Malignant

Malignant **

Il nuovo film di James Wan, il papà delle saghe horror Saw, Insidious, The Conjuring e di Aquaman, oltre che di Fast & Furious 7, nasce, in modo abbastanza evidente, con l’intenzione di creare un nuovo incubo originale.

Guardando in cerca d’ispirazione al De Palma degli anni ’70, Wan costruisce una storia cupa di istituti psichiatrici, figli adottati, amici immaginari che ritornano dal passato, che si prende una buona ora di tempo per mettere in fila i suoi elementi, lasciando all’ultimo terzo del film il compito di mettere ordine in tutti gli elementi, grazie ad una rivelazione scioccante che non riveleremo.

Il film di apre nei primi anni ’90 in un istituto per minori, dove si conducono esperimenti e terapie innovative, che finiscono in una strage di medici e infermieri.

Molti anni dopo Madison, incinta e sposata con un marito manesco dopo l’ennesimo abuso subito, si trova a vedere in sogno l’omicidio cruento del marito, assalito da una creatura dai capelli lunghi e vestita di nero, che assale anche lei.

In ospedale la sorella Sydney si prende cura di lei. Scopriamo così che Madison è stata adottata da bambina, che si chiamava Emily, che proveniva proprio da quella struttura che abbiamo visto all’inizio e che aveva una sorta di amico immaginario di nome Gabriel, crudele e spaventoso.

Madison continua a vedere nei suoi incubi gli omicidi del killer che l’ha assalita.

Le indagini della polizia intanto stringono il cerchio dei sospetti attorno a Madison.

Il film di Wan non è particolarmente interessato alla grammatica dei jump scare e del sangue, quanto a ricostruire una dimensione psicologica dell’orrore che poi si rovescia in una invece eminentemente fisica.

Se nella prima parte il film si muove in modo farraginoso, accumulando omicidi, indizi, false piste, inseguimenti e rivelazioni è alla fine che l’ossessione del sangue lascia spazio ad una ricostruzione familiare in cui la volontà conta più del destino.

Il film resta comunque piuttosto sgangherato, interpretato in modo imbarazzante da Annabelle Wallis e dagli altri attori, piuttosto pasticciato nella scansione drammatica e incerto alla fine su quale strada seguire.

Non sono così sicuro che possa essere l’inizio di una nuova saga, come il finale lascerebbe immaginare, perchè il villain e l’eroe sono così intimamente legati che è difficile immaginarli in un contesto diverso e perchè non mi pare che il film riesca a sopravvivere efficacemente alla rivelazione della vera natura di Gabriel.

Wan non si fida sino in fondo degli elementi da body horror che ha inserito e che alla fine diventano centrali e ci aggiunge i classici agguati nelle villette americane, un po’ d’azione, anche ben costruita, ma del tutto pletorica e un ecatombe finale in cui il sangue comincia finalmente a scorrere.

Quasi come se al centro del film ci fosse una schizofrenica indecisione di genere.

Complessivamente mi pare un passo incerto per Wan, apprezzabile per il tentativo di battere sentieri nuovi, tuttavia non sufficientemente compatto e coeso da potere davvero parlare gli appassionati in modo originale.

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