Venezia 2021. Madres Paralelas

Madres Paralelas ***

Il nuovo film di Almodovar apre la 78ma Mostra con la forza dei legami di sangue, che abbracciano le storie dei suoi personaggi e la Storia del suo Paese, con la stessa inarrestabile forza melodrammatica.

Attraverso il racconto parallelo di due madri, due bambine e un solo destino femminile, Madres Paralelas cerca una connessione sentimentale e politica con gli anni lontani della Guerra Civile, che ha lasciato una genealogia tutta femminile.

Janis è una fotografa sulla soglia dei 40 anni: vive e lavora a Madrid e quando ha l’incarico di immortalare Arturo – un patologo forense, che guida un’associazione che si occupa di recuperare la memoria storica delle stragi compiute dai falangisti fascisti negli anni ’30 – gli chiede di portare alla luce la fossa comune, in cui il suo bisnonno è stato seppellito da quasi un secolo.

Tra i due nasce un sentimento che si alimenta di passione e tradimento. Quando Janis rimane incinta di Arturo, che è già sposato e non può lasciare la moglie, partorisce assieme alla sua compagna di stanza, Ana, un’adolescente che è stata abusata da tre suoi compagni, figlia di un’attrice che ha trovato il successo in età matura e che non si è mai occupata della ragazza.

Le due donne vivono in parallelo la propria maternità, ma quando Arturo instilla in Janis i primi dubbi sulla paternità della sua Cecilia, la fotografa, grazie un test del DNA, scopre di non essere davvero la madre della piccola.

Quello che è successo in ospedale è facilmente immaginabile, ma il film non si ferma al racconto di un errore, ma rende complicato ristabilire la verità, una volta che il destino ha fatto il suo corso dolorosamente, se non a prezzo di mettere in discussione il proprio ruolo e i propri sentimenti.

Alla dimensione melò, che Almodovar conduce con la consueta elegante maestria, questa volta il regista associa quella politica e testimoniale, che riemerge prepotentemente nel finale ad aggiungere un nuovo parallelo femminile.

Con l’esclusione dei suoi primissimi lavori che testimoniavano la vitalità anche politica della movida madrilena negli anni della libertà riconquistata dal franchismo, è la prima volta che Almodovar affronta la Storia del proprio Paese in modo così diretto e così intenso.

Questa volta i test del DNA non servono a stabilire la maternità di una bambina che non somiglia a nessuno dei genitori, ma a ricostruire una linea di sangue, che consenta di attribuire i reperti sepolti del passato alle persone che li hanno cercati e pianti, per tutta la vita.

La storia, quella personale e quella collettiva, lascia sempre una traccia, che sta a noi riuscire ad interpretare correttamente.

E’ significativo come la dimensione personale e intima si fonda con quella pubblica e storica, nel nome di una discendenza, da ricostruire con gli stessi strumenti d’indagine e da onorare sino in fondo.

Un po’ come accadeva già in Dolor Y Gloria, il presente e il passato si fondono in un unico abbraccio, spesso doloroso e malinconico, capace tuttavia di raccontare, attraverso il ricordo, una vita intera, proprio a partire dalla ricostruzione della verità.

Se la vita è piena di bugie e omissioni, sembra dirci Almodovar, queste non portano che a nuove menzogne e infelicità: solo nella forza che serve per ristabilire un principio di verità e nella commozione che l’accompagna, si possono ritrovare le radici della propria esistenza.

Il regista mancheco cerca di lenire una grande ferita personale e collettiva, grazie anche alla fotografia sublime di Alcaine, che rende vividi i suoi tradizionali interni borghesi ricostruiti in studio, grazie al montaggio di Teresa Font, che sfrutta la dissolvenza al nero come una vera e propria cifra di stile che lega le continue ellissi che punteggiano la storia e grazie alle musiche hitchockiane di Alberto Iglesias capaci di regalare al suo film una dimensione continuamente di tensione, tra ineluttabilità e desiderio.

Come gli ultimi Julieta e Dolor Y Gloria, anche questo è un film che trova nella comprensione del  passato, il motivo per dare un significato al futuro. Madres Paralelas scava in quello che la coscienza sembra aver rimosso, riportando alla luce la memoria di sè, proprio come avviene coi resti dei desaparecidos nel commosso finale.

Forse la dimensione puramente narrativa del film è l’anello debole della catena, perchè si limita a mantenere quello che promette all’inizio: le due parti vivono quasi in autonomia e le svolte non cercano mai la sorpresa, ma semmai una adesione compassionevole alle debolezze umanissime delle sue donne.

Non tutto funziona come dovrebbe e le tre madri del film sono raccontate più attraverso l’adesione ad un modello narrativo, piuttosto che abbozzate in caratteri originali.

Ma Penelope Cruz come accade sempre quando recita per Almodovar, sembra la personificazione della generosità materna, affidandosi sino in fondo alle intuizioni del Maestro.

Più in sordina Milena Smit nei panni di Ana: il suo volto irregolare, la sua immaturità, il suo lasciarsi scorrere le cose addosso sono probabilmente corretti per il suo personaggio, ma comunicano soprattutto distanza.

Controintuitiva la scelta per il ruolo della madre-attrice di Aitana Sánchez-Gijón, tutt’altro che algida, mentre Rossy De Palma, volto storico del cinema di Almodovar, appare in una parte piccola, ma significativa.

Imperfetto, ma vitale.

E tu, cosa ne pensi?

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.