The Tender Bar – Il bar delle grandi speranze

The Tender Bar – Il bar delle grandi speranze **

Il nuovo film di George Clooney, uscito senza grandi annunci direttamente su Amazon all’inizio del mese si gennaio, è tratto dal primo romanzo autobiografico di J.R.Moehringer, scrittore e giornalista nato a New York e cresciuto nel quartiere popolare di Manhasset a Long Island.

Ambientato nel 1973 e poi negli anni ’80, è il racconto dell’infanzia e degli studi a Yale del protagonista, un ragazzino sveglio, cresciuto dalla madre sola nella grande casa del nonno.

Se il padre, deejay alcolista e manesco, è solo una voce alla radio, la figura di riferimento per il piccolo J.R. diventa l’affascinante zio Charlie, giovane, sportivo, gestore del Dickens Bar dove al posto delle bottiglie campeggiano lunghe file di libri.

L’infanzia è segnata dall’assenza del padre e dalla famiglia allargata con zii e cugini. L’adolescenza invece la trascorre a Yale, dove viene ammesso per meriti e dove si innamora senza fortuna di Sidney, una ragazza di colore, figlia di due scostanti architetti.

L’ingresso al New York Times come fattorino e tirocinante è solo l’inizio di una carriera brillante, nata sul bancone di un piccolo bar di provincia.

Scritto dal premio Oscar William Monahan (The Departed) e prodotto assieme al suo socio di sempre Grant Heslov, The Tender Bar asseconda la vena più romantica e idealista del suo autore, con il ritratto di una provincia felice, in cui si può ancora sognare di andare a Yale senza essere parte dell’élite wasp e in cui dalle piccole sconfitte della vita ci si può sempre rialzare da uomini.

Il film è attraversato da una vena malinconica che si nutre di chiacchiere da bar, piccola umanità solidale, fallimenti amorosi e delusioni familiari.

La fotografia calda e dorata di Martin Ruhe, già collaboratore di Anton Corbjin, con Clooney anche in The Midnight Sky, avvolge i personaggi attenuando le loro ombre.

Tye Sheridan, lanciato da Terrence Malick, interpreta J.R. adolescente con quello sguardo sognante e non rassegnato, neppure di fronte alle delusioni sentimentali e professionali, Lily Rabe è una madre volonterosa, che vive attraverso i successi del figlio, la debuttante Briana Middleton è l’incantevole Sidney, consapevole del proprio ruolo sociale, delle aspettative della sua famiglia e figlia di quegli anni ’80 assai poco romantici e idealisti.

Su tutti Ben Affleck nel ruolo dello zio Charlie, mentore, maestro, padre putativo: un ruolo che l’attore di Argo sembra tagliato per interpretare tra una partita di baseball e un dry martini.

La confezione zuccherosa appiana ogni conflitto, asprezze e sconfitte, successi e nuove occasioni sono tutti avvolti da un velo di calda nostalgia, che uniforma ogni svolta, in un film che fatica a trovare il suo ritmo e che poi scorre placido e senza scosse.

Quello di Clooney è un cinema di impianto decisamente conservatore, bonario, sentimentale.

Al suo ottavo lungometraggio possiamo ormai dire che gli entusiasmi per i suoi primi due film sono stati mal riposti e il suo percorso si è poi adagiato in una dimensione indefinita, in cui il pamphlet politico si alterna al grottesco coeniano, la commedia romantica al monito ecologista e alla fantascienza umanista, senza mai trovare una sua vera dimensione autoriale, se non per alcuni topoi ricorrenti, che tornano anche in The Tender Bar,  come quella visione idealizzata del grande giornalismo americano.

Nell’ultimo lustro Clooney ha diradato le sue presenze anche davanti alla macchina da presa, sintomo evidente di un impasse non solo creativa. Nella Hollywood della Marvel e dei franchise, l’attore che ha sempre scherzato sul suo passato di terzo Batman cinematografico, cominciamo a credere che non si trovi più completamente a suo agio.

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