Hunters. La miglior vendetta è la vendetta

Hunters **1/2

“Sono una donna nera nata in America, i supereroi non sono niente in confronto a me”, dice Roxy Jones nell’ottavo episodio di Hunters. Roxy Jones è una black panther impegnata in una strana caccia. Nel suo mirino ci sono… i nazisti. E non è una cacciatrice solitaria. Roxy fa parte di un gruppo eterogeneo per provenienza ed esperienze pregresse. Il team nasce negli Anni Settanta a New York per merito dell’anziano filantropo ebreo Meyer Offerman. Scampato allo sterminio, Meyer si è servito di una ‘combinacoppie’ per arruolare i migliori professionisti in circolazione. Ognuno con una sua competenza: Joe Torrance è un reduce dal Vietnam di origini asiatiche, implacabile con le armi da fuoco e nei combattimenti corpo a corpo; Lonny Flash è un attore di film hollywoodiani di serie b, abilissimo nei travestimenti; Sister Harriet si spaccia per suora e mette a disposizione dei colleghi le informazioni raccolte grazie ai suoi contatti nell’MI6 britannico; i coniugi Mindy e Murray Markovitz, sopravvissuti ad Auschwitz, sono maghi dell’elettronica.

Jonah Heidelbaum è invece il classico nerd appassionato di fumetti, dalla mente portentosa e bullizzato dai tipi più grossi di lui. Per far campare dignitosamente la sua amatissima safta (nonna in ebraico), l’unica parente che gli è rimasta al mondo, spaccia droga. Una sera Ruth viene pugnalata a morte in casa, quasi sotto i suoi occhi. Durante il funerale, Jonah conosce Meyer, amico di lunga data della sua safta. A poco a poco, è iniziato a un mondo nuovo. La scoperta è sconvolgente. Negli Stati Uniti si aggirano alti ufficiali nazisti sotto copertura fuggiti dalla Germania. I camerati sono in piena attività e assassinano ebrei. Qualcuno però ha deciso di rendere loro la pariglia. L’adesione di Jonah alla Causa non è immediata, eppure, dopo un ripensamento di coscienza e un intoppo che poteva costargli caro, entra a far parte degli Hunters.

La serie Amazon Video Prime esibisce una solida sceneggiatura e sfoggia un cast di livello assoluto. Inutile dire che la presenza di Al Pacino nei panni di Meyer Offerman costituiva, almeno alla vigilia, il motivo di maggior interesse. Sul fuoriclasse di East Harlem è inutile spendere parole: lui c’è. In realtà, in Hunters ogni attore si prende il suo spazio e lo gestisce a dovere. Logan Lerman, già protagonista del doppio Percy Jackson e gli dei dell’Olimpo, conferma il suo talento in un ruolo chiave. L’apprendistato di Jonah è probabilmente uno dei motivi più interessanti e meglio sviluppati. Tiffany Boone, Kate Mulvany, Josh Radnor, Carol Kane, Louis Ozawa, Saul Rubinek (e aggiungiamo la safta, Jeannie Berlin) compongono una squadra di attori senza smagliature. Dall’altro lato dello specchio ci sono i nazisti. Originale l’idea di attribuire la parte del Colonnello a una donna, l’attrice svedese Lena Olin, di formazione bergmaniana. Bravissimo è Dylan Baker, un volto inconfondibile, nell’interpretare il laido Biff Simpson, ieri nazista e oggi sottosegretario di Stato! Il giardino della sua villa posticcia, tutto barbecue&piscina, ospita la pirotecnica scena di apertura, un ideale aperitivo servito al pubblico della serie.

Una particolare nota di merito va a Greg Austin, L’attore inglese ha dichiarato di aver studiato con metodo i profili di vari serial killer per arrivare al risultato sperato. “Non riescono a provare empatia per nessuno, così si chiudono in loro stessi e si concentrano esclusivamente sul potere che possono esercitare”. Missione compiuta. L’implacabile Travis Leich, suprematista made in USA, è un personaggio spietato e glaciale che farebbe gola ai fratelli Coen.

Già, ma com’è possibile che i nazisti siano in procinto di realizzare il Quarto Reich, per giunta negli Stati Uniti, a trent’anni dalla fine della seconda guerra mondiale? Hunters attinge a piene mani dalle contraddizioni della storia. I servizi segreti della nazione stelle e strisce, la più grande democrazia del mondo, nell’immediato secondo dopoguerra si adoperarono per reclutare gli scienziati di punta del regime nazista.

Obiettivo: sottrarli al nemico, l’Unione Sovietica. Nome in codice dell’operazione, Paperclip. Senza l’apporto decisivo di Wernher von Braun, già papà dei missili V2 che squarciarono il ventre di Londra negli anni Quaranta, con ogni probabilità non ci sarebbe stato il programma spaziale Apollo e i “rossi” avrebbero messo piede sulla Luna prima degli altri.

Hunters fa satira sul cinismo della politica. A volte, gli autori si avvalgono di caustici inserti e si rivolgono provocatoriamente agli spettatori. Sono pop up che interrompono il flusso del racconto, in maniera brusca. Lo sapete che Huntsville, città dell’Alabama, ospitò una comunità di scienziati tedeschi? Se non lo sapete, ve lo dice Hunters, con una simpatica cartolina umoristica. Lo stesso Von Braun compare nella serie, introdotto da una celebre canzoncina cantata del comico Tom Lehrer. “Once the rockets are up, who cares where they come down? That’s not my department, says Wernher von Braun”. Al tecnico non importa dove cadano i razzi, basta farli partire. Heinz Richter, Karl Holstedder, Dieter Zweigelt, Tilda Sauer, Oskar Hauptman e Wilhelm Zuchs sono fictional characters che in alcuni casi ricordano criminali di guerra reali, come il macellaio Josef Mengele, oppure grandi personalità artistiche del Terzo Reich, la regista Leni Riefenstahl. Gli orrori perpetrati con indicibile sadismo ne fanno figure allegoriche della barbarie nazista. I numerosi flashback inquadrano il passato delle vittime e dei carnefici.

Hunters si ispira anche a una vasta cultura underground. I comics, certo. Jonah lavora in un negozio di fumetti e proprio attraverso i fumetti tenta di interpretare le assurdità e i fatti tragici della sua vita. In più, se scaviamo alla base del racconto, troviamo l’immaginario fantastico delle teorie cospirazioniste. Il nazismo, anche in virtù del suo armamentario sinistramente esoterico, è terreno fertile per molte ipotesi strampalate, dalla terra cava alle basi militari sotterranee in Groenlandia, dai dischi volanti di Hitler all’incontro del Fürher con un alieno… Il suicidio di Adolf Hitler nel bunker di Berlino fu solo una copertura per garantirgli un’agile fuga? Le SS scampate a Norimberga (“condannati dodici condannati su otto milioni di tedeschi”, lamenta Meyer) hanno portato avanti i loro progetti di selezione della razza negli ospitali paesi del Sud America? Su queste basi mitologiche poggiano le fondamenta di Hunters.

Evidente, nell’evocazione del Paraguay, l’omaggio ad un film cult, I ragazzi venuti dal Brasile, non a caso girato nel 1977, lo stesso anno in cui è ambientata la serie. In Hunters la scrittura è attenta alle sfumature della sottocultura. Non si spiegherebbe altrimenti il riferimento a un’enigmatica sostanza, architrave della cosiddetta pseudoscienza, il vril. Il termine fu inventato di sana pianta da Edward Bulwer-Lytton, uomo politico, scrittore, cultore di esoterismo e se ne trova traccia per la prima volta nel suo romanzo The Coming Race del 1870. Il vril è un fluido alchemico universale il cui possesso distingue la civiltà dalla barbarie. Per i nazisti, però, l’unica distinzione che conta è tra il puro e l’impuro, tra la nobiltà ariana e il resto, che è solo feccia.

Certamente Millie Morris, nera e lesbica, non è compresa nella razza eletta. Jerrika Hinton, volto di Grey’sAnatomy, dismette qui i panni del medico e veste quelli di un agente dell’FBI che si imbatte nell’omicidio di una donna di mezza età a Cape Canaveral, gasata nella sua doccia. Il pulp cavalca l’esagerazione, quindi non stupisce il ricorso dei cacciatori alla pena del contrappasso, in forme spesso disgustose. Hunters, in fondo, è un revenge thriller e Meyer/Pacino, a differenza del ragazzo prodigio Jonah, non sembra avere dubbi di natura etica. I loro target non hanno forse commesso atrocità inenarrabili? Le punizioni non dovrebbero essere commisurate al crimine? Nessuno di loro deve passare dal cancello della giustizia, perché la giustizia non c’è. “La miglior vendetta è la vendetta”, afferma il capo, storpiando il Talmud.

Hunters è però anche una satira politically incorrect della società americana. Screanzata l’idea di associare il nuovo genocidio progettato dai nazisti allo sciroppo di mais, un alimento che secondo molte ricerche favorirebbe l’obesità, un flagello dei ceti meno abbienti. I meccanismi discriminatori verso i poveri e le minoranze, ci dice la serie, affiorano in sistemi politici all’apparenza antitetici. Benché mutino di forma e intensità, l’ideologia che li nutre è la stessa. Basti osservare i nazisti importati dalla CIA, mimetizzati nella folla. Nel trasformare gli aguzzini in giocattolai, produttori musicali, spin doctors e chirurghi plastici, un adattamento delle perversioni alle convenzioni borghesi, Hunters esibisce con i consueti accenti grotteschi la normalizzazione politica dell’orrore.

Nella serie è impossibile non notare lo zampino del produttore esecutivo John Peele, regista di Get Out e Us, quantomeno nell’intreccio tra comicità, grand guignol, satira e dramma. Far venire a galla l’essenza patologica delle vite dei nazi per irriderla è parte dell’estetica di Hunters. Il futuro Quarto Reich, tra bambini clonati e arcaici patti di sangue, pare l’impero del kitsch. Registriamo scene potenti, su tutte l’irruzione dei cacciatori nel caveau della banca (svizzera), dove sono custoditi gli ori sottratti agli ebrei. Ogni tanto veniamo investiti da dilemmi morali. Giustiziare una belva umana senza regolare processo è lecito? Se un uomo è incosciente deve pagare ugualmente per le sue azioni abominevoli? Meyer, sostenitore di un brutale occhio per occhio, manifesta uno zelo sospetto. “L’eroe fa ciò che è necessario, non ciò che è giusto”.

Arriviamo infine alle dolenti note. Gli autori di Hunters utilizzano con (eccessiva?) disinvoltura il pastiche postmoderno: mescolano i registri espressivi, fanno convivere su un piano comune fantasia e realtà, giocano con gli stereotipi di classe, nazionalità e religione. Una serie su ebrei e nazisti è sempre rischiosa. La scelta di narrare simili vicende con tono pulp ha fatto storcere il naso a molti. Hunters non è stata apprezzata innanzitutto dai sopravvissuti. Alcune rappresentazioni del male sono parse intollerabili. Il Museo Nazionale di Auschwitz-Birkenau ha aspramente criticato la scena degli “scacchi umani”, un’invenzione, giudicandola oltraggiosa. Tentare di aggiungere orrore, nella finzione, laddove l’orrore reale ha già oltrepassato l’immaginazione umana, è un’opzione moralmente ed esteticamente accettabile? Una serie tv indirizzata al consumo di massa può permettersi di manipolare a suo piacimento un tema incandescente come l’Olocausto? Dopo Auschwitz nessuna poesia, scrisse il filosofo T.W. Adorno. Hunters è un problematico congegno pop ad orologeria. A tratti la visione è godibilissima. Forse troppo. Il Direttore della USC Shoah Foundation ha addirittura chiesto ad Amazon di non proseguire con una seconda stagione. Tuttavia, il seguito è quasi scontato. Destinazione: Europa.

TITOLO: Hunters
NUMERO DI EPISODI: 10
DURATA DEGLI EPISODI: circa un’ora l’uno
DISTRIBUZIONE: Amazon Prime Video
DATA DI USCITA: 21 Febbraio 2020
GENERE: Crime drama, revenge, thriller

CONSIGLIATA: a chi ha dei conti in sospeso da regolare, si appunta i progressi di lavoro sulla lavagna, ha orecchio per le melodie dei bambini
SCONSIGLIATA: a chi ha un passato da cancellare, non sa come disfarsi di un ingombro in cantina, ha paura delle pentole a pressione

VISIONI E LETTURE PARALLELE:
– Inevitabile, considerati stile e contenuti, ravvisare una certa aria di familiarità con Bastardi senza gloria di Quentin Tarantino (2009);
– Un romanzo distopico tra i più belli di sempre: La svastica sul sole di P. K. Dick (Fanucci Editore, 2019) e la serie corrispondente, The Man in the High Castle, 4 stagioni disponibili su Prime Video;
– Su pseudoscienza e dintorni: Marco Ciardi, Il mistero degli antichi astronauti (Carocci Editore, 2017).

UN’IMMAGINE: La Statua della Libertà che si spegne al termine del settimo episodio.

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