La stranezza

La stranezza ***

Roberto Andò, palermitano sessantenne, spinto da Leonardo Sciascia alla scrittura, poi regista teatrale e cinematografico assistente di Francesco Rosi, Federico Fellini, Michael Cimino, Francis Coppola, è un uomo che ha sempre fatto un cinema colto, riflessivo, un po’ fuori dal tempo e dalle mode, legato – sin da Il manoscritto del Principe (2000) – ad una dimensione culturale e letteraria molto esplicita e feconda.

Il successo di Viva la libertà nel 2013 ha inaugurato quella che si può considerare la sua seconda vita cinematografica, dopo un silenzio di sette anni, dedicato al teatro e alla lirica.

Non tutti i suoi lavori sono tuttavia felici e ispirati come questo ultimo La stranezza, che nasce da una sceneggiatura scritta con Ugo Chiti e Massimo Gaudioso, collaboratori di lunga data di Matteo Garrone.

Siamo nel 1920 e Luigi Pirandello, da molti anni trasferitosi a Roma, ritorna nella sua terra per portare i suoi auguri a Giovanni Verga, che sta per compiere ottant’anni.

Quando arriva a Girgenti, il paese natio, viene informato che la sua amatissima balia è morta proprio quella notte.

Pirandello si occupa dei funerali dell’anziana donna e ingaggia i due becchini del paese, Nofrio e Bastiano, attori dilettanti, che stanno allestendo in quei giorni il loro primo dramma nel piccolo teatro parrocchiale.

I due non riconoscono il Maestro e lo introducono ai misteri delle sepolture, tra funzionari corrotti e compiacenti, gelosie e tradimenti, stanze dove le bare rimangono per anni, senza trovare requie.

Nella grande commedia della vita e della morte, Pirandello cerca ispirazione per il suo nuovo lavoro, che vuole mettere in discussione quella tradizione realista che Verga ha tanto faticato a costruire.

Anche grazie alla tragicomica “prima” dello spettacolo di Nofrio e Bastiano, la scintilla della creazione trasforma l’ossessione di Pirandello in parole e voci.

Il film di Andò è baciato dalla grazia: perfettamente in equilibrio tra commedia e dramma è sempre capace di raccontare con leggerezza la fatica del vivere e quella ancora più grande di dare forma e plasmare la propria ispirazione.

Con uno spirito autenticamente popolare, che non svilisce il testo, ma lo esalta, rendendolo accessibile ad ogni sguardo, La stranezza ci racconta tra realtà e finzione, la nascita di uno dei capolavori della drammaturgia italiana: Sei personaggi in cerca d’autore.

Un lavoro che fin dalla sua prima contestatissima rappresentazione  al Teatro Valle di Roma nel 1921 ha scardinato le regole della forma teatrale, disintegrando lo spazio scenico, sovrapponendo realtà e rappresentazione, sfidando il pubblico a comprendere i meccanismi della creazione anche di fronte ad un tempo che non segue più linearmente l’arco narrativo.

Una piccola rivoluzione, insomma, a cui non è estranea l’osservazione da parte del Maestro di quelle dinamiche che Bastiano e Nofrio sperimentano in prima persona nella loro piccola recita di pa ese.

Il film è molto divertente, soprattutto grazie alla verve di Ficarra e Picone e ad uno stuolo di caratteristi semplicemente formidabili, parte di una compagnia di teatranti che rende viva e reale ogni parola.

Servillo, particolarmente somigliante a Pirandello, questa volta ha una parte meno centrale, in un ruolo più da osservatore che da protagonista, ma riesce magistralmente a mostrare il tormento dell’autore, le sue fragilità i suoi dubbi, nel tentativo spesso frustrante di trasformare la vita in arte.

Lo fa attingendo in modo evidente al suo repertorio teatrale, in particolare all’Elvira di Jouvet, mettendo la sordina a certi suoi eccessi istrionici e costruendo così un personaggio speculare allo Scarpetta di Qui rido io. 

La stranezza si muove costantemente tra realtà e immaginazione, fin dalla prima scena in cui il “padre”, la “madre” e gli altri personaggi chiedono ascolto al loro autore.

L’ultimo atto è dedicato alla prima rappresentazione dell’opera pirandelliana, vista attraverso gli occhi del Maestro e dei due teatranti siciliani, a cui il film lascia l’ultima parola, dopo i tumulti. Due personaggi apparentemente minori come i Rosencrantz e Guildenstern shakespeariani, ma che ricordano anche Franco e Ciccio, scelti dai Taviani nel loro Kaos, per l’episodio ispirato alla novella La giara.

Nell’equilibrio sottile tra i silenzi e i modi gentili di Servillo/Pirandello e la comicità sanguigna delle maschere di Ficarra e Picone/Nofrio e Bastiano, il film trova sempre la sua dimensione più autentica e sentita.

In piccoli cameo ci sono anche Luigi Lo Cascio e Donatella Finocchiaro, Galatea Ranzi e Fausto Russo Alesi.

Correte a vederlo in sala!

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