Cannes 2021. Deception

Deception ***

Ci voleva un francese sensibile alla natura umana e alle parole d’amore, come Arnaud Desplechin per dare senso cinematografico ad uno dei libri più trascurati di Philip Roth, Inganno, uscito nel 1990, alla vigilia di Patrimonio e di quella lunga stagione segnata dai suoi lavori più importanti.

Inganno è il racconto di un’avventura extraconiugale tra Philip, uno scrittore cinquantenne americano, che vive a Londra con la moglie, e una donna inglese senza nome, più giovane di lui, sposata e con un figlio piccolo, costretta in un matrimonio borghese che ha perduto significato.

Il film Tromperie diviso in undici capitoli e un epilogo racconta la loro storia clandestina, nello studio che Philip ha affittato, per scrivere senza distrazioni, lontano dalla casa della moglie.

Ogni pomeriggio l’incontro tra i due amanti lascia tracce su un quaderno di Philip, che si riempie di note, conversazioni, parole, ossessioni.

Ma non c’è solo questo in Tromperie: ci sono i viaggi a Praga di Philip durante la cortina di ferro, c’è un’amante newyorkese che lotta contro un tumore, c’è una donna cecoslovacca che lo raggiunge a Londra e gli racconta come sia riuscita a sfuggire ai servizi del suo Paese e a quelli americani.

C’è una sua ex studentessa, la più brillante del corso, che ha perso contatto con la realtà e si fa curare con l’elettroshock.

C’è infine la moglie, che scopre il quaderno e ne chiede conto a Philip, che si difende come può, dichiarando la sua innocenza di scrittore che inventa, trova la sua voce, immagina, desidera.

In Tromperie c’è tutto quello ci aspetteremmo da un film su e con Philip Roth: non a caso, nel romanzo, lo scrittore non si nasconde questa volta dietro David Kepesh o Nathan Zuckerman, i suoi alter-ego letterari, ma sceglie di usare il suo nome, Philip, che tornerà solo in Operazione Shylock e Il complotto contro l’America.

Desplechin decide di non cambiare nulla e affidare ad un cast interamente francese, le parti di americani e inglesi, senza nessuna remora.

E la scelta è meravigliosamente indovinata.

Polydalidés, ispiratissimo, incarna il protagonista con brio mefistofelico e manipolatorio, con generosità e spirito libertino, ma è soprattutto Lea Seydoux ad emergere nel ruolo dell’amante inglese, trascinata in una relazione impossibile, fragile, temporanea, senza sbocchi. Se non quello di trasformarsi infine in un personaggio, eternato nelle pagine di Inganno e trasfigurato dal lavoro di scrittura di Philip, che ne fa qualcosa d’altro.

Nel dialogo finale, i due amanti si ritrovano a New York ad una delle presentazioni del libro e lei gli confida tutta la sua delusione nel non essersi davvero riconosciuta. O forse nell’essersi vista, per la prima volta, nello specchio della parola.

Non meno efficaci Emanuelle Devos e Rebecca Marder nei ruoli lontanissimi, ma ugualmente spaventati, delle due amanti americane, costrette a guardare in faccia la malattia.

La Devos che a lungo è stata musa e volto del cinema di Desplechin qui risplende, “regina” una volta ancora, in una parte semplicemente perfetta.

Agli americani il film di Desplechin non sembra essere piaciuto molto, ma forse pesa anche il nuovo pregiudizio sul lavoro di Roth, che dopo aver combattuto una vita intera, come un leone, contro le accuse di sessismo e misoginia, sembra ora vinto e messo da parte, proprio quando non ha più la possibilità di difendersi.

E invece Desplechin, che ha girato il film in gran segreto e in pandemia, come una teoria elegantissima di scene a due tra Philip e le sue donne, ci regala il più rothiano dei suoi film, un approdo inevitabile per chi ha indugiato spesso nelle stesse ossessioni nello scrittore americano: nel feticismo della parola, soprattutto della parola d’amore, nell’antisemitismo e nel peso della diaspora ebraica anche nell’Europa dell’Est, nel sesso e nell’infedeltà, nelle famiglie al centro di grandi cambiamenti personali e sociali, nel diaframma sottile che separa realtà, rappresentazione, vita e teatro.

Da non perdere.

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