L’immensità

L’immensità **1/2

A undici anni di distanza da Terraferma, Emanuele Crialese porta a Venezia un film che scava nella propria storia personale, cercando di sublimare nella magia del cinema e dello spettacolo un passato doloroso e problematico.

L’immensità è ambientato negli anni ’70 in una Roma di palazzi in costruzione e baracche provvisorie. In una bella casa borghese vivono Clara e Felice, assieme ai loro tre figli Adriana, Gino e Diana.

Mentre Felice è sempre lontano, Clara e i figli riempiono le loro giornate con la musica di quegli anni anni e con le immagini dei grandi spettacoli televisivi dell’epoca.

I due non si sopportano più e vivono da separati sotto lo stesso tetto in una famiglia che oggi diremmo patriarcale.

Adriana, la più grande dei figli, ha i capelli corti, si veste con i pantaloni e si fa chiamare Andrea.

Superando il canneto che sorge ancora sotto casa, Adriana incontra Sara, una ragazzina che vive nelle baracche di operai che sorgono accanto al cantiere di un nuovo edificio.

Tra sogni di grande musical in bianco e nero, “infelicità” curate in cliniche private e feste comandate trascorse ipocritamente nella grande famiglia di Felice, tra pettegolezzi e sguardi maliziosi, la situazione sembra sempre sul punto di precipitare.

Quando la giovane segretaria del marito si presenta a parlare con Clara, rivelandole di essere incinta, il suo matrimonio deflagra del tutto e finisce letteralmente in pasto alle fiamme.

Nel frattempo tra Adriana e Sara l’amicizia si fa sempre più stretta. Ma anche a loro il destino riserverà un finale amaro.

Cullato a lungo nel corso degli anni, ma sempre rimandato e posticipato nel tentativo di trovare la chiave migliore e la giusta distanza, L’immensità segna uno scarto, rispetto ai precedenti Respiro, Nuovomondo e Terraferma.

Non c’è l’acqua questa volta, non c’è il mare, come stato d’animo e come confine da attraversare. Non ci sono veri spostamenti e migrazioni. Ci sono invece altre due donne protagoniste, ci sono i loro desideri, le loro paure, il loro tentativo di rompere le maglie soffocanti di un’identità personale e familiare arcaica e conservatrice.

Come ha dichiarato Crialese alla Mostra di Venezia, “È il film che inseguo da sempre, il più desiderato. Ora sono pronto. Se l’avessi fatto prima sarebbe stato palloso e didascalico, un poveraccio che usa la crisi di genere. Ho aspettato per avere consapevolezza di me e del linguaggio cinematografico. Si può raccontare una storia quando si è capaci di esprimersi. Una rinascita. Ero pronto a rinascere con questa storia“.

Il problema di L’immensità tuttavia è proprio nel linguaggio scelto da Crialese, scopertamente melò, poco sorvegliato, sfrangiato fino a diventare sogno, musical kitch, fin dall’inizio con Rumore della Carrà rifatta da Clara e dai suoi figli in soggiorno.

Francesca Manieri e Vittorio Moroni hanno scritto il copione col regista, senza davvero riuscire a rendere fluide le transizioni tra sogno e realtà e senza mai uscire da un manicheismo che è di certo ideologicamente corretto, ma alla lunga anche piuttosto prevedibile e consolatorio.

L’arco narrativo non prevede crescite, salti, cambiamenti: i personaggi restano quelli che sono fin dall’inizio.

In mezzo a uomini, grandi e piccoli, che si dividono in canaglie e mascalzoni, a cognate e comari beghine e bigotte, le uniche a mostrare un volto infelice ma positivo sono le due protagoniste, mamma e figlia/o. E questo è evidente dalla prima scena sino all’ultima.

E allora non resta che concentrarsi su di loro.

Nel dolore di Clara per un matrimonio da cui non si può uscire se non passando per pazzia si rispecchia la determinazione con cui Adriana/Andrea vive la propria identità senza più incertezze.

In modo molto significativo i problemi dell’una aumentano le preoccupazioni dell’altra, in un abbraccio empatico che si fa sempre più stretto. Ciascuna è per l’altra un’ancora di salvezza per resistere in una famiglia all’antica, in cui volano gli schiaffi e le botte e i conflitti si risolvono in camera da letto, nell’ipocrisia di una “normalità” imposta e subita.

Tuttavia Crialese nel raccontare questa lunga stagione degli anni ’70, in cui la famiglia di Clara finisce in frantumi vorrebbe lasciare ai suoi personaggi almeno l’incanto della fuga dalla realtà. E allora i grandi spettacoli tv di quegli anni rivivono nelle immagini dei televisori in bianco e nero e i personaggi possono ancora sognare di essere come Celentano o Patty Pravo, finalmente liberi almeno in quello spazio della fantasia.

Tuttavia anche in questo caso il film arranca, incapace di integrare fluidamente nel testo queste deviazioni oniriche.

In questa parabola a cuore aperto restano così soprattutto slanci di buon cinema, sul filo dei ricordi e le interpretazioni di Penelope Cruz, generosamente trascinante e di Luana Giuliani, nei cui occhi Crialese dice di essersi riconosciuto.

2 pensieri riguardo “L’immensità”

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