La Llorona

La Llorona ***

Il terzo film del giovane regista guatemalteco Jayro Bustamante, presentato alle Giornate degli Autori a Venezia nel 2019, è un lavoro originalissimo, sospeso tra realtà e immaginazione, che rilegge politicamente la storia tragica della guerra civile del suo paese, anche attraverso le fortissime suggestioni popolari, folckloristiche.

La Llorona infatti, nella tradizione latino-americana, è lo spettro di una donna che piange, che ha perso il proprio figlio e non si rassegna alla sua scomparsa.

Il film è girato quasi tutto in interni, nella grande villa del Generale Monteverde, dittatore nei primi anni ’80, ormai anziano e malato di Alzheimer, sotto processo per i crimini di allora e il crudele genocidio della minoranza maya ixil.

I politici amici lo hanno abbandonato, persino la servitù si rifiuta di prestare servizio a casa sua.

Gli restano accanto solo gli agenti della sicurezza, la moglie Natalia, la figlia Carmen con la piccola Sara e la governante Letona, con la figlia Valeriana, probabilmente avuta proprio dal Generale.

Dopo la testimonianza dell’ultima delle sue vittime, il Generale viene condannato, ma il verdetto viene sospeso e l’anziano dittatore si rifugia nella sua villa, trasportato da un’ambulanza, assediata dai manifestanti, che stazionano giorno e notte di fronte alle sue finestre, gridando la sua colpevolezza, tra canti, fischi, melodie tradizionali, accompagnate dal suono incessante dei tamburi e dei flauti.

La situazione precipita quando si presenta alla villa una giovane di provincia, Alma, chiamata a rafforzare lo staff della servitù, ridotto al minimo dalle defezioni.

Già con l’esordio di VulcanoIxcanul, Bustamante aveva mostrato un talento non ordinario nel raccontare la distanza tra le comunità tradizionali e arcaiche e la modernità delle grandi città.

La Llorona è ancor più ambizioso, nell’allegoria del processo al vero Generale Efraín Ríos Montt e al ruolo dell’attivista e premio Nobel Rigoberta Menchù.

Ma questo non è un film processuale, nè una ricostruzione storica: le violenze e torture sono sepolte nel passato, sono materia piuttosto per incubi notturni, ma il punto di vista che sceglie Bustamante è quello di un horror psicologico tutto al femminile. Lo sguardo che conta è quello della figlia del Generale, incredula di fronte alle accusa, è quello della moglie, complice più o meno consenziente e silenziosa del genocidio, per questo ancor più colpevole e tormentata, ora che la verità è sotto gli occhi di tutti e non si può più nascondere.

E’ quello della fidata Letona, usata come cosa propria dal Generale, ed è quello di Alma, la nuova ragazza, uno spirito che si incarica di rappresentare il volto di tutti quelli che sono stati schiacciati e umiliati.

Sono le donne a smascherare il volto più osceno e perverso del potere. E’ attraverso di loro che l’anziano Monteverde, piccoletto coi baffetti bianchi e il sorriso accomodante, si mostra in tutta la sua prepotenza malata e disturbante, in tutta la sua protervia.

Perennemente insonne, si aggira per casa armato di pistola, irretito dal pianto della Llorona e dalla bellezza di Alma. Ma l’erezione notturna scoperta da moglie, figlia e nipote è l’ultimo affronto di un potere patriarcale, sessista, perennemente bisognoso di conferme e di possesso.

E così quando l’assedio si fa sempre più insistente e ai vivi si uniscono i volti e i lamenti degli spiriti, non resta che il sacrificio, come unica possibilità di giustizia, quando gli uomini non sono in grado di raggiungerla.

Bustamante alterna tre sole location: l’interno della villa del Generale, l’aula scura del processo pubblico e una non meno sensazionale ambulanza che li collega.

Usa, con grande eleganza e potenza visiva, zoom lentissimi e movimenti di macchina quasi impercettibili, per entrare e uscire da quadri familiari sempre più torbidi.

Si muove tra ombre e mistero, tra anime di un purgatorio senza speranza, che infestano i sogni di chi resta.

La tranquillità apparente, il benessere, la serenità familiare sono travolte dall’atmosfera di assedio, opprimente, che inquina l’aria e la rende irrespirabile.

Ma il senso di colpa è solo degli altri, dei complici: i responsabili l’hanno rimosso da tempo.

Da non perdere.

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