Solos: viaggio in un futuro senza memoria

Solos – Assolo **

Solos, in italiano Assolo, è una serie Amazon Prime Video composta da sette episodi. Ogni episodio, di durata mai superiore ai trenta minuti, è un piccolo bozzolo narrativo costruito attorno a un mattatore d’eccezione. Nell’ordine: Anne Hathaway (Leah), Anthony Mackie (Tom), Helen Mirren (Peg), Uzo Aduba (Sasha), Constance Wu (Jenny), Nicole Beharie (Nera), Morgan Freeman (Stuart) insieme a Dan Stevens (Otto). Le influenze di Solos sono facili da individuare. Si va da Black Mirror a The Twilight Zone, da Philip K. Dick’s Electric Dreams a Amazing Stories. Ci troviamo quindi nel campo della fantascienza filosofica. L’ideatore della serie è David Weil, lo stesso di Hunters. In Solos i protagonisti non vanno però a caccia di nazisti bensì di ciò che hanno, forse irrimediabilmente, perso.

Il primo topos fantascientifico che incontriamo in Solos, ovvero i viaggi nel tempo, non brilla per originalità. Leah è una giovane fisica al lavoro, nel 2024, su quella che potrebbe essere la scoperta del secolo: la possibilità di entrare in contatto con il proprio sé futuro. Leah, rintanata nel seminterrato di casa, tra lavagne e ologrammi (e una vecchia lavatrice sul punto di scoppiare), riesce finalmente nel suo tentativo. La voce che risponde alla chiamata inoltrata dal suo assistente personale intelligente è… lei stessa, direttamente dal 2029. O forse, per un errore di calcolo, è la Leah del passato? Al termine di un valzer di equivoci, la protagonista si troverà a parlare simultaneamente con la Leah di cinque anni prima e con quella di cinque anni dopo.

Solos svela subito il doppio registro, comico e drammatico, che accompagnerà lo spettatore fino alla fine. L’umorismo gioca con le follie della contemporaneità e con i feticci della cultura pop, serialità compresa: dalla Leah del 2024 veniamo a sapere che Trump è scappato in Russia, mentre quella del 2029 è invidiata dalle “altre” due per aver già visto il prequel del Trono di Spade e per essere diventata amica dell’attore Mark Ruffalo (gradiranno i fan di 30 Anni in un secondo)… Le gag di Solos, benché non tutte riuscite, sono divertenti excursus all’interno di un plot comunque innestato su tematiche serie. Se Leah ha necessità di comunicare con la sua versione invecchiata, è solo per salvare sua madre da una malattia neurodegenerativa, che non lascia scampo. La verità è orribile e incontrovertibile, ma forse con la tecnologia non è più così. O è peggio di così. La scommessa comporta l’estrema contropartita. Nel labirinto degli universi paralleli della fisica quantistica, una Leah scomparirà per sempre.

Morte, mortalità e timore dell’oblio sono argomenti ricorrenti in Solos. Nel secondo episodio, probabilmente il meno avvincente, Tom discorre con il suo clone, un robot “ricordati di me”. Tom sa di non avere molto da vivere e affida a un doppelgänger, saggio e pacato, la missione di restare accanto alla sua famiglia quando lui non ci sarà più. “Non sarò esattamente come te”, dice il Tom artificiale a quello reale. Il dispositivo narrativo emerge con nitidezza man mano che la serie procede. In Solos il singolo è avvitato nel cuore di un mondo sordo e impenetrabile. Un alter ego, un rivale, uno sparring partner, una mente al silicio, lo spettatore stesso: il protagonista ha bisogno di qualcuno che raccolga la sua confessione. Non serve una particolare sensibilità per ritrovare, in ogni episodio, il richiamo alla coscienza e alla duplicità a essa connaturata (il parlare con noi stessi che ci rende umani, direbbe Hannah Arendt), quale unica soluzione per non impazzire nel deserto della solitudine tecnologica.

A partire dal terzo episodio comprendiamo che le storie non sono irrelate fra loro. Weil tenta di destare la nostra curiosità disseminando qua e là, nel corpus antologico della serie, indizi e tasselli, a suggerire collegamenti e, in definitiva, a tratteggiare un mosaico che ricomprenda, in un quadro unitario, i destini dei singoli. Una donna è seduta alla postazione di comando di una navicella lanciata verso lo spazio profondo. Il colore rosso della tuta (i colori sono importanti in Solos) spicca sulle algide tonalità dell’abitacolo. Siamo sul finire del ventunesimo secolo. Peg ha settantuno anni ed è divorata dai rimpianti. Peg pensa spesso a lei da piccola, quando girava video su Tik Tok con suo padre, morto prematuramente per una malattia poi debellata nel corso dei decenni. “Ti ricordi quando c’era il cancro?” chiede all’Intelligenza Artificiale della nave, un tipico Hal 9000 con spiccata attitudine da counselor. Peg gli racconta del trasferimento della sua famiglia in Inghilterra, della sua timidezza, delle sue ossessioni, del suo amore mai sbocciato per un certo Ming. E della grande occasione rappresentata dal viaggio ai confini della galassia. Un viaggio sola andata, un’opportunità riservata a persone che non dovrebbero avere ripensamenti perché anziane, sole, malate, disperate, invisibili.

Il terzo episodio può essere preso a paradigma dello stile, dei limiti, delle contraddizioni e delle potenzialità inespresse di Solos. Una grandissima attrice, nella fattispecie l’iconica Helen Mirren, chiamata a sostenere, con innata grazia, il peso di un quasi monologo. Fantascienza già vista, rimasticata, modellata su canoni riconducibili a un manierismo un po’ stucchevole. Fumesterie filosofiche si legano a spunti distopici artificiosi.

David Weil dipinge un’umanità alla deriva in un mare di insicurezze, strizzando l’occhio all’attualità in cui siamo tuttora immersi. Sasha, la protagonista del quarto episodio, è chiusa in una casa, una “glasshouse” con ampie vetrate, avvolta da una finta flora lussureggiante. Le Stay Homes sono comode gabbie. Sasha non affronta il mondo esterno da vent’anni, da quando il pianeta è stato sconvolto da un virus letale che ha decimato la popolazione. I sistemi sociali e gli equilibri ecologici sono crollati simultaneamente, le democrazie risucchiate nel gorgo di una dittatura algoritmica.

Il domani è un oggi accelerato, stirato, sconvolto. La realtà in Solos è spesso filtrata da uno schermo. La verità è dall’altro lato dello specchio, un altrove esotico. La menzogna di stampo orwelliano dilaga. Le Stay Homes, ad esempio, sono governate da intelligenze artificiali all’apparenza amorevoli e ben disposte verso i sopravvissuti. Il lato debole umano, il sentimento, è la leva sulla quale premere: i robot spingono i rifugiati a “reintegrarsi”. Sasha è attratta dall’idea di rivedere la sua migliore amica. Eppure, oppone una resistenza ostinata al cambiamento, aggrappandosi al sospetto e rivendicando la dignità della persona di fronte al cinismo della macchina. Sasha ha ragione nel denunciare un tranello ordito dal potere politico / cibernetico nei suoi confronti? Oppure è, semplicemente, scivolata nella paranoia? “Io non sono responsabile di come sono diventata. Due capitoli di una calamità silenziosa”.

Un altro aspetto che appesantisce la fruizione di Solos è la tendenza al didascalismo. Ogni episodio è introdotto da una domanda ad effetto, che riassume il tema all’ordine del giorno. “Vorresti poter cancellare il peggior giorno della tua vita?” è un buon quesito che il narratore onnisciente rivolge a Jenny, moglie insoddisfatta e babysitter infelice. “Chi decide chi ha il diritto di stare al mondo?” è invece il dubbio morale che aleggia attorno a Nera, donna single presa dall’ansia di regalarsi a tutti i costi una discendenza. Sono, anch’essi episodi, che sposano l’arte del racconto di tenore blackmirroriano. Le iperboliche trasformazioni della sfera pubblica, e soprattutto privata, dovute all’inesorabile avanzamento tecnologico sono rappresentate attraverso la lente dell’ironia (virata a sarcasmo), ora con tono favolistico, ora grottesco.

L’ultimo episodio, l’unico con due protagonisti in carne e ossa, si discosta parzialmente dalla formula dei primi sei. Il monologo da monade tecnologica cede il campo alla rivelazione fatta al cospetto di un altro essere umano. La domanda posta per così dire in epigrafe (“Chi sei tu se non riesci a ricordare chi sei?”) non lascia dubbi: in gioco è il concetto di identità personale. Otto è un giovane impiegato del Servizio Sanitario Nazionale. Stuart è un anziano malato di Alzheimer. Anche qui ci imbattiamo in un clichè di tanta distopia ormai nota: gli ospizi del futuro offrono paradisi artificiali ai propri ospiti. Stuart, seduto su una panchina in una spiaggia virtuale davanti a un oceano altrettanto virtuale, è perso tra le nebbie impenetrabili di un cervello fuori uso. Alle domande di Otto (“Sei Clark Kent? Sei Topolino?”) Stuart risponde affermativamente. Stuart è tutto e nulla. Otto, uomo incaricato dal Governo di rigenerare i ricordi altrui, porta con sé una miracolosa soluzione hi-tech a base di cellule staminali. La memoria di Stuart sarà ripristinata, uno stadio alla volta. L’anziano, però, ha più memorie dentro di sé. Una di queste, appartiene a colui che ha di fronte, derubato da bambino. Il leitmotiv della madre, archetipo, simbolo ed elemento concreto, presente in molti episodi, è suggellato da questa storia di vendetta che, da ultimo, si apre alla possibilità di un parziale perdono.

Stuart, sanguisuga che riversa in sé le vite degli altri per allontanarsi dal dolore causato da una perdita irreversibile, è il punto di congiunzione di tutte le storie, la chiave di lettura dell’intero discorso, non senza ammiccamenti alla nostra contemporaneità (quando Stuart cita malati che annaspano cercando aria, a cosa pensiamo istintivamente?). Stuart è il prototipo dell’antieroe prossimo venturo, all’avverarsi della singolarità postumana pronosticata dai futurologi. David Weil non poteva trovare spalle più solide di quelle di Morgan Freeman per poggiare le proprie ambizioni. L’attore di Memphis giganteggia facendo semplicemente… Morgan Freeman. Nella versione originale di Solos, inoltre, la voce di Freeman introduce ogni episodio.

La serie è un ipertesto di racconti che solo in apparenza si risolvono in se stessi. La premessa di fondo è classica, e disarmante, per retorica: la carica disruptive del big bang tecnologico ha messo l’umanità a nudo e provocato domande angoscianti, questioni nuove, inedite, terrorizzanti, sotto cui riposano interrogativi eterni. Solitudini troppo silenziose, case come tombe, esistenze mercificate, emozioni ridotte in polvere di silicio, relazioni sociali scarnificate… Dieci anni fa la serie di Weil ci avrebbe stupito, ora non più. Nonostante il sontuoso cast, corre il rischio, per ironia della sorte, di essere dimenticata troppo presto. A meno che qualcuno ci impianti il perenne ricordo di Solos in qualche ansa del cervello.

Titolo originale: Solos
Numero degli episodi: 7
Durata ad episodio: 20 – 30 minuti l’uno
Distribuzione in Italia: Amazon Prime Video
Data di uscita: 25 Giugno 2021
Genere: Anthology, Sci-fi

Consigliata a chi: desidera una piscina nel giardino di casa, è convinto che i figli crescano troppo in fretta, si ricorda di che colore era lo scivolo della sua infanzia.

Sconsigliata a chi: teme di invecchiare davanti ai bastoncini di pesce, pensa che l’erba del vicino sia sempre più verde, ha problemi di gas intestinale.

Letture parallele:

– Un saggio che è diventato già un classico: Byung-chul Han, Nello sciame. Visioni del digitale (Nottetempo, 2013).

– Un uomo completamente solo, perso in un labirinto di stanze fuori dal tempo: Susanna Clarke, Piranesi (Fazi editore, 2020).

– Il tramonto della civiltà nell’ottica “post-esotica” di un grande scrittore contemporaneo: Antoine Volodine, Angeli minori (L’Orma editore, 2016).

Una frase: “Un ricordo è una promessa, un giuramento verso chi ami” (Stuart a Otto).

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