A Quiet Place II

A Quiet Place II **1/2

Secondo capitolo della saga horror fantascientifica di John Krasinski, che si pone come episodio di mezzo e racconto di formazione, capace di alterare gli equilibri drammatici della prima parte, rilanciando l’avventura verso nuove derive.

Il film comincia con un lungo flashback che ci riporta al giorno uno, oltre un anno prima gli eventi raccontati in A Quiet Place.

Gli Abbott sono tutti riuniti alla partita di baseball del figlio Marcus, quando una misteriosa esplosione in cielo convince tutti a fuggire verso casa.

Non faranno in tempo ad arrivarci perchè i mostri voracissimi, ciechi e dal super udito, sono già arrivati nella piccola cittadina.

Titoli e ci ritroviamo esattamente dov’era terminato il primo episodio, con il mostro ucciso nel seminterrato degli Abbott e i sopravvissuti – la madre Evelyn, che ha appena partorito, e i due figli Regan e Marcus – in fuga verso uno dei posti dove il fuoco sui tetti indica una presenza umana.

Regan ha compreso che il rumore del suo impianto acustico disorienta le creature e lo usa in modo efficace per proteggere gli altri, durante un assalto provocato dalle urla di Marcus, finito con un piede in una tagliola.

A salvarli ci pensa però Emmett, che ha perso il figlio il primo giorno dell’attacco e la moglie malata da qualche settimana. Vive nei sotterranei di una fabbrica, dove può rifugiarsi in un container a tenuta stagna, in caso di attacco degli alieni.

Regan e Marcus nel frattempo hanno trovato sulle onde lunghe della radio una trasmissione ancora attiva, che manda in loop la canzone Beyond the Sea. E’ forse quello un indizio di salvezza?

Il film, scritto questa volta da John Krasinski in solitaria, a partire dai personaggi creati con Scott Beck e Bryan Woods, ritorna sui personaggi e sui temi dell’esordio, mettendo un po’ in sordina il lato horror, per farne un’avventura di formazione, soprattutto per l’intraprendente Regan.

E’ lei a ritagliarsi il ruolo della protagonista, lasciando alla Blunt una parte secondaria e marginale.

Naturalmente è il personaggio apparentemente più fragile ed esposto a dimostrarsi quello più determinato nel seguire intuito ed istinto di sopravvivenza. Regan viene a patti con le proprie paure, con i proprio limiti, ribaltandoli in opportunità e coraggio.

Grazie proprio all’apparecchio acustico che è costretta a portare, Regan troverà una soluzione per sopravvivere. E non solo per lei, ma utilizzabile da tutti, mentre il mondo sembra diventato ancora più feroce per il silenzio autoimposto e per la regressione animalesca di quasi tutti i superstiti.

Ne è un esempio Emmett, una volta amico degli Abbott, ridotto ad larva umana dal dolore della perdita e dalla crudeltà della sopravvivenza, non ha più nessuna prospettiva che non sia quella di resistere all’assalto quotidiano.

Pian piano trova invece negli Abbott una nuova ragione di vita e anche il suo aspetto cambia. Entra in scena come un fantasma, coperto da berretto, barba lunga, sciarpa a coprire il volto.

Alla fine lo vediamo sacrificarsi per Regan e per tutti, nel tentativo di aiutarla a realizzare il suo piano.

Il breve e idilliaco rifugio in cui Regan e Emmett trovano riparo non è davvero così sicuro come immaginano quelli che ci vivono. Ma è significativo che ci si arrivi su una barca di fortuna.

Naturalmente, le regole d’ingaggio restano le stesse del primo episodio: pochissime parole, rumore d’acqua, passi a piedi nudi in modo da non sollecitare l’attenzione dei villain alieni.

Anche le soggettive nel silenzio del personaggio di Regan tornano ad aggiungere ulteriore disorientamento sonoro.

Non potendo ripetere tuttavia l’exploit del primo episodio, Krasinski sceglie un registra narrativo differente, che si affida ai più giovani seguendo le orme del viaggio di formazione.

E alla fine, anche se l’esito è piuttosto prevedibile e i brividi sono contenuti, questa Parte II si lascia vedere come un discreto intrattenimento familiare, magari rivolto agli adolescenti di casa.

Il finale brusco e risoluto lascia prevedere almeno un nuovo capitolo.

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