I Care A Lot.

I Care A Lot **1/2

Dopo il debutto con il promettente e spiazzante thriller La scomparsa di Alice Creed nel 2009, la carriera dell’inglese J Blakeson si era sostanzialmente arenata: un secondo film, La quinta onda, massacrato dalla critica nel 2016, una miniserie serie tv per BBC One, Gunpowder, che non ha lasciato traccia.

Eppure quando ha presentato a Toronto il suo terzo film, la black comedy I Care A Lot, Netflix e Amazon si sono subito accaparrate i diritti di distribuzione, dividendosi i migliori mercati internazionali.

La protagonista è Marla Grayson, l’equivalente di una nostra amministratrice di sostegno, che ha compreso perfettamente la fragilità del sistema di cura americano e l’ha sfruttato sino in fondo a suo favore, con la collaborazione compiacente o interessata di medici, direttori di residenze per anziani e giudici.

Grazie a perizie grandemente esagerate, allontana anziani non più autosufficienti dalle proprie famiglie e ne diventa amministratrice o tutrice, piazzandoli in case di riposo, da cui non possono più uscire nè vedere i loro cari, vendendo i loro beni, svuotando conti e cassette di sicurezza e autoliquidandosi parcelle salatissime.

Marla ne ha fatto così un mestiere piuttosto redditizio, calpestando gli interessi dei suoi assistiti, negando quelli dei loro familiari e manipolando, senza scrupoli, il sistema giudiziario, tra un tiro e l’altro della sua sigaretta elettronica.

Le cose sembrano mettersi sempre meglio, quando si fa nominare tutrice legale di Jennifer Peterson, una fresca pensionata, che vive da sola, non è sposata, non ha parenti ed ha lavorato una vita nella finanza, accumulando una discreta ricchezza.

La fa rinchiudere nella solita casa di riposo, le vende i mobili preziosi, la casa, i titoli e le azioni. E scopre, nella cassetta i sicurezza, un sacchetto di diamanti non dichiarati.

Ma Jennifer non è davvero chi pretende di essere. E il gioco di Marla e della sua compagna e socia Fran diventa molto, molto pericoloso, questa volta.

Il film si apre con le immagini al rallentatore del figlio di una delle vittime di Marla, che cerca inutilmente di entrare nella casa di riposo, per rivedere sua madre, fermato dalle guardie e dagli inservienti, mentre la gelida protagonista usa tutta la sua esperienza, per manipolare il giudice e impedirgli l’accesso anche legalmente.

Le brave persone non esistono, ci avverte la voce off di Marla.

La correttezza e il lavoro duro sono un’illusione creata dai ricchi, per perpetuare il loro il loro benessere, ai danni di tutti gli altri. Quello che conta è invece sapere se si è leoni o agnelli in questa vita.

E Marla è una fottuta leonessa.

Blakeson, in ossequio al nuovo conformismo hollywoodiano, fa della sua protagonista un’erinni femminista e lesbica, che si muove compiaciuta in un mondo di stupidi maschietti, da battere o usare a suo piacimento.

La rivalsa sociale, che sembra essere alla base della sua spregiudicatezza, è accompagnata in modo meno dichiarato, ma altrettanto esplicito, da una sadica misandria.

E’ curioso che la sceneggiatura ci spinga, in fondo, a parteggiare per una protagonista francamente disgustosa, truffatrice, priva di una qualsiasi empatia, per non dire di una qualsiasi etica, una sorta di Trump in sedicesimo, ma forte, vendicativa e determinata come un vero eroe d’azione.

Se poi i suoi avversari sono mafiosi russi, peraltro impersonati da Peter Dinklage, l’allegoria di Blakeson si fa piuttosto grossolana.

Fortunatamente proprio in extremis, il film sembra correggere un po’ il tiro, in modo però altrettanto ambiguo e discutibile.

Resta comunque lo shock di un commedia così spregiudicata, ambientata nel mondo fragile delle residenze per anziani e centrata in modo beffardo su quel rapporto di cura, di cui tanto si è parlato in questo lungo anno di pandemia.

Rosamund Pike interpreta Marla come se non fosse mai uscita dal personaggio di Gone Girl, anche se la sua imperturbabilità e la sua capacità di ribattere colpo su colpo, alle avversità che si pongono sul suo progetto personale e professionale, sono encomiabili.

Non è ben chiaro perchè non scappi, ad un certo punto, con i diamanti e la sua bella, ma si ostini a cercare una vendetta, che poi serve al film per costruire l’escalation finale, ma si tratta di una commedia: qualche incongruenza la dobbiamo mettere in conto.

Eiza Gonzales, piuttosto dimessa, è la sua compagna Fran, che rimane assai marginale e non aggiunge molto. Mentre la deliziosa Dianne Wiest interpreta Jennifer con quel tono mellifluo, che non lascia mai immaginare le sua vera storia.

Dinklage infine è talmente un’icona ormai, dopo otto stagioni di Game of Thrones, che basta la sua presenza a spingere il film verso territori ancora più neri.

Se la parte centrale perde un po’ di tono e ritmo e si dilunga in una teoria di ritorsioni, l’ultima parte recupera una certa brillantezza, preludio ad una conclusione che avremmo preferito tuttavia più secca e brutale, mentre Blakeson ci ricama su, probabilmente indeciso sino all’ultimo sul destino della sua anti-eroina.

Gelido.

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