The Gilded Age: l’ascesa della famiglia Russell nell’età dell’oro americana

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Secondo il grande storico dell’economia Alfred D. Chandler J., ciò che consente agli Stati Uniti di acquisire una posizione di primo piano sullo scenario globale, nel periodo compreso tra il 1880 e lo scoppio della prima guerra mondiale, è soprattutto l’accumulazione di capitale nelle nuove tecnologie. In questa età dell’oro l’innovazione tecnologica riceve un forte impulso soprattutto dai sistemi di trasporto che sfruttano l’energia a vapore e l’elettricità. La costruzione delle ferrovie, precisa sempre Chandler, è il fattore che, più di ogni altro, rende possibile lo sviluppo della grande impresa industriale. Durante gli ultimi due decenni del diciannovesimo secolo le nuove reti ferroviarie, unitamente alle navi a vapore, al telegrafo e alle comunicazioni via cavo consentono infatti un aumento senza precedenti dei volumi della produzione e della distribuzione delle merci. Le imprese della chimica e del settore elettrico (nel 1892 nasce la General Electric) rappresentano una forza decisiva nel favorire la crescita e la trasformazione dell’economia americana. Agli inizi degli anni Ottanta, la Standard Oil Company di J.D. Rockfeller impianta a Cleveland la più grande raffineria del Paese. Il mercato nazionale cresce molto rapidamente. Tra il 1880 e il 1900 la popolazione urbana totale aumenta dal 28% al 40%. Nell’arco di trent’anni, nove milioni di europei emigrano verso l’America. Di questi, quasi la metà sono italiani.

Non è quindi retorica la frase che, nel primo episodio di The Gilded Age, Bertha Russell rivolge al marito George, geniale imprenditore nel ramo ferroviario: “hai fatto più tu in dieci anni che loro in secoli”, dove loro sono gli esponenti della vecchia élite newyorchese, chiusa alle novità, sprezzante nei confronti dei nuovi ricchi e fedele a una granitica gerarchia di valori che ha nella “rispettabilità” il suo apice. Alle pareti della lussuosissima casa sulla sessantunesima strada, appena restaurata con enorme dispendio di capitali, i Russell non possono sfoggiare ritratti di antenati illustri, trisavoli sbarcati dalla nave Mayflower o morti sui campi di battaglia della Guerra d’Indipendenza. In altri termini, mancano loro le credenziali classiche per essere ammessi nel circolo esclusivo del potere.

The Gilded Age, come Downtown Abbey (il britannico Julian Fellowes è lo showrunner di entrambe le serie), mette in scena una vera e propria guerra di classe. Le battaglie si combattono con le armi della diplomazia, dell’astuzia luciferina e, a volte, del ricatto brutale.

Il capitalismo, con la sua tipica impazienza, con la sua furia iconoclasta, porta con sé una grammatica sconosciuta ai casati “storici”, abituati a una ricchezza accumulatasi generazione dopo generazione (old money) e all’apparenza sacra, intoccabile. Ecco invece i Russell: lui, rampollo di una famiglia di merchants e, lei, come sottolineano con disgusto le sue detrattrici, di umili origini (leggasi classe media). Il rampante George, whatever it takes, è interessato unicamente a vincere. Il denaro giustifica altro denaro e le più elementari regole del galateo civile perdono importanza. Quando le “signore” negano a Bertha la possibilità di allestire un ballo nella sua sfarzosissima sala, George si vendica, profanando un’attività dell’upper class, femminile per eccellenza, ovvero la vendita di beneficenza. Ancor più crudele, tanto da sfociare nella tragedia, è lo scontro tra George e i consiglieri comunali di NYC, ovviamente avidi e corrotti, in previsione della costruzione della nuova stazione ferroviaria. I coniugi Russell vivono al ritmo delle proprie ambizioni, elevatissime, e guardano al futuro. Un futuro ormai prossimo in cui il patrimonio, accumulato da George attraverso il suo febbrile dinamismo da tycoon, è il passepartout per la gloria imperitura, la chiave per entrare dalla porta principale nella cerchia esclusiva dei notabili.

Agli antipodi dei Russell troviamo Agnes van Rhijn, la loro dirimpettaia… Agnes, una vedova di mezza età con un infelice matrimonio di convenienza alle spalle, vede nei Russell la pericolosa avanguardia di una razza di parvenu di provincia (“una marea di volgarotti”) pronta a invadere il salotto buono della città. Quando la nipote Marian Brook, alla morte del padre, trasloca dalla Pennsylvania a New York senza il becco di un quattrino, Agnes e la sorella nubile Ada, che abita con lei, sono tenute a ospitarla. L’arguta vedova, paladina degli ideali conservatori, non ha dubbi: alla giovane occorre trovare un marito all’altezza. Tutto si complica con l’arrivo nella Grande Mela di Tom Raikes, l’avvocato di Marian, sensibile, volenteroso e di belle speranze. Tom è sinceramente innamorato di Marian e presto si dichiara. Potrà mai uno spiantato borghese sposare un’erede della “nobile” famiglia Brook, da ben tre secoli sul suolo americano?

Alla stazione di Doylestown, Pennsylvania, Marian Brook si imbatte fortuitamente in Peggy Scott, una sua coetanea nera, un dettaglio, per usare un eufemismo, non secondario nell’America di fine Ottocento. Peggy soccorre Marian, derubata da un ladro degli ultimi spiccioli. Entrambe desiderano aprire un capitolo nuovo nelle rispettive vite. Così lontane per estrazione sociale eppure così simili nel desiderio di trovare una giusta collocazione nel mondo, le due sono destinate a diventare amiche e confidenti, nonostante l’irruzione del pregiudizio nel loro rapporto, si veda l’epic fail di Marian nel quarto episodio, quando si presenta dagli Scott in occasione del compleanno di Peggy con un regalo… inopportuno.

Alcuni personaggi di The Gilded Age sono volutamente complessi, o quantomeno non appiattiti sullo stereotipo. La zia Agnes, benché allergica alla modernità, rifugge dal diffuso razzismo circolante nel suo ambiente e manifesta una spontanea simpatia per Peggy, al punto da assumerla, consentendole perfino di dimorare sotto lo stesso tetto (negli alloggi della servitù, s’intende).

Peggy, in effetti, è padrona di una splendida calligrafia, un evidente segno di istruzione. Nel penultimo episodio scopriremo i motivi della dolorosa separazione tra lei e il padre. Il sogno di Peggy, molto versata nella scrittura, è di pubblicare un romanzo. I suoi primi racconti, inviati per posta, vengono accolti con favore dal direttore di un quotidiano per bianchi. L’editing del pezzo, però, è un po’ troppo radicale. “La bambina nera dovrà essere cambiata con un bambino povero e bianco… I lettori del sud non comprerebbero più il giornale”. Peggy non si piega al ricatto. Un’altra testata, stavolta per ne(g)ri, non le impone tagli.

Il fondatore del periodico The New York Globe, l’ex schiavo, oratore, attivista e intellettuale della comunità afroamericana Timothy Thomas Fortune, è una figura storica realmente esistita. Anche altri personaggi di The Gilded Age non sono solo il frutto della fantasia degli autori. È il caso, ad esempio, di “The Mrs. Astor”, al secolo Caroline Webster Schermerhorn Astor, la temutissima regina dell’high society di New York City di fine Ottocento, e del suo braccio destro, il fido Ward McAllister. Gli invitati al ballo annuale di “The Mrs. Astor”, organizzato sempre in un lunedì di gennaio con cena alle undici di sera e danze fino all’alba, a buon diritto potevano definirsi membri del cosiddetto club “dei Quattrocento”, un’espressione coniata da McAllister per designare il gotha newyorchese. Un’esclusione, viceversa, equivaleva a uno stigma sociale difficile da superare. Nella serie compaiono poi Clara Barton, fondatrice della Croce Rossa Americana e sostenitrice dell’emancipazione femminile attraverso l’educazione, l’architetto Stanford White, esponente di punta del Rinascimento Americano di fine Ottocento, e Thomas Edison, il celebre inventore della lampada a incandescenza, scienziato e uomo d’affari, un perfetto interprete dei ruggenti tempi moderni.

The Gilded Age ci mostra una società basata sul “decoro”, ideale codificato dalla morale altoborghese. I genitori fanno scelte per i propri figli, convinti di conoscere cosa sia il bene, e quindi anche il male, per loro. La discriminante di genere è particolarmente netta. Bertha Russell desidera per la figlia diciassettenne Gladys il miglior partito in circolazione.

Un uomo soltanto ricco, per l’incontentabile Bertha, non basta. Su richiesta della consorte, George Russell neutralizza le pretese di Archie Baldwin, un corteggiatore tutt’altro che squattrinato, compreso l’esibito possesso di una villa estiva a Newport, autentico status symbol, offrendogli, in cambio della rinuncia tombale a Gladys, un lavoro presso J. & W. Seligman & Co., i banchieri che finanziarono lo scavo del canale di Panama. L’offerta è un’imposizione. Larry, l’altro figlio, ha l’ardire di sottrarsi al suo destino di erede dell’impero Russell, a favore di una professione “borghese”. Tuttavia, complice un’argomentazione ruffiana (“se tu sei il numero uno, io resterò per sempre il numero due”), Larry convince il padre.

Gli adulti vigilano su possibili deviazioni dalla norma. La mescolanza delle classi è un’aberrazione da evitare. Agnes van Rhijn distilla veleno ogniqualvolta Tom Raikes, lo spasimante di Marian, si avvicina a lei. E se fosse un arrampicatore sociale interessato unicamente al patrimonio di famiglia? Cosa dire, poi, di Oscar, quel figlio con spiccati modi da dandy e non ancora accasato, visto in compagnia di una cameriera? All’imperativo della decenza si sottomettono anche gli afroamericani, basti sottolineare la prevaricazione esercitata dal padre di Peggy sulla figlia, “macchiata” da un errore di gioventù. The Gilded Age è l’affresco di un’epoca dominata dall’ipocrisia. Impossibile sfuggire al proprio simulacro, al ruolo predefinito, pena l’esecrazione e l’esilio.

Di certo non mente, né finge di essere un’altra persona, Sylvia Chamberlain, incurante di apparire in pubblico nonostante una virtuale lettera scarlatta stampata in petto. Collezionista d’arte dai gusti sopraffini, nel cui palazzo trovano ospitalità i quadri dei maggiori Impressionisti, Mrs Chamberlain è il personaggio più intrigante della serie. Solo lei offre protezione a Marian, garantendole un riparo da occhi indiscreti.

Un discorso a parte meritano i domestici delle due casate in competizione, a seconda dei casi arruffoni, invidiosi, protettivi, temerari, conniventi, mascalzoni. Bridget, la giovane immigrata irlandese in fuga dalle ombre del suo passato, e Mrs Bauer, la cuoca tedesca dei Brook costretta a sottrarre due candelieri d’argento per ripagare debiti di gioco, suscitano la nostra compassione. Turner, la cameriera personale di Bertha che crede ingenuamente di poter diventare l’amante di George e Armstrong, la domestica razzista che spinge Peggy ad andarsene, sono esempi di perfidia e malevolenza. Monsieur Baudin, il cuoco dei Russell spacciatosi per francese (ma è del Kansas!), e Bannister, il maggiordomo di zia Agnes, segretamente ingaggiato dai rivali appositamente per servire una cena “all’inglese” all’illustre ospite Ward McAllister, attirano un’istintiva simpatia.

Nel cast troviamo attori e attrici di lungo corso accanto a interpreti emergenti. Carrie Coon (Gone Girl, Fargo) e Morgan Spector (Homeland, The Plot Against America) sono i coniugi Russell. Soprattutto da Spector sarebbe stato lecito aspettarsi un pizzico di cattiveria in più nella caratterizzazione del suo personaggio. Christine Baranski (The Good Wife, The Good Fight) è deliziosa nel decifrare il conservatorismo benevolo di zia Agnes. Accanto a lei, si destreggia nei panni di Ada l’inconfondibile Cinthia Nixon, proprio lei, la Miranda di Sex and The City. Louisa Jacobson (la figlia di Meryl Streep alla sua prima esperienza in campo seriale) e Denée Benton (attrice di Broadway, vista in Unreal) formano il duo di amiche impossibili, interpretando con garbo i rispettivi ruoli di giovani al crocevia di un’era di cambiamenti. “Sei la prima donna che conosco a scegliere da sola il suo percorso”, dice Marian a Peggy.

The Gilded Age è un period drama in costume, con i pregi e i limiti del genere. I nove episodi di almeno un’ora ciascuno ne fanno una serie anomala, considerata la tendenza di molte produzioni a comprimere e/o standardizzare i minutaggi. L’affresco della NYC dell’età dell’oro è convincente in termini di resa scenografica, risultando nel complesso però poco appassionante. Cosa manca? Forse un’accentuazione di ciò che i greci chiavano polemos, lo scontro tra punti di vista diversi, padre di ogni cosa e demone della guerra. Vedremo se la seconda stagione, già annunciata, spingerà sul versante del conflitto tra valori inconciliabili. Perché alla fine, lo sappiamo, il capitalismo seleziona tra vincenti e perdenti. Come afferma George Russell parlando dei suoi affari, “non è un gioco per persone deboli”.

Titolo originale: The Gilded Age
Numero di episodi: 9
Durata: tra 50 e 80 minuti l’uno
Distribuzione: Sky Serie
Uscita: Tra il 21 marzo e il 18 aprile 2022
Genere: Period Drama

Consigliato a chi: non è mai scappato dalla porta di servizio, chiede a sua moglie il permesso prima di infilarsi a letto, non sa cosa farsene di una scarpa vecchia.

Sconsigliato a chi: non conosce l’esatta disposizione a tavola del cucchiaino per il caffè, non cenerebbe mai con una bambola, davanti a un palazzo illuminato pensa: che spreco!

Letture e visioni parallele:

  • Un romanzo sulla figura di Andrew Haswell Green, l’urbanista che nella seconda metà dell’Ottocento ha modificato il volto di New York: Jonathan Lee, Il grande errore, SUR (2021)

  • Un film ormai assurto a classico moderno: Il petroliere di Paul Thomas Anderson (2007)

Una lezione da ricordare: “Non vorrei insegnarvi le basi, ma la vita è come un conto in banca, non potete scrivere un assegno se prima non avete fatto un versamento” (Bertha Russell).

Un nome per il vostro prossimo cane: Pumpkin.

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