The Woman King

The Woman King **

Il nuovo film di Gina Prince-Bythewood (The Old Guard) nasce da una visita in Benin dell’attrice Maria Bello. Durante il soggiorno le raccontano la storia delle guerriere Agojie, che per quasi tre secoli, tra il 1600 e la fine del 1800 sono stati uno dei pochissimi corpi di guardia d’élite composto solo di donne, che gli europei chiamavano amazzoni e che proteggevano il regno di Dahomey.

Coinvolta la produttrice Cathy Schulman e la sceneggiatrice Dana Stevens, Maria Bello ha cercato per cinque anni di portare la loro storia sul grande schermo, fino a che la Sony Tristar non ha dato il via libera al progetto con Viola Davis protagonista nel 2020.

Il film è ambientato nel 1823, durante il regno del giovane Re Ghezo, deciso a incrementare i l profilo militare delle guerriere Agojie, durante lo scontro con i nemici meglio armati e più numerosi dell’Impero Oyo e con il popolo dei Mahi.

In quegli anni entrambi i regni prosperavano sulla vendita dei prigionieri come schiavi.

La generale Nanisca, che guida le Agojie, vorrebbe mettere fine alla tratta, commerciando l’olio di palma e le altre ricchezze naturali che il territorio offre.

Quando tuttavia i commercianti portoghesi di schiavi si alleano con l’Impero Oyo e con il loro sanguinario generale Oba Ade, la sopravvivenza stessa del Dahomey è messa a repentaglio.

Intanto, all’interno del palazzo reale, l’addestramento delle giovani guerriere, prosegue senza sosta. Tra di loro si distingue la ribelle Nawi, che ha rifiutato il matrimonio combinato dal padre e che non ha altra scelta che servire il re come guerriera.

Entra nelle simpatie di Izogie, la sua istruttrice e di Malik, un commerciante di schiavi che ha deciso di tornare nel Dahomey, da dove proveniva la madre.

The Woman King sembra guardare tanto ad una certa epica hollywoodiana che sta tra Braveheart e Il Gladiatore, quanto al classico di James Fenimore Cooper pubblicato proprio negli stessi anni in cui è ambientato il film, L’ultimo dei Mohicani.

La Stevens non rinuncia a nulla: foschi segreti e violenze brutali, combattimenti all’arma bianca e incontri sentimentali, addestramenti feroci e solennità imperiale, colonialismo e liberazione femminile.

Dal punto di vista drammatico il film è un mappazzone piuttosto indigesto, che aggiunge nuovi ingredienti sino a saturare ogni possibile gusto, salvo poi scegliere sempre la dimensione action per risolvere ogni questione.

Il film funziona egregiamente nei combattimenti, negli scontri tra le guerriere Agojie e i nemici, meglio armati e dotati di cavalli, a cui tuttavia manca la feroce determinazione di Nanisca e Nawi.

Viola Davis interpreta la generale Agojie come in una fosca tragedia shakespeariana, con tutta la gravitas che ci aspetteremmo da lei, Thuso Mbedu, al suo debutto cinematografico dopo La ferrovia sotterranea di Barry Jenkins, sembra decisamente fuori parte nel ruolo di Nawi, una guerriera peso piuma, tuttavia l’intensità del suo sguardo e una certa abilità della regista nel coreografare l’azione, ci fa presto dimenticare l’implausibilità di una scelta di ripiego, avvenuta dopo il forfait di Lupita Nyong’o.

The Woman King, costato 50 milioni e girato in Sudafrica, è stato un buon successo negli Stati Uniti, anche grazie all’astuzia dei suoi realizzatori, capaci di evocare in modo plausibile un vasto immaginario culturale e ideologico, unendolo a suggestioni cinematografiche tutte piuttosto risapute, dal fantasy al melò di guerra al viaggio identitario, capaci di accontentare pubblici diversi.

In questi casi c’è sempre il rischio di banalizzare storie altrui, lontane nello spazio e nel tempo, con la logica tritatutto dello spettacolo per lo spettacolo Hollywood.

Fortunatamente l’intensità delle interpreti e la loro credibilità sullo schermo sembrano lanciare un’ancora di salvataggio a tutta l’operazione.

 

 

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