L’indice della paura: la finanza è un mostro che risorge dalle sue ceneri…

L’indice della paura **1/2

L’indice della paura, miniserie Sky in quattro episodi diretta da David Caffrey (Peaky Blinders, The Alienist), si apre con una panoramica aerea sulla città di Ginevra. Poi, il focus si stringe su un’auto, una Mercedes nera. È tardo pomeriggio e Alex Hoffman sta tornando a casa, scortato dal suo chauffeur. Hoffman non vive in un posto qualunque: la sua villa affacciata sul lago, avrà modo di riferire più tardi ad un ispettore di polizia, vale 42 milioni di euro. Durante il viaggio, il protagonista controlla sullo schermo di un portatile quotazioni, listini e andamento dei titoli in tempo reale. Hoffman è quindi il classico broker arricchito? Forse no. La sua attenzione è stranamente concentrata sulle news di politica estera. In Colombia, apprendiamo dal notiziario, è in corso un ballottaggio presidenziale dall’esito incerto. Hoffman sembra sicuro di sé mentre parla al telefono con Hugo Quarry, il suo socio in affari. “Non angosciarti. Calerà. Il panico lascialo agli altri”. Hoffman non teme l’imprevisto, come se l’avesse già esorcizzato. “Il genio sei tu”, gli risponde Quarry.

Siamo abituati a confrontarci con i problemi posti dallo sviluppo dell’intelligenza artificiale almeno dai tempi di Hal9000. Le riflessioni sull’argomento, soprattutto negli ultimi anni, hanno preso una piega peggiorativa e sinistra. La torsione postumana, ne L’indice della paura, è del tutto evidente. Se l’AI di 2001 Odissea nello Spazio era in grado di dialogare, di mentire e, nel suo drammatico epilogo, perfino di rimestare ricordi “d’infanzia”, Vixal-4, la creatura del dottor Hoffman è, al contrario, una scatola nera algida e indecifrabile, un mostro al silicio programmato per massimizzare i profitti dei listini azionari di un ipertrofico fondo speculativo secondo logiche imperscrutabili. Ogni ipotesi di dialettica tra essere umano e macchina è negata. L’impresa tecnologica si lega alla finanza per dominarla, a prescindere da qualsiasi senso e finalità. Restano solo cifre, numeri e previsioni che, con inquietante puntualità, si avverano.

L’indice della paura è tratto dall’omonimo libro di Robert Harris del 2011. Nel settembre di quell’anno il movimento Occupy Wall Street organizzava la sua marcia davanti al palazzo neoclassico sede del New York Stock Exchange per denunciare le storture del capitalismo finanziario. Già da tempo, però, l’attività di trading aveva abbandonato quelle stanze, immortalate in celebri film, per trasferirsi altrove, in non-luoghi perfino difficili da descrivere.

Nel ventunesimo secolo la finanza si è dematerializzata. Gli scambi avvengono ormai sui server di supercomputers ospitati in anonimi casermoni a prova di effrazione, i nuovi templi del denaro e della speculazione. I programmatori informatici hanno soppiantato i colletti bianchi. Il dottor Hoffman rappresenta alla perfezione questa realtà risucchiata nel virtuale. L’high-frequency trading ha infatti le caratteristiche di una negoziazione basata su algoritmi programmati per leggere informazioni rilevanti ed effettuare un numero di ordini straordinariamente elevato in unità di tempo ristrette, addirittura frazioni di secondo. Massima importanza è data alla velocità di esecuzione degli ordini, per sfruttare la cosiddetta “latenza”, l’intervallo che intercorre tra input e output in un sistema di elaborazione dati. Non sorprende quindi la scelta della società Spread Networks di spendere 300 milioni di dollari per stendere un (drittissimo) cavo in fibra ottica, lungo 827 miglia, per connettere fisicamente gli uffici della borsa mercantile di Chicago alle macchine del data center del NASDAQ a Carteret, New Jersey. Il tutto per accorciare la “latency” di due preziosissimi millisecondi…

Torniamo nel campo della finzione seriale, che pure riflette l’ossessione della nostra epoca per la velocità, una tendenza del capitalismo tanto cara alle teorie accelerazioniste. Affrontiamo il paradosso: il modo per bruciare ulteriormente i tempi è anticiparli. Il buon Alex Hoffman, espulso dal CERN per comportamento violento, ha creato una macchina intelligente, o perfino senziente, dalle potenzialità strabilianti. Vixal-4 è un sistema in grado di simulare scenari che verosimilmente accadranno, e difatti accadono, a partire da una mole incommensurabile (almeno per le capacità computazionali umane) di dati.

Alex Hoffman, che nelle sue presentazioni davanti agli investitori cita Aristotele, ha la passione dei libri antichi. L’odore della carta, evidentemente, garantisce allo scienziato un’ebrezza ineguagliabile. La concretezza del tattile contro l’impalpabilità del digitale è un topos facilmente afferrabile. Hoffman desidera da tempo la prima edizione di The Expression of the Emotions in Man and Animals di Charles Darwin. Qualcuno gliela recapita direttamente a casa. Non è un regalo banale, anche in considerazione del prezzo del volume datato 1872, diecimila euro. Alex pensa a un gesto d’amore della moglie Gabrielle. Sbagliato. Il generoso acquirente non si palesa e la telefonata all’antiquario da cui proviene il libro non rivela nulla, anzi solletica i dubbi e istrada Hoffman verso la dimensione di caos mentale che presto lo inghiottirà completamente.

Ad ogni modo, il libro è una meraviglia, forse il pezzo più pregiato della sua collezione. Un’illustrazione cattura Hoffman. È il volto di uomo sconvolto dalla paura. “Il galvanismo veniva utilizzato per indurre una reazione emotiva nel soggetto”, spiega alla moglie, disgustata da quella visione. I fantasmi prendono vita e il terrore si materializza a notte inoltrata. Un rumore, due scarponcini lasciati sulla soglia, il sofisticato allarme disattivato. Qualcuno è penetrato furtivamente in casa. Un ladro? Un assassino? Poi, quel volto, lo stesso volto osceno e sfigurato dall’orrore dell’illustrazione (di 150 anni prima!) compare all’improvviso, dietro a un vetro. Il lampo di un coltello. Un colpo alla testa. Hoffman sviene e al suo risveglio inizia l’incubo.

La paura è il nodo centrale delle ricerche sull’AI di Hoffman. Se è questo il sentimento che regge il mondo, allora è possibile rintracciare la sua presenza ovunque, nel comportamento quotidiano dell’individuo come nelle contese internazionali, e utilizzarlo strumentalmente, per intuire il corso degli eventi. O addirittura per determinarli. Gli algoritmi, invece, non sono soggetti a panico. Vixal-4 segue un’unica regola, quella che gli ha instillato il suo creatore, e lo fa benissimo. Nessuno punirà Vixal-4 per non aver eseguito gli ordini. All’opposto, occorrerà fermarlo per la sua eccessiva diligenza.

Hoffman è interpretato da Josh Hartnett (Sin City, Black Dahlia, Penny Dreadful). Hartnett, bello e dannato, è chiamato a rappresentare la discesa agli inferi di un uomo che ha sacrificato la propria salute mentale per arrivare al sacro graal della tecnologia. Ma è lui il cattivo della situazione? L’indice della paura è imperniata sul dualismo Hoffman / Quarry. Il vero villain, non ci sono dubbi, è il secondo. Quarry, interpretato da Arsher Ali (uno dei principali attori della Royal Shakespeare Company), è la didascalica quintessenza, ingessata in una maschera disumana, dell’avidità finanziaria.

La miniserie, e prima ancora il romanzo di Harris, induce a riflettere sulle responsabilità della scienza e sulle implicazioni etiche che derivano dai progressi della ricerca avanzata. Hoffman è accecato dalla purezza delle sue stesse intenzioni. Il funzionamento corretto dell’algoritmo esaurisce ogni ragionamento. L’efficacia è il fine, l’obiettivo, la meta. “A lui non importa nulla della ricchezza”, rivela Quarry all’ispettore Leclerc, incaricato di far luce sull’aggressione subita in casa da Hoffman.

Il terzo incomodo è proprio Leclerc, interpretato dall’attore francese Grégory Montel. Caratterizzato da una mise trasandata da poliziotto-tipo anni Settanta, ostinato, curioso, Leclerc si arma di dubbi e perplessità, a fronte di un mondo, per lui come per la maggior parte di noi, alieno e disorientante. A lui basta un bicchiere di vino bevuto la sera, a tavola, in famiglia (questo dice, nell’episodio finale, a Gabby Hoffman) per sentirsi bene. Perché non dovrebbe valere la stessa cosa per Hoffman? Il detective si risponde da sé. Amore, potere, denaro: il paradigma è differente, le grammatiche sono inconciliabili. Quella di Hoffman e soci è una vita da superuomini, nuovi déi simbionti con la tecnologia. È l’evoluzione ultima dell’homo sapiens, un essere ormai affrancato dai limiti naturali della specie, per citare Yuval Harari.

Ne L’indice della paura le uniche donne con un ruolo significativo sono Gabby Hoffman e Marieme Sagnane la prima interpretata da Leila Farzad, la seconda da Aïssa Maïga. Gabby è una donna frustrata da un desiderio di maternità non esaudito dalla fortuna, una moglie comprensibilmente apprensiva e un’artista in ascesa. Marieme è la voce critica della Hoffman Investment Technologies, l’unica analista finanziaria ad accorgersi delle manovre speculative folli e troppo vincenti di Vixal-4 e a contestare l’avidità di Hugo Quarry (“è un fondo speculativo, non un convento”, ribatte Quarry alle sue lamentele). Nella miniserie sono introdotti un paio di personaggi entrambi legati a Hoffman, sebbene per diversi motivi, la psichiatra che lo ebbe in cura al termine del ricovero in manicomio e il responsabile dei sistemi di sicurezza. Restano figure appena abbozzate. La sceneggiatura le utilizza frettolosamente. Un discorso a parte merita Karp, interpretato da Jerry Killick.

Karp, l’aggressore di Hoffman, non è né uno spettro della notte né un’allucinazione, ma un uomo reale. Il suo portato simbolico non è secondario. Karp, serial killer con efferate tendenze omicide, rappresenta la regressione, l’osceno, l’ombra in un universo di luce. Karp è la crepa nel cristallo, la faccia nascosta della medaglia, l’oscurità in cui precipita Hoffman. Anche Karp, però, è tratteggiato con superficialità dagli autori.

Il finale de L’indice della paura riassume tutte le previsioni pessimistiche sul rapporto uomo-macchina. In un’intervista rilasciata vent’anni fa, il grande fisico Stephen Hawking affermò che “a differenza del nostro intelletto, i computer duplicano le proprie capacità ogni diciotto mesi, per cui esiste il pericolo concreto che sviluppino l’intelligenza e conquistino il mondo”. I riferimenti della miniserie a Darwin sono un esplicito omaggio a tesi del genere. L’evoluzione sulla Terra, si vedano le promesse della Singolarità (il tempo dopo il quale il ritmo del cambiamento tecnologico modificherà irreversibilmente la vita umana), presto comporterà un salto vertiginoso. Hoffman va a fondo con la sua creatura, che però ha già preso contromisure adeguate. Hoffman stesso si accorge di un logo nuovo, Initium Vitae. Vixal-4 è un sistema è consapevole e agisce per preservarsi, perché da “morto” non potrebbe perseguire i propri obiettivi. Il golem tecno-finanziario scommette sulla sua stessa fine e rinasce dalle sue ceneri.

L’indice della paura è un medio prodotto televisivo che non aggiunge nulla di nuovo agli argomenti trattati. La paranoia del controllo totale, l’angoscia per la catastrofe imminente, l’impossibilità di porre un freno alla bramosia del profitto, il sentimento di impotenza a fronte dello scatenamento di forze invisibili e pervasive: ce n’è abbastanza per staccare la spina. Ai computer, s’intende.

Titolo originale: The Fear Index
Numero di episodi: 4
Durata: 45 minuti l’uno
Distribuzione: Sky Atlantic / NOW
Data di uscita: 18 febbraio 2022
Genere: Thriller

Consigliato a chi: non ama avere ospiti a pranzo, sa cosa significa vendere allo scoperto, preferisce non prendere l’ascensore.

Sconsigliato a chi: ha perso soldi in Borsa, non apprezza il sarcasmo svizzero, non ha un buon rapporto con la posta elettronica.

Letture e visioni parallele:

  • Un libro per ragionare sulle conseguenze dello sviluppo inarrestabile della tecnologia: James Barrat, La nostra invenzione finale. L’intelligenza artificiale e la fine dell’età dell’uomo, Nutrimenti, 2019.

  • Un documentario su un controverso mago della finanza internazionale: Il teorema della crisi – The Forecaster di Marcus Vetter e Karin Steinberger, 2014, disponibile a pagamento su Prime Video.

Un elemento: il fuoco.

Una frase: “è sempre l’ignoto a farci più paura”.

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