50m2: storia di un quartiere popolare che resiste alla speculazione

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Gölge è il giovane bodyguard di un trafficante di armi. Trovatello, orfano di entrambi i genitori, Gölge è stato cresciuto come un figlio dal suo capo. Gölge non ha mai avuto scelta. Certo, il lavoro sporco gli ha fruttato molto, compresa una splendida casa con piscina, però Gölge ha un tarlo nella testa, un’ossessione che lo spinge ogni sera verso la bottiglia di whisky. Come sono morti i suoi genitori? Chi era suo padre? Perché l’immagine di una donna riversa a terra in un lago di sangue si ripresenta a lui continuamente? Gölge chiede a Servet di aiutarlo a ricostruire ciò che non ricorda. In fondo, per un uomo con le mani in pasta ovunque non dovrebbe essere difficile scoprire la verità. Servet sfugge alle insistenti richieste del suo protetto. “Non ho mai trovato nulla”, dice. Ed è allora che Gölge si rivolge ad Adem, un giornalista in possesso di foto e documenti riservati. Gölge gli offre in cambio le prove di un losco contrabbando di Servet. Mentre i due stanno per concludere l’accordo, il giornalista viene freddato da un killer prezzolato dal boss. È l’inizio di una guerra senza esclusione di colpi. Gölge riesce a scappare e, da quel momento, assume l’identità di Adem. Il quale, destino vuole, ha appena ereditato, a sua insaputa, una sartoria in un quartiere popolare.

La serie tv turca 50m2 si affida a un escamotage macchinoso per arrivare al vero tema che le sta a cuore, l’esistenza e la sopravvivenza degli antichi quartieri in un’era di grandi cambiamenti urbanistici, sociali e perfino antropologici. “A Sud le primavere arabe, a nord gli Indignati; negli anni Dieci del nuovo millennio la Turchia vacilla in piazza Taksim, teatro di una spettacolare vampata di rivolta contro il governo conservatore. Tra tutti ricordiamo un nome: Gezi, un parco insignificante, un nome inciso nel marmo dell’antico cimitero armeno su cui sorgeva, finito sotto i riflettori dopo che Recep Tayyip Erdoğan (ex sindaco di Istanbul, all’epoca primo ministro in procinto di essere eletto presidente della Repubblica) l’aveva venduto a certi speculatori immobiliari”. È un inciso tratto da Il solco di Valérie Manteau [L’Orma Editore], un libro scritto sulla scia degli avvenimenti seguiti al tentativo di colpo di Stato del 2016, quando la repressione mutilò il movimento rivoluzionario in larga parte alimentato dalle ansie delle nuove generazioni. Ora, è vero che 50m2 non cita Erdoğan e non affronta in maniera diretta temi politici, tuttavia lo scenario di corruzione sembra essere quello denunciato dagli oppositori del “nuovo Califfo”. Gölge alias Adem trova rifugio nella bottega del sarto morto da poco. I cinquanta metri quadrati del locale costituiscono l’ultimo tassello non assorbito dalla speculazione nel cuore di un vasto isolato, per il resto passato di mano a un oscuro appaltatore.

È quindi il quartiere il protagonista principale di 50m2. Il baffuto e saggio Muhtar è il punto di riferimento della comunità. Il “muhtar” nella società turca è il capo di un villaggio o di una frazione cittadina. Muhtar, lo ammette lui stesso, è chiamato così fin dalla nascita. Titolo e nome sono ereditati e fanno tutt’uno col quartiere. Muhtar è custode di valori, di una storia composta di parole e di volti, di un mondo fatto di relazioni e vicinanza, a contrasto con la feroce modernizzazione incapace di produrre vero sviluppo. L’enorme albero di tiglio piantato da ragazzo al centro di un giardino, dice, “è cresciuto grazie all’impegno di tutti”. La furia devastatrice della speculazione lo minaccia.“Di chi sarà il compito di innaffiarlo”, si domanda, “quando gli anziani saranno morti”? La serie dispensa metafore dalle radici scoperte. Muhtar ha una figlia, Dilara, tornata a casa dopo un vagabondaggio all’estero non proprio fortunato. Dilara ha aperto una panetteria. Il forno, oltre al pane da cuocere, contiene anche tutti i suoi sogni e le sue sconfitte. Gölge si innamora di lei. Comincia così la sua lenta trasformazione, pur occultata sotto veli di menzogna, da fedele esecutore di ordini malavitosi a (riluttante) paladino dei deboli.

La serie mette in evidenza un altro elemento fondamentale della Turchia contemporanea: la funzione sociale del calcio. Sappiamo tutti che l’identità di una comunità locale può essere definita dalla frequentazione collettiva della curva uno stadio. In Turchia, talvolta, si va ben oltre l’attaccamento ai colori sociali e il discorso si fa squisitamente politico, come solo in altre parti del mondo, vedi l’America Latina, può accadere. Un esempio? Nel 2020 l’FC Basaksehir di Istanbul ha vinto il suo primo campionato nazionale. Il Basaksehir, oggi di proprietà del Ministero per la Gioventù e lo Sport, fu rilevato nel 2014 da un gruppo di imprenditori vicini a Erdoğan. La maglietta arancione richiama il logo ufficiale dell’AKP, il partito del Presidente turco. In occasione dell’inaugurazione dello stadio, costato 43 milioni di euro, lo stesso Erdoğan scese in campo segnando tre gol con la maglia numero 12, poi ritirata dal club. I bambini-mascotte dell’FC Basaksehir sfoggiavano l’abbigliamento del soldato ottomano, un chiaro riferimento al background ideologico del leader supremo. Torniamo alla serie. Civan è il personaggio che incarna la frustrazione di tutte le periferie. Un tempo il sogno di Civan, calciatore semidilettante, era la prima divisione. Alla presenza del padre-allenatore e degli osservatori del Besiktas (squadra, ops!, storicamente vicina ai repubblicani kemalisti), Civan sprecò la chance della vita per la voglia di strafare. Lanciato verso la porta avversaria, alla ricerca di una leggendaria tripletta, il promettente attaccante incappò nell’irruenza del portiere. Da allora Civan si trascina per le strade portandosi dietro una gamba difettosa. Come se non bastassero le sventure patite, la fidanzata lo tradisce. Civan, gonfio di rancore, si affilia alla malavita.

La serie affastella una serie di temi che spesso nascono e muoiono nell’arco di un episodio, pregiudicando la linearità del racconto. Uno di questi è, appunto, lo spaccio di droga nel quartiere. Un secondo tema introdotto e poi lasciato cadere è l’immigrazione clandestina. Alcuni personaggi, come l’appaltatore o il trafficante di uomini, compaiono di sfuggita, altri sono abbozzati con eccessiva leggerezza, dalla psicologa che ha in cura Servet al bambino profugo salvato da Gölge e ospitato in moschea. Troppa carne al fuoco per soli otto episodi. Il cacciatore di taglie è una figura del tutto priva di spessore, la collega del giornalista ucciso entra in gioco per evaporare presto, il narcos in salsa turca che minaccia di ammazzare “un abitante del quartiere a caso” ha una cattiveria caricaturale che non resta impressa (e al termine dell’episodio Gölge arriva addirittura a consolarlo).

Ciò che spiazza maggiormente, però, è la commistione di generi, perché 50m2, a dispetto della serietà dei temi, aspira ad essere una sorta di dark comedy. Nel tentativo sbilenco di centrare l’obiettivo, gli autori costringono i pur simpatici personaggi, gli anziani in particolare, a simulare un mood popolaresco un po’ affettato, come accade, ahinoi, in molta fiction dozzinale nostrana. Tra siparietti, gag e battute a effetto (“mi sento come Pablo Escobar che bruciò due milioni di dollari per scaldare la figlia infreddolita”, dice di se stesso il pacifico Muhtar mentre getta nel fuoco le obbligazioni sottratte a Mesut, ras e bulletto della zona), attorno a loro qualcuno spara, qualcuno muore, qualcuno si invaghisce della persona sbagliata, qualcuno medita vendetta in segreto.

Mi manca tanto la mia ombra”, confida Servet alla sua terapista. Gölge, ennesima magia appiccicata ai nomi, significa “ombra”. Il tema della colpa, quindi, irrompe in 50m2 e ne diventa un pilastro narrativo. Gli autori evidenziano, attraverso provvidenziali flashback, la caratura di questo omuncolo fragile che, agli esordi della sua carriera, è un banale taglieggiatore, salvo poi riuscire, direbbe Brecht, in una resistibile ascesa criminale. Servet si appresta a dominare settori malavitosi sempre più vasti. Il boss del Bosforo gestisce i suoi affari da un ufficio con vista panoramica sulla città, una vetta sinonimo di potere conquistata a seguito dell’assassinio teatralmente shakespeariano del suo rivale in affari, dal quale ottiene in eredità, non capiamo sulla base di quale presupposto giuridico, i peggiori piani speculativi in circolazione. L’opposizione simbolica, alto versus basso, o ancora solitudine verticale, l’isolamento dell’uomo al comando, contro solidarietà orizzontale, l’alleanza dei vicini di casa decisi a salvare le proprie abitazioni, è servita sul piatto. L’anima nera della vicenda è però una donna, Özlem, consulente legale alquanto spregiudicata di Servet. In 50m2 la fiducia nel prossimo è messa a dura prova.

L’Italia è evocata due volte nella serie, sempre come terra di approdo. Nel primo caso, per i poveri migranti che, dalle coste turche, si imbarcano in cerca di una vita migliore, l’Italia è un miraggio atteso alla fine del mare. Nel secondo caso, l’Italia spunta in uno scambio di battute tra Muhtar e le vecchie glorie della locale squadra di calcio riunitesi a cena presso la panetteria di Milara. Qui, si parla dell’eterno Zlatan Ibrahimovic e del suo ultimo contratto…

Gli interni vincono sugli esterni. La bella panetteria, colma di profumatissime pagnotte, è un luogo incantato, da preservare dal male, tanto quanto l’inattuale sartoria. Nonostante le anticaglie, i bagarozzi, la polvere e l’invadenza dei vicini, Gölge si affeziona alla bottega eleggendola a suo rifugio, metaforico grembo di un uomo sempre più convinto di restare nel quartiere e di rinascere a nuova vita con Dilara accanto.

La serie non abbonda in colpi di scena e preferisce concentrarsi sulle relazioni umane e parentali, sui dialoghi che rivelano sofferenze e ipocrisie, sulle dinamiche sociali di un piccolo agglomerato insidiato dalla prepotenza del capitale. I personaggi all’apparenza più duri sono traditi dalle rispettive debolezze. Gölge è un killer spaventato dagli incubi, Mesut uno strozzino incapace di reagire al rifiuto di una donna, Servet un mafioso fregato dal suo inconscio. Il faccia a faccia conclusivo induce a pensare che 50m2, un’opera meno brillante del recente Ethos, altra produzione turca targata Netflix, avrà comunque una seconda stagione. L’unico cliffhanger che ci concedono gli autori è lo sparo finale. Engin Öztürk (Gölge), ex volontario dell’esercito, è un convincente attore e Aybüke Pusat (Dilara), ex Miss Turchia di etnia tatara, è volenterosa. Il coriaceo tiglio, probabilmente, non attenderà il ritorno di Gölge/Adem invano.

Titolo originale: 50m2
Numero degli episodi: 8
Durata ad episodio: tra 45 e 65 minuti l’uno
Distribuzione: Netflix
Programmata in Italia: 27 gennaio 2021
Genere: Dark Comedy, Thriller

Consigliato a chi: comprende i calciatori che rifiutano le sostituzioni, fuma nella propria stanza nonostante i divieti, è così pigro che uscirebbe di casa in pigiama.

Sconsigliato a chi: si è scavato la fossa con le proprie mani, ha brindato con la persona sbagliata, ha l’olfatto troppo sensibile.

Letture e visioni parallele:

Il romanzo d’esordio del premio Nobel per la letteratura Orhan Pamuk: Il signor Cevdet e i suoi figli, Einaudi, 2012;

– Un anziano accumulatore seriale ci porta a spasso per i mercati e le botteghe di Istanbul: Pelin Esmer, The Collector, 2002 (documentario disponibile sulla piattaforma MUBI).

Una frase: “Le persone creative sono sveglie. Gli opportunisti accettano il proprio destino”.

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