendo a modulare con grande efficacia le diverse sfumature di un carattere tutt’altro che monocorde.

L’unico membro della famiglia Getty che sembra realmente in contatto con il mondo e i suoi cambiamenti sociali è il giovane John Paul (Harris Dickinson) che resta ferito durante una manifestazione a Roma e che prova sulla propria pelle l’esigenza di affermazione della ‘Ndrangheta calabrese. Gli altri Getty, la madre di Paul, il padre, gli zii vivono separati dal mondo: ma questa condizione è estesa anche ai collaboratori: il maggiordomo (Silas Carson) che non ha da anni un giorno di libertà o il giardiniere (John Schwab) che si è ritagliato una casa all’interno della splendida serra dei Getty, per non parlare delle quattro compagne di Getty Sr., di fatto un piccolo harem, costrette alla reclusione nella speranza di avere una parte nel testamento dell’uomo più ricco del mondo. I briganti, che vivono nell’indigenza, o quasi, nelle montagne calabresi ci appaiono molto meno soli di quanto non siano i Getty: la loro è una solitudine ereditaria che racconta una storia: una solitudine per così dire genetica; la solitudine dei Getty sembra invece quella di chi l’ha scelta per paura che vivere nel presente abbia un costo troppo alto.

Scelta infelice, come dimostrerà proprio il rapimento di J.P. III.

Gli attori sono tutti professionisti di valore assoluto: ai già citati va aggiunta Hilary Swank, nei panni di Gail Getty, la madre di J.P. III, senza dimenticare il nostro Battiston (il ristoratore Bertolini) e l’ottimo Marinelli nei panni del bandito Primo Nizzuto.  Il particolare rapporto tra la serie e l’Italia è espresso anche dal fatto che l’ottavo episodio (In the name of the father), peraltro considerato dalla critica uno dei migliori, è stato filmato da Emanuele Crialese (Respiro, Nuovomondo).

Le ambientazioni cambiano e con esse la fotografia: il passaggio dalle uggiose atmosfere anglosassoni a quelle romane, così ricche di sole e colori è abbacinante e il paesaggio calabrese che accompagna il tentativo di fuga del giovane Getty e del suo improvvisato compagno Angelo (Andrea Arcangeli) è, nella sua maestosa solitudine, vibrante di colori e di emozioni che oscillano tra l’olfattivo e il tattile. Le location italiane: Roma, la Calabria e la Toscana regalano, per quanto con tonalità espressioniste, momenti visivi di grande bellezza.

La colonna sonora fa ampio uso non solo di musica rock degli anni ’70, ma anche della tradizione melodica italiana, a volte scelta in modo un po’ semplicistico.

Ci sembra interessante spendere due parole sulla differenza tra il film di Ridley Scott Tutto il tempo del mondo e Trust: là dove il film non ha convinto, la serie invece è riuscita nel suo intento, a riprova del fatto che i tempi del racconto sono decisivi, specie per dare spessore ai personaggi: non dipende solo dall’abilità dell’autore e del suo staff, anche la forma narrativa è determinante. Ad esempio un episodio come il settimo, Kodachrome, in cui si scandaglia a ritroso il rapporto tra J.P. Getty Jr. (Michael Esper) e John Paul Getty Sr. che a prima vista può sembrare meno essenziale, contribuisce a conferire spessore a un Getty Jr. che altrimenti rischiava di apparire un personaggio senza spessore, schiacciato  tra il padre e il figlio.

Varrebbe poi la pena chiedersi per quale ragione questa storia di 45 anni fa svolge in questo momento storico un ruolo simbolico così forte nell’inconscio collettivo da trovare due diverse rappresentazioni a così stretto giro di posta.

La serie è antologica, quindi ogni stagione avrà come tema un rilevante fatto di cronaca, sul modello di American Crime Story.

Un appunto alla scelta di distribuire lo show a cadenza settimanale: discutibile, non solo perché riduce la visione ad uno spezzatino, ma perché la trama è così coinvolgente che lo spettatore, soprattutto se non conosce l’esito della vicenda, ha il desiderio di vederla tutta d’un fiato.

TRUST

NUMERO EPISODI: 10
DURATA MEDIA PER EPISODIO: 50 MINUTI
DISTRIBUZIONE: SKY ATLANTIC
DATA DI USCITA IN ITALIA: 28 Marzo

LA FRASE CHE CI E’ PIACIUTA DI PIU’:  “Turns out a rich life is just as messed up as a poor life, just a different kind of messed up.” J.F. Chace Trad. “La vita dei ricchi è piena di casini come quella dei poveri, solo un genere diverso di casini”.

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