Euphoria: emozioni intense nel teatro della vita

Euphoria ***1/2

La seconda stagione di Euphoria, la serie HBO scritta e diretta da Sam Levinson, riparte con una festa per l’inizio del nuovo anno in cui si ritrovano tutti gli adolescenti protagonisti del racconto. Durante questa lunga serata non solo si intrecciano le trame che abbiamo già visto nella prima stagione e nei due episodi speciali ambientati nel periodo natalizio, ma iniziano a dipanarsi i nuovi sviluppi, nei prodromi di amicizia tra Rue (Zendaya) ed Elliot (Dominic Fike), nella passionale relazione tra Nate (Jacob Elordi) e Cassie (Sydney Sweenay), nel delicato contatto tra Lexi (Maude Apataw) e Fezco (Angus Cloud). Il pilot della seconda stagione ci porta subito anche nel vivo dei mutamenti narrativi del racconto: più azione, un tono spesso auto-ironico e tanta violenza.

A livello narrativo assistiamo anche al passaggio da un racconto polarizzato intorno alla figura di Rue, protagonista principale nonché voce fuori campo della prima stagione, a un racconto con una maggiore tendenza alla coralità, in cui emergono, tra gli altri, i personaggi di Nate e di Lexi. A Nate rimandano gli sviluppi relativi al triangolo amoroso con Maddy (Alexa Demie) e Cassie e il drammatico rapporto con il padre Cal, che innesta il tema dell’omosessualità repressa, dell’incomunicabilità all’interno della famiglia e di come il lato oscuro dei genitori ricada sui figli. A Lexie invece fanno capo il rapporto d’amicizia affettuosa con lo spacciatore Fez, entrambi ai margini (più che emarginati) del gruppo e soprattutto lo spettacolo teatrale che occupa gli ultimi due episodi e che costituisce un vorticoso ritorno sulle vicende di queste due stagioni, con repentini passaggi dal passato al presente che non solo conferiscono alla storia un particolare punto di vista, quello di Lexi appunto, ma integrano e completano la vicenda portando il racconto verso un finale di stagione che sembra esaurire molte delle linee narrative fin qui sviluppate. La scelta di Levinson di utilizzare una modalità metanarrativa in cui i personaggi assistono alla rappresentazione della loro stessa vita sul palco è ricca di fascino e crea una distanza emotiva in cui ciascun personaggio ha l’occasione per riflettere sulla propria vita e su quella delle persone che lo circondano. Un modo per andare oltre gli eccessi che fino a quel momento hanno caratterizzato le rispettive esistenze, con uno sguardo più freddo e con una prospettiva più ampia che ci verrebbe da definire matura. Tentazione che viene cancellata dal fatto che questa distanza finisce per risolversi in una grande rissa, con tratti tra il comico e il violento, senza incidere realmente nei rapporti tra i protagonisti.

A livello drammaturgico siamo di fronte a un superamento del melodramma, con una miscela di toni diversi: una scelta stilistica che caratterizza tutta la stagione, in cui si passa con grande facilità dal racconto dark al comico, dal surreale all’erotico. Un risultato peculiare che però non sempre ha una resa pienamente armonizzata all’interno della narrazione, creando un senso di spaesamento e di mash up impreziosito da numerose citazioni cinematografiche e seriali ( si pensi all’apertura di stagione che tanto ricorda i film di Scorsese).

Non sfugge allo spettatore il paradosso che, in una stagione in cui Rue appare meno fonte di irradiazione della narrazione, sia l’episodio a lei interamente dedicato, cioè il quinto, a rappresentare uno dei vertici espressivi e patemici. L’escalation di emozioni ha portato alcuni a chiedersi se Rue sarebbe sopravvissuta o no. Per diversi giorni sui social è stata questa la domanda che si sono posti i fan della serie, a testimonianza non solo della passione con cui le vicende di Euphoria sono state seguite, ma anche di come la narrazione si fosse spinta al massimo livello drammatico possibile. Del resto l’eccesso è sempre stato un tratto caratteristico a livello estetico e narrativo di Euphoria: è uno degli elementi che l’ha resa così iconica.

Proprio come nella prima stagione l’interpretazione di Zendaya è notevole e possiamo dire che se in passato le è valsa un Emmy Award come miglior attrice drammatica, ci sono tutti i presupposti perché il successo venga ripetuto anche quest’anno. Tutto il cast è convincente e sposa alla perfezione le richieste di Levinson, peraltro non semplici, perché portano l’interpretazione su registri differenti e il rischio di scadere nel cliché è davvero molto elevato. La coppia tra Lexi e Fez funziona: l’alchimia tra i due è evidente, favorita dal fatto che gli attori fossero già amici anche sul set, così come il nuovo entrato, il musicista Dominic Fike nei panni di Elliot, non sfigura nel paragone con gli altri interpreti.

Euphoria rappresenta per molti aspetti una sintesi dei racconti seriali di questi ultimi anni, per la complessità della narrazione, i frequenti salti temporali, l’estetica  cinematografica e per la creazione di personaggi complessi e fortemente individualizzati. Con questi elementi formali Euphoria raggiunge lo scopo di creare una dipendenza nello spettatore. Egli soffre la cadenza settimanale, nell’oscillazione tra desiderio e timore di veder realizzati sullo schermo i suoi peggiori incubi. In questo show infatti, come del resto in altri di successo, è molto sottile il confine tra il dolore e il piacere: lo storytelling sviluppa infatti un meccanismo che incrementa la dopamina ingenerando nello spettatore una forma di piacere nella visualizzazione dei personaggi umiliati, degradati, portati all’estremo, ma sempre inseriti in una rete narrativa che in qualche modo li salva e li protegge dalla dissoluzione. Lo spettatore contemporaneo sembra provare (e cercare con insistenza) sentimenti di amore/odio per i propri beniamini, una forma di cupio dissolvi che porta a un voyeuristico piacere nei confronti del dolore esibito, dell’umiliazione pubblica, del fallimento e perfino della morte. Questo processo di incremento della dopamina ha del resto una connotazione sociale diffusa che le narrazioni non fanno che replicare e sfruttare a proprio vantaggio, ma il meccanismo, come descritto dalla psicoanalista Anna Lembke nel suo “L’era della dopamina”[1] è applicato quotidianamente in molteplici campi dal marketing e dalla comunicazione social.

Pur con qualche aspetto poco convincente (i personaggi di Kate e di Chris McKay e la gestione della valigia piena di 8.000 dollari di droga) e qualche cambiamento di tono poco armonizzato, la seconda stagione, in un mix di generi e citazioni (si va da Rilke ad Artaud, da Little House on the Prairie[2] a Stand By Me[3]), si dipana per otto episodi in un caleidoscopio di emozioni che continua a dimostrare un’energia e una vitalità sconosciuti a gran parte della produzione seriale contemporanea.

La colonna sonora è sempre legata alla rappresentazione: il supervisore musicale, Jean Malone, ha selezionato un bouquet di brani che si integrano perfettamente alla narrazione, muovendosi tra Orville Peck, Billy Swan, Ennio Morricone e i brani originali di Labrinth[4] che rappresentano un peculiare valore aggiunto.

A livello tecnico l’uso di movimenti di macchina accelerati, spesso disorientanti per lo sguardo, alternati a slow motion; l’utilizzo di filtri e colori saturi che conferiscono all’immagine un’atmosfera rarefatta; la predominanza di colori primari e glitterati rappresentano un vero e proprio alfabeto iconico dell’estetica della serie, merito soprattutto del lavoro del direttore della fotografia Marcell Rév. Anche i costumi fanno tendenza: fin dai primi episodi il look delle ragazze ha portato a una sistematica ricerca su internet dei capi e degli accessori streetwear indossati dalle protagoniste che non sono finalizzati solo alla fascinazione dello sguardo, ma hanno una ben precisa funzione narrativa, se è vero che “Ogni personaggio ha il proprio stile distintivo … gli studiatissimi look sono, infatti, tutti punti vincenti della serie Tv in cui vengono mixati ad arte capi e accessori di griffe e brand emergenti, pezzi avanguardistici e vintage. Sei ragazze infatti, per sei atteggiamenti diversi che le hanno portate sul podio di TikTok: la tendenza Euphoria High School è tra le più forti del momento sul social con 10,5 miliardi di visualizzazioni”[5].

Resta la curiosità per capire come le vicende si svilupperanno nella terza stagione, a partire dalla necessità si andare oltre ad alcuni schemi (il triangolo amoroso), dal fatto di aver ampiamente esperito alcuni argomenti (rapporto familiare tra generazioni) e chiuso alcune delle trame più importanti (la relazione tra Rue e Jules). Proprio questa chiusura rappresenta forse una delle novità più significative rispetto al modus operandi della serialità in questi anni: la serie propone un finale capace di chiudere alcune trame e quindi di lasciare alla nuova stagione l’onere di aprirne di nuove. Del resto rimangono ancora praterie narrative, si pensi al personaggio di Laurie (Martha Kelly), la signora della droga, che sarà certamente intenzionata a fare di tutto per recuperare i suoi 8.000 Dollari di stupefacenti e che nasconde molti segreti. Un po’ tutti ci siamo chiesti cosa si nasconderà dietro la porta chiusa a chiave del suo appartamento. Per saperlo dovremo pazientare fino al 2024 quando Euphoria tenterà, ancora una volta, di alzare ulteriormente il livello delle produzioni seriali di questi anni.

Titolo originale: Euphoria
Durata media degli episodi: 60 minuti
Numero degli episodi: 8
Distribuzione streaming: Sky – Now TV
Genere: Drama

Consigliato: chi ha amato la prima stagione non abbia dubbi, ritroverà le qualità e soprattutto i personaggi a cui si è affezionato. Per chi non ha visto la prima stagione è bene precisare il fatto che la serie non è un dramma adolescenziale (teen drama) o quantomeno non si esaurisce in quel genere: c’è molto di più, soprattutto c’è l’ambizione di raccontare con libertà estetica ed energia creativa.

Sconsigliato: a quanti non amano le serie che arrivano all’eccesso, che portano lo spettatore ad immedesimarsi a tal punto con i personaggi da stare fisicamente male per loro e con loro. La seconda stagione è più estrema della prima e questo è giusto tenerlo presente prima di decidere se affrontare la visione.

Visioni parallele: difficile trovare visioni parallele anche perché il mash up di questa stagione spinge il drama oltre le barriere di genere, posizionandolo in un territorio affatto nuovo. Restando sul racconto di adolescenti con voglia di sperimentare e contenuti robusti, vi proponiamo The end of the F***World  serie Netflix distribuita in due stagioni tra il 2017 e il 2019 che racconta la solitudine esistenziale e il viaggio alla ricerca del padre biologico di Alyssa, accompagnata da James, un coetaneo outsider con tratti sociopatici.

Un’immagine: parlando con la sua aiuto regista, Lexi commenta l’andamento quantomeno rocambolesco del suo spettacolo teatrale e le dice: “È l’unica cosa che abbia mai fatto ed è un disastro”. Al che la ragazza le risponde “Poteva andare peggio” “Come?” “Essere noioso”. Forse a qualcuno Euphoria non è piaciuto o non ha condiviso scelte narrative e tematiche, ma di certo nessuno può definirlo noioso, specie dopo questa stagione.

[1] Anna Lembke, “L’era della dopamina. Come mantenere l’equilibrio nella società del tutto e subito”, Roi edizioni, Macerata, 2022.

[2] La casa nella prateria, 1974-1983.

[3] Stand By Me – Ricordo di un’estate (Reiner, 1986)

[4] Segnaliamo tra gli altri la canzone suonata e cantata da Dominic Fike nell’ottavo episodio, scritta da Labrinth insieme alla poliedrica Zendaya.

[5] Ilaria Perrotta su Vanity Fair: “Euphoria 2, tutti pazzi per i look delle protagoniste (mondo della moda compreso)”.  Discorso analogo riguarda anche i make-up, utilizzati come potente mezzo di espressione della propria personalità da parte delle protagoniste e le nails, disegnate appositamente dalla nail artist Natalie Minerva. Per un approfondimento su questo tema si può leggere Martina Manfredi, “Euphoria: i make-up della seconda stagione fanno tendenza sui social”, Repubblica: Euphoria: i make-up della seconda stagione fanno tendenza sui social – D.it Repubblica

Un pensiero riguardo “Euphoria: emozioni intense nel teatro della vita”

  1. La cosa meno credibile della seconda stagione è che uno spettacolo teatrale del liceo abbia un budget che manco Ben-Hur. Solo a scuola mia facevano gli spettacoli con i costumi di carnevale riciclati e con tanta tanta immaginazione?

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