Saint Omer

Saint Omer ***

L’esordio nel lungometraggio della quarantenne Alice Diop, documentarista di origini senegalesi, cresciuta nella problematica Cité des 3000, 15 km a nord est di Parigi, è una meditazione sul mito di Medea, un racconto processuale e una riflessione sulla maternità e sull’emigrazione, che apre vertigini di senso inconsuete nel recente cinema d’autore europeo.

La Diop sceglie una messa in scena essenziale, fatta di lunghissimi piani sequenza a camera fissa, che nel suo rigore trova una forza ipnotica e immersiva. Rotta la sacralità del campo/controcampo, il film si nutre di fuoricampi, di assenze, di reazioni mancate.

Saint Omer è ricchissimo, stratificato e comincia con le immagini crude del taglio dei capelli che la Duras inserisce in Hiroshima Mon Amour per raccontarci come la sublimazione poetica dell’arte riesca a trasformare la realtà più brutale.

Prosegue quindi col presentarci una delle due donne protagoniste di questa storia: Rama, professoressa universitaria di origini senegalesi, che ha un compagno musicista, un’anziana madre chiusa in se stessa e un paio di sorelle che se ne prendono cura. Rama ha deciso di scrivere il suo nuovo libro su Laurence Coly, una studentessa di filosofia accusata di aver annegato nel mare di Berck-sur-Mer la sua bambina di quindici mesi, Elise.

Rama si trasferisce a Saint Omer, una piccola città nella regione di Pas-de-Calais, dove il processo di corte d’assise sta per cominciare.

Assistiamo con lei alla formazione per sorteggio della giuria popolare, quindi al lunghissimo bruciante interrogatorio a Laurence da parte del Presidente della Corte, nel corso della prima udienza.

In aula si alternano gli altri testimoni, nei giorni successivi. Innanzitutto il padre del bambino, un uomo molto più grande di Laurence, che ha già una moglie e una figlia grande, che ha accolto nel suo atelier d’artista la giovane senegalese e ne ha fatto la sua amante, in un rapporto mai chiarito sino in fondo. Alla sua famiglia non ha mai presentato la nuova compagna, nè tantomeno la loro bambina.

Quindi è il turno della madre di Laurence, M.me Diatta, che vive in Italia e che alimenta, come la figlia, l’idea che quest’ultima sia stata oggetto di stregonerie e malefici, che l’hanno spinta inconsapevolmente al delitto.

La durezza del dibattimento, la realtà degradata, ambigua, talvolta arcaica che emerge dalle parole dei protagonisti mandano in crisi Rama, che è incinta di quattro mesi. Nelle parole di Laurence e nei ricordi del suo rapporto con la madre sente avvicinarsi ombre oscure.

Il mito della Medea di Euripide (e quella di Pasolini, esplicitamente citata nel film) che sacrifica i propri figli per vendicarsi dell’abbandono e dell’indifferenza di Giasone, sembra attraversare un film che si nutre di molti altri riferimenti, alcuni esplicitamente intellettuali, come il rilievo del linguaggio studiato da Laurence per una tesi su Wittgenstein o il peso delle culture tradizionali d’origine nei francesi di seconda generazione; altri più immediati, come il ruolo ambiguo del compagno/mecenate dell’imputata o come la dimensione della maternità e la depressione che la nascita di un figlio può determinare.

Saint Omer è un film che non cerca quasi nessuna empatia tra il pubblico e le sue protagoniste. Laurence ha il volto impassibile di Guslagie Malanda, che non lascia trasparire nessun sentimento nella scena magistrale dell’interrogatorio e neppure in quelle successive. Altrettanto trattenuta Kayije Kagame nel ruolo di Rama, testimone silenziosa di un processo che non avrà sentenza e alter ego della Diop che seguì davvero nel 2016 un processo simile.

Formidabili invece le due attrici che interpretano la Presidente della Corte e l’avvocato di Laurence. L’umanità della prima, che un passo alla volta, una domanda dopo l’altra, riesce a penetrare nell’universo soffocante dell’imputata, è semplicemente magistrale. L’arringa finale dell’avvocato, che dalla dimensione biologica del parto giunge a restituire a Laurence la sua umanità, è altrettanto miracolosa.

Saint Omer è un film che nel rifiuto di una dimensione emozionale trova una sua profonda originalità. Costruito quasi interamente sulla rappresentazione di un processo, ci priva intelligentemente della sua conclusione, interrogando così lo spettatore a cercare dentro di sè una risposta agli interrogativi che pone ogni appello alla giustizia.

La storia di Saint Omer è la storia di una donna fantasma e di una bambina fantasma, legate in modo inestricabile.

La Diop cerca di riflettere, senza mai cercare il pulpito, sulla solitudine lacerante di una donna spezzata, nella cui vita le aspettative si sono trasformate in menzogne, l’aiuto probabilmente in abuso e la depressione in stregoneria.

Di fronte a questa opera prima così matura e complessa, occorrerebbero sguardi diversi dal nostro, per restituirne davvero tutta la forza ancestrale.

Vi invitiamo a non perderlo, quando uscirà nelle sale per Minerva Pictures.

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