Gone Girl – L’amore bugiardo. Recensione in anteprima!

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Gone Girl – L’amore bugiardo **1/2

Like a child, I picture opening her skull, unspooling her brain and sifting through it, trying to catch and pin down her thoughts. What are you thinking, Amy?

Con questi pensieri indicibili del protagonista Nick Dunne, accompagnati dalle immagini del volto placido della moglie Amy, si apre l’ultimo film di David Fincher, uno dei grandi visionari del cinema americano.

Il talento californiano, che da ragazzino ha bussato alle porte della Industrial, Light & Magic di George Lucas, dopo essere rimasto affascinato dalla saga di Star Wars, ha fatto la gavetta in pubblicità e nei video ed è diventato famoso per un’immagine che non c’è: quella di Gwyneth Paltrow, in una scatola di cartone, nel finale di Se7en.

Il suo è un cinema viscerale, potentissimo, di grande suggestione, che ha poco a che spartire con le tradizionali teorie sull’autore.

Il suo universo è popolato da psicopatici, schizofrenici dalla doppia personalità, serial killer, sociopatici alienati, uomini che odiano le donne, che nascono vecchi e muoiono in fasce o che l’innocenza della gioventù non l’hanno mai avuta.

La sua visione del mondo è forse tutta racchiusa nelle parole del detective Somerset, rubate ad Hemingway:”Il mondo è un bel posto e vale la pena di lottare per esso. Condivido la seconda parte“.

Il suo pessimismo sulla natura umana e sulle relazioni interpersonali, sfocia spesso in un nichilismo senza speranza: i suoi antieroi sono preda di un’ossessione che rimane quasi sempre frustrata. L’ultima scena di The Social Network, con Zuckerberg trionfate, ma solo, abbandonato da tutti, persino dal suo avvocato, ne è l’esempio più emblematico.

La sua sfiducia nei mezzi di comunicazione e nella capacità manipolatoria della tv e dei media è evidente.

I suoi film sono diventati presto oggetto di culto, da Se7ven a Fight Club, da The Social Network a Benjamin Button.

Ha sempre adattato sceneggiature perfette, splendidamente dialogate, spiazzanti e piene di colpi di scena, costeggiando spesso il genere per eccellenza del cinema di questi anni, il thriller.

Dopo il trionfo e gli Oscar sfiorati con il film dedicato alla nascita di Facebook, Fincher ha scelto una strada apparentemente più semplice. Due adattamenti speculari, da due bestseller notissimi ed in mezzo una serie televisiva d’antologia, House of Cards.

Al centro di queste sue ultime opere ci sono delle coppie: uomini e donne che usano il potere per dei media e della politica per affermare se stessi, per ribaltare i ruoli, per farsi vittime e carnefici a seconda delle convenienze. I sentimenti sembrano però restare in disparte, quello che conta sono i rapporti di potere, il dominio sull’altro e sul mondo esterno.

Entrambi i film – ma anche House of Cards non fa eccezione – hanno al centro donne dalle diaboliche capacità di sopravvivenza e uomini che sembrano tenere le fila, salvo accorgersi di essere solo marionette, perfettamente strumentali ad un disegno più grande. La prospettiva del narratore è però diametralmente opposta.

Se Uomini che odiano le donne è un romanzo che appare, sin dal titolo, fondamentalmente femminile e femminista, perfetto esempio della Svezia progressista, pur essendo scritto da un uomo, Gone Girl sembrerebbe ideale, ad una prima impressione, per attirarsi molte e giustificate accuse di misoginia, se non fosse scritto e adattato per lo schermo da una donna, Gillian Flynn.

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Nick Dunne è un giornalista che viene dal Missouri. A New York incontra Amy, la figlia di una coppia di scrittori per l’infanzia, che ne hanno fatto della figlia, il soggetto di una lunga serie di notissimi romanzi per bambini.

E’ anche lei una scrittrice e giornalista. I due si innamorano e vivono nella grande mela, sino a quando finiscono per perdere entrambi il loro lavoro e decidono di trasferirsi di nuovo nella piccola città rurale di Nick, quando la madre si ammala di tumore ed ha bisogno di cure e attenzioni.

Nick insegna scrittura creativa nella locale università, vivono in una casa inutilmente grande e vuota, almeno sino a quando, una mattina di luglio, Amy sparisce nel nulla.

La polizia comincia ad indagare, ma una serie di indizi fanno supporre che si tratti di un omicidio.

L’unico sospettato diventa, ben presto, proprio il marito Nick, oggetto dell’attenzione morbosa dei talk show locali e nazionali.

Non vi diremo di più della storia di Gone Girl, che si nutre di molti colpi di scena e di personaggi solo apparentemente secondari.

Il problema di fondo è che si tratta di letteratura, perfettamente studiata, per far discutere lettori e spettatori.

Si parla di matrimoni perfetti e di inferni familiari, di psicologie disturbate e di vittime che si trasformano in carnefici, di media famelici e genitori anaffettivi, di ossessione per la celebrità wharoliana e di avvocati newyorkesi dalle parcelle astronomiche, esperti in pubbliche relazioni più che in aule di tribunali.

Un minestrone perfettamente riuscito, sapido e gustoso, capace di confortare e solleticare il nostro pessimismo sullo stato delle cose. E che farà discutere animatamente le coppie – più o meno felici – per dei buoni quarti d’ora, fuori dalla sala.

La Flynn è indubbiamente diabolica e mostra come il vero crimine perfetto sia il perpetuarsi innaturale della convivenza quotidiana e familiare, con un ribaltamento di prospettive certamente interessante e molto scorretto politicamente.

Il suo Gone Girl è una bomba ad orologeria posta nelle fondamenta di tre delle istituzioni americane più solide, almeno in apparenza: il quinto potere, la famiglia tradizionale ed il sistema giudiziario. Di tutte, Amy/Gillian si fanno beffe con humor nerissimo.

Ben Affleck, con la bonomia da ragazzone del midwest, tutto football e granturco, è l’attore perfetto per Nick Dunne. Purtroppo il doppiaggio annichilisce alcune sue sottigliezze interpretative e l‘understatement naturale che caratterizza il suo personaggio.

Assai meno in parte mi è sembrata Rosamund Pike, inglese e algida, già Bond Girl con Pierce Brosnan, che ha l’unico vero ruolo di rilievo nel film e che tutti sembrano aver scoperto solo in questo film, dopo anni di parti marginali, ma che rimane, a mio avviso, poco credibile sia nei panni della casalinga disperata, con occhialoni, volto tumefatto e capelli grigio topo, tanto in quelli della newyorkese snob e calcolatrice.

Neil Patrick Harris ha un ruolo veramente infelice, mentre è una sorpresa Tyler Perry, di solito impegnato in commediacce, che da noi neppure arrivano in sala, e qui invece misurato e simpatico nei panni dell’avvocato Tanner Bolt.

Di Emily Ratajkowski, infine, pensiamo tutto il bene possibile, ma non certo per le sue qualità d’attrice.

Il film è stato un successo notevole negli Stati Uniti ed il più redditizio tra tutte le opere firmate da Fincher. Da 10 settimane è nella top ten degli incassi, segno di un passaparola eccezionale. E meritato.

Il film funziona ed è diretto con equilibrio iperclassico. E’interpretato da un attore con cui è semplice identificarsi ed ha un finale aperto, che lascia perfettamente in sospeso molti interrogativi.

Onestamente però da un regista come Fincher ci saremmo attesi qualcosa di più. Gone Girl non aggiunge molto alla sua folgorante carriera.

Ed allora dietro ad un film, pur costruito con grande maestria, si nasconde forse una piccola crisi d’ispirazione.  E’ davvero questo quello che ci aspettiamo da uno dei grandi visionari del nuovo secolo?

What are you thinking? How are you feeling? What have we done to each other? What will we do?

Gone Girl

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